Per i più vulnerabili, la pandemia di COVID-19 è “una crisi nella crisi”

Per i più vulnerabili, la pandemia di COVID-19 è “una crisi nella crisi”

15 Maggio 2020

Per i più vulnerabili, la pandemia di COVID-19 è “una crisi nella crisi”

Dominique Burgeon, Direttore della Divisione Emergenze e Resilienza della FAO, spiega come la pandemia da coronavirus colpisce le comunità più vulnerabili e affamate e descrive gli sforzi della FAO per aiutarle ad affrontare questa nuova crisi

Rischiamo un’imminente crisi alimentare se non vengono prese velocemente misure per proteggere i più vulnerabili, mantenere vive le catene alimentari globali e mitigare gli impatti della pandemia sui sistemi alimentari” ha affermato la Food and Agriculture Organization (FAO) in un recente documento sul rapporto tra pandemia da COVID-19, agricoltura e sicurezza alimentare globale. Dominique Burgeon è Direttore della Divisione Emergenze e Resilienza della FAO. Belga di origine, nella sua lunga carriera è stato anche responsabile operativo dell’Unità di emergenza per le crisi alimentari.

Quali comunità sono più a rischio per le conseguenze della pandemia sulla sicurezza alimentare e sui mezzi di sussistenza?

Ancor prima dell'insorgenza del COVID-19, 135 milioni di persone in tutto il mondo erano già in grosse difficoltà a causa della fase di insicurezza alimentare acuta dovuta a shock o crisi preesistenti, cioè si trovavano già all'estremo dello spettro della fame: indeboliti e impreparati a contrastare il virus. 

La stragrande maggioranza di essi vive in aree rurali e dipende dalla produzione agricola, da lavori stagionali nei campi, dalla pesca o dalla pastorizia. Se si ammalano, o se sono vincolati dai limiti alla circolazione o alle attività, non potranno lavorare la terra, prendersi cura del bestiame, andare a pescare o accedere ai mercati per vendere i loro prodotti, comprare cibo o procurarsi sementi e provviste. 

In sostanza, queste persone hanno ben poco sui cui contare e potrebbero essere costrette a rinunciare ai loro mezzi di sussistenza, riducendosi a dover vendere il proprio bestiame o le barche da pesca per guadagnare qualcosa, o addirittura a mangiare le sementi piuttosto che conservarle per la risemina. A questo punto sarà estremamente difficile per una famiglia di agricoltori riacquistare la propria autosufficienza. Alcuni potrebbero non avere altra scelta se non quella di abbandonare le fattorie in cerca di assistenza.

Esistono precedenti simili? 

Ci sono alcune analogie con l'epidemia di Ebola del 2014 in Africa occidentale, che ha sconvolto le filiere di approvvigionamento del mercato agricolo: molti agricoltori non sono stati in grado di coltivare o vendere il raccolto. È esplosa la fame e la lezione che ci ha dato quell'epidemia è chiara: mentre le esigenze sanitarie sono un problema primario e urgente, non possiamo trascurare gli aspetti relativi ai mezzi di sussistenza o alla sicurezza alimentare. Lo sconvolgimento dei mezzi di sussistenza può inoltre innescare tensioni e disordini sociali. 

In che senso? 

Se le filiere di approvvigionamento alimentare vengono interrotte, rendendo impossibile la sopravvivenza, aumenta la probabilità che le popolazioni vulnerabili abbandonino i propri mezzi di sussistenza per migrare in cerca di assistenza - come farebbe chiunque - con la conseguenza indesiderata di una potenziale e ulteriore diffusione del virus e di un possibile inasprimento delle tensioni sociali.

Dove vivono le persone più a rischio? 

Per fare un esempio, in Etiopia, Kenya e Somalia vi sono già circa 12 milioni di persone che si sono ritrovate in condizioni disastrose a causa della prolungata e grave siccità e dei ripetuti miseri raccolti prima che orde di locuste infestassero campi e pascoli a nello scorso mese di dicembre e a inizio gennaio. In Africa abbiamo timori anche per il Sahel, la Repubblica Centrafricana, la Repubblica Democratica del Congo e il Sud Sudan, solo per citare alcune crisi alimentari. Nessun continente ne è però immune. Dall'Afghanistan a Haiti, Siria, Myanmar, il COVID-19 rischia di aggravare ulteriormente le conseguenze dei conflitti e delle calamità naturali. 

Lavoreremo dovunque sarà necessario, ma la strategia di risposta della FAO darà priorità ai Paesi già esposti a crisi alimentari, come riportato nel Rapporto Globale sulle Crisi Alimentari.

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Il nostro lavoro seguirà l'evoluzione della pandemia, che potrebbe vedere l'incremento dei problemi in Paesi non attualmente in crisi, ma che sono estremamente vulnerabili a un nuovo shock.  

Ci dica di più su come la FAO prevede di intervenire

Ci stiamo organizzando per sostenere, e quindi incrementare, i nostri programmi per la tutela dei mezzi di sussistenza fondamentali nei paesi che devono far fronte a crisi prolungate o a preesistenti alti livelli di insicurezza alimentare. Il 25 marzo scorso, il sistema delle Nazioni Unite ha lanciato un appello congiunto, richiedendo ai donatori 110 milioni di dollari per tutelare la sicurezza alimentare delle popolazioni rurali vulnerabili.

Oltre a migliorare la raccolta e l'analisi di dati per poter avviare il processo decisionale, regolarizzeremo i redditi e l'accesso al cibo, oltre a proteggere i mezzi di sussistenza. Ciò significa fornire a piccoli agricoltori e pastori sementi, attrezzi, mangime per il bestiame e altri strumenti, oltre all'assistenza veterinaria, in modo che possano continuare a produrre cibo per le loro famiglie e comunità, nonché generare reddito. Distribuiremo inoltre sementi e kit per orti domestici, sistemi di conservazione per gli alimenti, pollame e altre piccole scorte per migliorare la nutrizione delle famiglie e diversificare i redditi. Attività simili saranno svolte nei campi per rifugiati e migranti. 

I programmi di protezione sociale saranno uno strumento fondamentale e ci stiamo impegnando con governi, organizzazioni locali e altre parti interessate per studiare come migliorare i sistemi esistenti, soprattutto nelle aree rurali difficili da raggiungere. Una modalità importante per regolarizzare il potere d'acquisto delle famiglie sarà la distribuzione di denaro contante, in modo da poter soddisfare le necessità primarie senza dover vendere i propri beni. 

Lavoreremo inoltre per garantire la continuità della filiera di approvvigionamento alimentare - anche tra aree rurali, periurbane e urbane - sostenendo l'attività dei mercati alimentari, delle catene del valore e dei sistemi locali attraverso diverse attività. 

Infine, garantiremo che le persone lungo la filiera alimentare non siano a rischio di trasmissione del COVID-19, sensibilizzando l'opinione pubblica sulla salubrità alimentare e sulle migliori pratiche sanitarie. In questa fase collaboreremo sia con autorità nazionali che con l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) - come abbiamo fatto durante la crisi di Ebola.

Anche molti Paesi ricchi sono alle prese con il COVID-19. Ci saranno ripercussioni sui finanziamenti per gli interventi umanitari? 

È un timore legittimo, ma i segnali che riceviamo ci dicono che non è il caso. I donatori stanno rispondendo all'appello dell'ONU. I Paesi si stanno impegnando a sostenere gli altri, nonostante le difficoltà interne. Ci auguriamo che questa diventerà la regola, non l'eccezione. 

Perché le risorse dovrebbero essere destinate ai mezzi di sussistenza agricoli e ai sistemi alimentari, e non agli ospedali? 

La dimensione della salute umana è senza dubbio estremamente importante, ma i timori che stiamo segnalando e il lavoro che ci proponiamo di fare saranno fondamentali per raggiungere la fine del tunnel senza ulteriori e inutili tragedie umane. Inoltre, se lasciamo che i mezzi di sussistenza delle persone vadano perduti a causa della pandemia, quando la crisi sanitaria si sarà attenuata ci ritroveremmo a gestire problemi enormi. È più umano e strategicamente più intelligente tutelare e sostenere i mezzi di sussistenza ora, piuttosto che ripristinarli dopo. 


Questa intervista è stata prodotta con la cortese collaborazione dell’Ufficio stampa FAO.


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