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I biocarburanti, affamati di terra

A fronte di un numero elevatissimo di persone che non hanno accesso al cibo, una quota crescente dei terreni agricoli è dedicata alla produzione di biocarburanti per alimentare le auto.

Colza, canna da zucchero, mais, grano e altri cereali: sono alcuni dei prodotti agricoli che possono essere usati come biocarburanti, fonti di energia generate da coltivazioni che potrebbero servire a sfamare una parte del pianeta. La produzione di biocarburanti rappresenta uno dei grandi paradossi alimentari  che vive la società attuale: la competizione tra uomo e macchine per l’uso della terra e dell’acqua.

I dati disponibili
Secondo l’International Energy Agency, entro il 2035, la domanda globale di energia
crescerà di un terzo rispetto al 2011 (in particolare in Cina e India, ma anche nel Medio Oriente e nel Sud Est asiatico). E la domanda globale di biocarburanti arriverà a 172 miliardi di litri nel 2020 rispetto agli 81 miliardi di litri prodotti nel 2008, il che corrisponde ad altri 40 milioni di ettari di terreni agricoli che verranno convertiti a coltivazioni per biocarburanti. Attualmente questa produzione occupa già il 3 per cento circa della terra agricola mondiale.
La necessità di produrre energia dai prodotti agricoli ha giocato un ruolo fondamentale nel far crescere, tra il 2000 e il 2010, gli investimenti destinati all’acquisizione di grandi appezzamenti di terreni coltivabili (dai 200 ettari in su) per mezzo di concessioni, compravendita o affitto (generalmente tra i 55 e i 99 anni), da parte di diversi investitori pubblici, privati o in partnership.

Il land grabbing
L’espressione land grabbing (accaparramento di terreno) è nata per denunciare i casi in
cui questi investimenti avvengono senza il libero consenso delle popolazioni
locali, in condizioni non trasparenti e talvolta - come denuncia l’International Land Coalition, un consorzio di oltre 200 membri tra organizzazioni non governative, agricoltori e agenzie internazionali - in violazione dei diritti umani. Il fenomeno del land grabbing riguarda oggi quasi 60 milioni di ettari di terra per oltre 1.000 investimenti in tutto il mondo, secondo la raccolta dati dell’osservatorio indipendente Land Matrix
La coltivazione destinata a biocarburanti entra in contrasto con la coltivazione di varietà destinate all’alimentazione. È importante sapere, infatti, che a livello internazionale il prezzo dei beni alimentari è molto correlato a quello del petrolio: se questo aumenta, i biocarburanti diventano più convenienti e la loro domanda cresce. E poiché la maggior parte dei biocarburanti (quelli detti di prima generazione, prodotti con beni agricoli coltivati) viene prodotta con le medesime “materie prime” destinate all’alimentazione o all’allevamento (terra, acqua, forza lavoro agricola), si genera una competizione tra settore energetico e alimentare nell’utilizzo delle risorse.

Politiche discutibili
Le variazioni del prezzo del petrolio e le politiche a supporto della produzione di biocarburanti, messe in atto da alcuni Paesi con l’idea di sostenere un mercato dell’energia più amichevole per l’ambiente rispetto a quello che dipende dai combustibili fossili, sono così responsabili delle fluttuazioni incontrollabili dei mercati di beni alimentari e determinano in genere un aumento dei prezzi.
Il Protocollo di Milano, piattaforma per iniziative future a favore della sostenibilità alimentare, richiede che, in attesa della rimozione degli incentivi, i Governi sviluppino almeno dei piani di emergenza per regolare nel breve termine la produzione e il consumo di biocarburanti quando i mercati mondiali sono sotto pressione e le forniture alimentari si riducono.
In parallelo andrebbero sostenuti i biocarburanti di seconda generazione prodotti a partire da colture, come le erbacce, che non competono per l’utilizzo di terreno destinato alla coltivazione di alimenti o da prodotti come alghe e residui di lavorazione del legno o del mais.
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