Youth Cop26: i giovani al centro del cambiamento del food system

Youth Cop26: i giovani al centro del cambiamento del food system

27 Settembre 2021

Youth Cop26: i giovani al centro del cambiamento del food system

La demografia e i dati raccolti da vari studiosi dimostrano che l’interesse verso una dieta sana e sostenibile è in crescita tra i più giovani, ma deve essere supportata da una educazione su queste tematiche e da una informazione che rafforzi i valori di protezione dell’ambiente

La demografia, vista dai nostri Paesi a rapido invecchiamento, non sembra favorire i giovani. Eppure, a livello globale, le cose stanno diversamente. Secondo i dati del rapporto dell’International Fund for Agricultural Development - IFAD 2019 Creating Opportunities for Rural Youth, la generazione attuale di giovani è la più ampia che l’umanità abbia mai avuto e la maggior parte di essa vive oggi in Paesi a medio e basso reddito, in Asia e in Africa.

Ecco perché gli interessi e le abitudini di questa generazione sono così importanti: tutti loro hanno diritto a una vita lunga e stabile, un obiettivo complesso in un periodo di stress ecologico per via del cambiamento climatico, peggiorato ulteriormente dalla crisi pandemica.

«Le storie di vita di questa generazione e dei loro figli tracceranno e influenzeranno fortemente l’evoluzione economica, sociale e lo sviluppo politico dei prossimi decenni. Le loro vite rifletteranno il successo o il fallimento dell’umanità nel passaggio a uno sviluppo più sostenibile dal punto di vista ecologico e più giusto dal punto di vista sociale» scrivono Dominic Glover e James Sumberg dell’Institute of Development Studies (IDS) dell’Università del Sussex, in Gran Bretagna, in un lungo articolo dedicato ai giovani e ai sistemi alimentari pubblicato sulla rivista scientifica Frontiers in Sustainable Food Systems.


Opportunità e rischi dell’inflazione giovanile


I giovani sono riemersi negli ultimi anni come un elemento centrale della politica, in particolare nell'Africa subsahariana e nell'Asia meridionale.

Una delle cause principali di questa ascesa è l’aumento della percentuale di giovani nelle popolazioni di paesi in cui i tassi di mortalità infantile sono diminuiti in modo significativo per un generale miglioramento della qualità di vita (un fenomeno chiamato «inflazione giovanile»), mentre i tassi di fertilità sono rimasti elevati perché i cambiamenti delle strutture sociali e dei ruoli familiari sono stati più lenti. 

Di una popolazione totale di 1,2 miliardi di persone classificate dall’ONU come giovani (15-24 anni), quasi un miliardo si trova nei Paesi in via di sviluppo, ma la sfida dell’inflazione giovanile è in gran parte concentrata nei paesi dell'Africa subsahariana che, secondo il rapporto IFAD 2019, hanno registrato i livelli più bassi di trasformazione della produzione agricola e della vita rurale, nonché delle strutture di produzione economica nazionali. 

I giovani, dice IFAD, sono sia un’opportunità sia una sfida per i paesi più poveri. Da un lato portano energia, salute e ambizione, e nuove prospettive per guidare lo sviluppo economico. D'altro hanno giustamente richieste di carattere economico e sociale che possono destabilizzare le economie di sussistenza, abituate a produrre, quando riescono, solo lo stretto necessario alla sopravvivenza fisica.


Già nel 2014 la FAO ha promosso una mobilitazione delle giovani generazioni come produttori e consumatori di cibo, come potenziali innovatori e imprenditori, e come attori politici, per trasformare i sistemi alimentari. Ma non basta.

«Sebbene l'azione di individui e gruppi possa modellare in una certa misura i sistemi alimentari, soprattutto a livello molto locale, la natura altamente connessa e integrata del cibo contemporaneo richiede interventi che vadano oltre il singolo. I cambiamenti nella composizione delle scorte alimentari e delle diete globali negli ultimi decenni sono un buon esempio di ciò che sto dicendo» continuano Glover e Sumberg. 

Il commercio internazionale, per esempio, ha diversificato la gamma di alimenti a disposizione dei consumatori: l'approvvigionamento alimentare globale e le diete di molti consumatori diventano sempre più omogenei nelle diverse parti del mondo, e i giovani, attenti alle mode globali, sono i protagonisti di questo cambiamento in ciò che si mette in tavola, nel bene e nel male. 

È importante quindi che i più giovani comprendano che, se da un lato il mondo della produzione di cibo celebra l’aumento della scelta, soprattutto nei paesi ricchi, per la grande maggioranza dell'umanità scegliere cosa produrre, cosa consumare e dove ottenerlo è spesso difficile. Gli individui, e in particolare i giovani, hanno quindi, nel complesso sistema moderno della produzione di cibo, un ruolo specifico, legato all’educazione ai consumi e alle abitudini individuali: quello di orientare le scelte verso un’alimentazione sana e sostenibile agendo anche sui meccanismi di consumo e sulle mode, rendendo cool e attraente le scelte più opportune per il Pianeta.


Più informazione ed educazione


Per farlo, però, hanno bisogno di essere informati su questo specifico ambito della discussione pubblica legata ai cambiamenti climatici e agli Obiettivi di sviluppo sostenibile, e spesso non lo sono abbastanza. Un’indagine condotta da IPSOS per conto di Fondazione Barilla e ASviS su un campione di 800 giovani tra i 14 e i 27 anni dimostra infatti che, per quanto riguarda i giovani italiani, vi è una buona disposizione nei confronti delle battaglie per ridurre l’impatto antropico sul cambiamento climatico ma manca la consapevolezza delle strategie da mettere in atto per ottenere risultati duraturi.


I giovani conoscono poco gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e, soprattutto, non sanno quanto la produzione agricola e il cibo che consumano impatta sulla loro realizzazione 

Solo 1 su 3, tra chi conosce la sostenibilità, pensa infatti che il benessere del Pianeta dipenda anche da cosa mettiamo nel piatto: un peccato se si pensa che in realtà proprio la produzione agricola è responsabile del 24% delle emissioni di gas serra. 

Una sola consapevolezza emerge tra i ragazzi: ridurre lo spreco alimentare è il più importante comportamento sostenibile da adottare. Lo pensa infatti il 50% dei ragazzi.

Secondo i dati raccolti, il 44% dei giovani italiani risulta disinformato su temi di politica, attualità ed economia, e solo il 15% risulta attento e costantemente informato. E infatti, come spesso accade anche fra i più grandi, i ragazzi sono portati a mettere in relazione la sostenibilità solo con gli aspetti ambientali, mentre restano sullo sfondo i temi, altrettanto importanti, della sostenibilità associata all’economia (13%), alla società (9%), al cibo e all’alimentazione (9%).

La scarsa informazione si correla direttamente con l’atteggiamento generale e i diversi comportamenti quotidiani in relazione allo spreco e alle scelte alimentari sostenibili: i giovani attenti e i giovani informati tendono a preferire prodotti da agricoltura sostenibile, a leggere sempre con attenzione le etichette alimentari e a cercare sempre anche di evitare gli sprechi d’acqua. 

Tuttavia, anche tra chi meglio segue le buone regole di comportamento e una dieta nutrizionalmente equilibrata, manca ancora una visione olistica di cosa significhi sostenibilità alimentare. Tra i 14-15enni, meno di un terzo ha acquisito il concetto di sostenibilità, ma la percentuale tende a crescere al crescere dell’età, fino a superare di poco il 50% tra i più grandi (24-27enni). 

Il 45% del campione che conosce bene o almeno superficialmente l’argomento ha ricevuto le informazioni dalla scuola o dall’università, mentre nella fascia 24-27 anni la fonte principale diventano i media, e in particolare web e giornali. 


La tensione ideale

Di fatto, avere familiarità con gli SDGs non è condizione sufficiente perché i giovani ritengano un dovere impellente agire subito. Ciò che fa la differenza, invece, è il senso di coinvolgimento nella presa in carico del problema, a prescindere dalla conoscenza qualificata della tematica. 

La fase giovanile di solito è caratterizzata da importanti cambiamenti nello stile di vita, che possono avere conseguenze sulle abitudini alimentari e le diete: è il periodo in cui le scelte alimentari possono essere influenzate in direzione positiva o negativa dalle famiglie, dai gruppi di pari e dalla scuola. Per questo è importante agire su questi tre ambienti per aumentare la consapevolezza dei ragazzi e delle ragazze in tema di alimentazione sana e sostenibile.

Uno studio condotto da Audra Balundé dell’Università di Groeningen, in Olanda, e pubblicata su Frontiers in Psychology alla fine del 2020 ha cercato di far luce sui meccanismi psicologici che inducono i più giovani ad adottare comportamenti amichevoli verso l’ambiente.


«I valori sono gli obiettivi o gli ideali generali delle persone che ne guidano il comportamento nella vita. Quattro valori si sono rivelati importanti per spiegare comportamenti rispettosi verso il Pianeta: il prendersi cura della natura e dell’ambiente, il prendersi cura degli altri (quello che potremmo chiamare altruismo), il prendersi cura delle proprie risorse personali (egoismo) e i valori edonistici (ovvero cercare piacere e comfort)» spiega Balundé. «Ma sono i primi, ovvero la cura della natura e dell’ambiente a essere più importanti in termini di impatto sui comportamenti pratici nella vita dei giovani. Chi ha quei valori sceglie più spesso di non sprecare, di riciclare, di risparmiare acqua e così via. Questo ha implicazioni importanti in termini di policy perché studi precedenti mostrano che, se vogliamo giovani attenti ai problemi ambientali, dobbiamo spiegare loro come funziona l’ambiente, la scienza che sta sotto la sua conservazione. Dobbiamo farlo nella dimensione scolastica ed educativa, ma non solo. Bisogna farlo anche attraverso canali informativi e strumenti tipici di quell’età, quindi sul web e sui social media».


Ma quanto importante è per i ragazzi mettere in pratica le regole della dieta sana e sostenibile? Una risposta ci viene da uno studio pubblicato da Nicole Larson su Public Health Nutrition nel 2019, nell’ambito del Progetto Eat (Eating and Activity among Teens and Young Adults) che ha messo a confronto le risposte a un questionario sulle abitudini alimentari somministrato a un gruppo di ragazzi e ragazze nel 2003-2004 e negli anni 2015-2016. «Abbiamo visto crescere la consapevolezza su questi temi» spiega Larson. «Se nella prima indagine solo l’8,1% degli intervistati riteneva importante coltivare biologico, nella seconda indagine questo punto era essenziale per il 26,9% del campione. Consumare cibi non troppo processati era importante per l’11,3% dei giovani nei primi anni 2000 e per il 37% 15 anni dopo. Per quel che riguarda il consumo di cibi coltivati localmente, la percentuale passa dall’8,3 al 30,9». Quel che è ancora più consolante è il fatto che, con la consapevolezza cambiano anche i comportamenti: aumentano i pasti preparati in casa, i cibi scelti con cura e si riduce lo spreco.

Sono percentuali importanti, che mostrano come il cambiamento tra i più giovani sia già in atto ma non ancora sufficiente e come siano necessari sforzi maggiori, da parte delle istituzioni, della scuola e dei media, per far arrivare forte e chiaro il messaggio a tutte le ragazze e i ragazzi: quel che fa bene all’ambiente passa dalla tavola e, tra l’altro, fa bene anche alla loro salute.

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