Uniti per conoscere e combattere lo spreco alimentare

Uniti per conoscere e combattere lo spreco alimentare

01 Febbraio 2019

Uniti per conoscere e combattere lo spreco alimentare

In Italia si celebra a febbraio la Giornata Nazionale contro lo Spreco Alimentare, l’occasione ideale per riflettere sulla scarsa sostenibilità del sistema alimentare attuale, nel quale ancora troppo cibo viene buttato o “perso”.

È giunta ormai alla sua sesta edizione la Giornata Nazionale contro lo Spreco Alimentare, che dal 2014 si celebra in Italia all’inizio di febbraio. L’appuntamento annuale è stato ideato e creato dal Ministero dell'Ambiente in stretta collaborazione con la campagna di sensibilizzazione Spreco Zero e con il Dipartimento di scienze e tecnologie agro-alimentari dell’Università di Bologna (DISTAL) su progetto curato da Andrea Segrè. L’esperto di ecologia economica, circolare e sostenibile, è anche Il creatore di Last Minute Market, spin-off dell’Università bolognese nata nel 1998 come progetto di ricerca e divenuta oggi una realtà imprenditoriale che opera su tutto il territorio nazionale con l’obiettivo di prevenire e ridurre lo spreco alimentare. All’interno di Last Minute Market è presente anche l’Osservatorio Waste Watcher, sugli sprechi e le abitudini degli italiani nei confronti del cibo, che ogni anno pubblica un rapporto aggiornato sui numeri dello spreco in Italia. 


Di cosa stiamo parlando?

Non tutto il cibo viene “sprecato”. Una parte di esso viene anche “perso”. Lo spiegano gli esperti, ricordando che la perdita di cibo (in inglese food loss) si riferisce alla diminuzione della massa di cibo commestibile che si verifica per diverse ragioni nelle prime fasi della filiera alimentare: la produzione, il post-raccolto e le fasi di lavorazione. Lo spreco alimentare (food waste) è invece quello che si verifica invece alla fine della filiera, in genere a causa del comportamento di rivenditori e consumatori. Definizioni a parte, i dati parlano chiaro. Secondo quanto riportato sul sito dell’iniziativa Save Food della FAO, vengono persi o sprecati nel mondo il 45% della frutta e della verdura, il 35% dei pesci e dei prodotti ittici in genere, il 30% dei cereali, il 20% dei latticini e della carne e dei semi oleaginosi e legumi. Entrando nel dettaglio, saltano all’occhio anche gli anelli deboli della filiera alimentare, molto diversi a seconda delle aree geografiche e del tipo di alimenti. 

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Per quanto riguarda i cereali, per esempio, si nota che nei cosiddetti paesi sviluppati (Europa, Nord America e Oceania) lo spreco maggiore avviene a livello del consumatore finale, mentre in quelli in via di sviluppo (Africa Sub-Sahariana, Sud e Sud-est asiatico) i problemi maggiori si incontrano nelle fasi del raccolto e in quelle immediatamente successive.

Spreco e sviluppo sostenibile 

Lo spreco alimentare è uno dei maggiori nemici della sostenibilità, così come viene definita attraverso i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. Per esempio, l’obiettivo 12 è dedicato nello specifico a una produzione e a un consumo responsabile, ma non è certo l’unico sul quale lo spreco alimentare ha un notevole impatto. Quando si parla di metter fine alla povertà (Obiettivo 1) non si può dimenticare che lo spreco di cibo porta alla perdita di cifre che sfiorano i 1000 miliardi di dollari ogni anno, mentre guardando alla lotta alla fame (Obiettivo 2), gli esperti stimano che riducendo del 25% lo spreco alimentare ci sarebbe cibo sufficiente per nutrire tutti coloro che oggi soffrono a causa della malnutrizione. La lista è ancora lunga e tocca tra gli altri gli obiettivi che puntano a creare città sostenibili (Obiettivo 11), alla difesa delle acque (Obiettivo 14) e del suolo (Obiettivo 15) e a contrastare i cambiamenti climatici (Obiettivo 13). Del resto il cibo perso/sprecato genera l’8% delle emissioni globali di gas serra

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L’Italia virtuosa

Dal 2016 nel Bel Paese esiste una legge, la n. 166 del 19 agosto (Legge Gadda), che ha come finalità proprio la riduzione degli sprechi dei prodotti alimentari (ma include anche quelli farmaceutici) in tutte le fasi della filiera, dalla produzione fino al consumo finale, puntando in particolare sulla ricerca, sull’informazione e la sensibilizzazione dei consumatori e delle istituzioni. In Italia sono inoltre attive su tutto il territorio diverse banche alimentari coordinate dalla Rete Banco Alimentare, il network nazionale del settore, ed esiste la possibilità di stipulare accordi volontari con il settore privato per mettere in campo politiche concrete volte a prevenire lo spreco di cibo. La qualità della risposta politica allo spreco alimentare è in genere alta, grazie anche al piano nazionale di riduzione dello spreco PINPAS, tanto che il paese si colloca al quinto posto per questo specifico indicatore sui 67 paesi inclusi nell’analisi del Food sustainabiliy Index sviluppato dalla Intelligence Unit dell’Economist in collaborazione con BCFN. 

E quella da migliorare 

Nonostante questi spunti positivi, l’Italia però deve fare i conti con numerosi problemi ancora irrisolti per quanto riguarda lo spreco alimentare. I consumatori italiani, per esempio, sprecano davvero troppo: una media di 65 kg a persona ogni anno secondo l’analisi del FSI, che li colloca molto in basso nella classifica dei paesi più virtuosi (posizione 58 su 67 a livello globale, 23 su 29 nei paesi dell’Unione Europea). E se nel Bel Paese la parte terminale della filiera è un problema ancora grave, il cibo perso in fase di produzione non raggiunge livelli particolarmente preoccupanti (circa il 2%), pur lasciando margini di miglioramento. Questi due dati, assieme a quelli di tanti altri indicatori inclusi nel FSI, collocano l’Italia circa a metà classifica quando si valuta lo spreco alimentare: il paese occupa la posizione 31 su 67 a livello globale, 18 su 35 tra i paesi ad alto reddito e 13 su 29 tra i paesi dell’Unione Europea, dove Francia, Lussemburgo e Olanda salgono sul podio dei paesi che sprecano meno. 

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