Un’alimentazione sana può proteggere l’ambiente?

Un’alimentazione sana può proteggere l’ambiente?

25 Settembre 2018

Un’alimentazione sana può proteggere l’ambiente? Un focus sulla sostenibilità in concomitanza con la sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite

Si parla molto di come rendere più sostenibile l’approvvigionamento di cibo. E i consumatori sono sempre più consapevoli della relazione tra una sana alimentazione e un pianeta sano. Un esempio? Basta dare un’occhiata agli scaffali dei supermercati.

Un tempo era difficile trovare degli hot dog vegetariani nel Safeway del mio quartiere: erano per lo più nascosti nelle ultime file del reparto ortofrutta. Adesso, invece, c’è un’intera sezione in continuo ampliamento dedicata ai prodotti proteici a base vegetale, compresi formaggi e salsicce vegani. Mentre aumentano le vendite delle proteine a base vegetale, cresce anche la consapevolezza dell’impronta ecologica della produzione di carne bovina. Chi avrebbe detto che servissero 189 litri d’acqua per produrre un hamburger di 113 grammi?

La sostenibilità va oltre la produzione alimentare. L’anno scorso Unilever si è impegnata a utilizzare il 100% di imballaggi riciclabili o riutilizzabili entro il 2025. Anche Nestlé ha fatto una promessa simile. Queste aziende, insieme ad altri grandi attori — tra cui Mars e Danone North America — hanno costituito una nuova associazione denominata Sustainable Food Policy Alliance che mira ad occuparsi di temi quali l’alimentazione, l’agricoltura sostenibile e le energie rinnovabili.

Questa settimana, gli amanti del buon cibo affronteranno questioni inerenti la sostenibilità al Forum Internazionale su alimentazione e nutrizione. Questo vertice, organizzato dal Barilla Center For Food and Nutrition, si svolge in contemporanea con la sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, durante la quale ci si concentrerà sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile di “Fame Zero” e alimentazione più sana.

Ho parlato con Danielle Nierenberg, editrice del libro Nourished Planet, che raccoglie idee su come ridurre la fame, l’obesità e lo spreco di cibo, nonché metodi per promuovere colture più ricche di nutrienti.

Questa intervista è stata modificata per motivi di lunghezza e chiarezza.

Gli Stati Uniti sono 21esimi su 34 paesi all'interno del Food Sustainability Index. Questo indice classifica i paesi sulla base di tre pilastri: pratiche di agricoltura sostenibile, sfide alimentari e spreco alimentare. La Francia è al primo posto. Come mai gli Stati Uniti si posizionano così in basso nella classifica?

Prima di tutto, le nostre pratiche di agricoltura sostenibile non sono supportate da un impegno governativo coordinato, come accade in altri paesi, tra cui la Francia. In secondo luogo, e questo non figura nei dati forniti dall’indice, penso che gli americani continuino ad essere lasciati all’oscuro in merito a come e dove viene coltivato il loro cibo. Per gli americani è più facile ignorare i costi reali legati a come vengono prodotti i loro hamburger, le loro insalate o qualsiasi altro alimento.


Alcune delle più grandi sfide del pianeta sono connesse a cosa mangiamo e a cosa coltiviamo. Quali cambiamenti servono?

Nel libro Nourished Planet presentiamo alcuni degli aspetti che stanno funzionando nell’alleviare tali problemi, come il ritorno a colture autoctone e tradizionali e il tentativo di nobilitare alcuni alimenti che sono arrivati ad essere considerati “cibo per poveri”. Alcuni di questi alimenti hanno un’elevata capacità di migliorare la nostra alimentazione e aiutano a promuovere la resilienza ai cambiamenti climatici. Un esempio: cereali come il miglio e il sorgo. Molte persone li definiscono “cibo per uccellini”, perché i chicchi sono molto piccoli, ma in termini nutritivi contengono elementi davvero preziosi. Sono stati trascurati in favore di altre colture, quali grano e mais, che permettono di “riempire” le persone a livello di calorie, ma non sono altrettanto preziosi a livello nutritivo. Si tratta dunque di passare a un sistema alimentare diverso che non si basi su uno o due tipi di cereali.


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Si stima che negli Stati Uniti le famiglie buttino ogni anno una quantità di cibo pari a un valore di 1.600 dollari. Abbiamo già parlato molto di quanto cibo finisca nella spazzatura negli Stati Uniti. Il libro indica qualche soluzione per lo spreco alimentare?

Sì, il libro delinea qualche soluzione allo spreco alimentare. La colpa è stata data ai consumatori che comprano troppo, ma esistono anche molte soluzioni che possono essere attuate dalle aziende agricole per prevenire le perdite post-raccolta. Infrastrutture migliori, stoccaggio migliore. Anche semplicemente delle strade migliori possono essere di grande aiuto agli agricoltori per far arrivare i loro prodotti sul mercato più velocemente. Cerchiamo quindi di coprire una gamma di soluzioni che possano agevolare gli agricoltori nello svolgimento del loro lavoro.

Vorrei parlare di un ostacolo che forse non viene sempre preso immediatamente in considerazione quando si parla di sistema alimentare: il divario di genere. Ad esempio, in una serie di racconti di cui mi sono occupata relativi ai tentativi di dare più potere alle donne nelle piantagioni di caffè, ho avuto la possibilità di vedere in prima persona quanta parte del lavoro venga svolta dalle donne. Ma spesso le donne non hanno accesso al controllo delle risorse e non possono prendere decisioni. È un problema globale?

Assolutamente sì. Noi ignoriamo le donne all’interno del sistema alimentare a nostro rischio e pericolo. Molti studi dimostrano che se le donne avessero lo stesso accesso alle risorse degli uomini, compresi istruzione e terreni, potrebbero migliorare la produzione di cibo dal 20 al 30%  e liberare milioni di persone dalla fame.

Quando pensiamo agli agricoltori, che siano nell’Africa subsahariana o nell'Iowa, pensiamo a degli uomini. E non dovrebbe essere così, perché sono le donne a produrre gran parte del cibo nel mondo.

Esiste un leader che ti sia stato di ispirazione per il suo modo di porre l’attenzione sulle questioni legate alle disuguaglianze di genere?

Uno in particolare, e per puro caso è un uomo! Si tratta di Olivier De Schutter, ex relatore per il diritto al cibo dell'Onu, che ha fatto un lavoro straordinario nel mettere in luce come i ruoli di genere debbano cambiare in agricoltura e in tutti i settori. Lo ammiro per il suo pensiero rivoluzionario. Ad esempio, [in questa relazione] sottolinea che mentre le donne rappresentano circa l’80% della forza lavoro in agricoltura, esse possiedono meno dell’1% dei terreni e meno dell’1% del credito offerto agli agricoltori in tutto il mondo riguarda loro.

Si parla molto di migliorare l’alimentazione. Attualmente, il nostro sistema alimentare è fortemente basato su poche colture, come mais, soia e grano. La Union of Concerned Scientists ha un’infografica, denominata Plant The Plate,che sottolinea il divario tra quello che ci viene detto di mangiare (più frutta e verdura) e quanto viene coltivato dagli agricoltori. Pensi che sia importante ampliare la gamma di alimenti che coltiviamo e mangiamo?

Sì, non coltiviamo affatto in maniera diversificata. Gli agricoltori sono bloccati all’interno di un sistema che a livello mondiale li spinge a coltivare sempre le stesse colture. Penso che le persone non sappiano che gli attori coinvolti sono veramente pochi. La maggior parte di quello che mangiamo è nelle mani di una manciata di aziende e ciò ha gravi ripercussioni non solo sull’economia, ma sulla nostra salute. Siamo fuorviati dall’abbondanza che vediamo al supermercato e non ci rendiamo conto che poche aziende hanno il potere di decidere cosa farci mangiare ogni giorno.

Pensi che ci sia maggiore consapevolezza, o un interesse crescente, sul benessere animale?

Assolutamente sì. Le persone stanno iniziando a capire che la somministrazione degli antibiotici agli animali può avere conseguenze anche sulla salute umana. Ed è aumentata la consapevolezza sul benessere animale e sulle questioni di giustizia sociale. Vogliamo mangiare cibo che non venga prodotto sfruttando i lavoratori o le persone in generale. E penso che questa presa di coscienza sia in espansione.


Questo articolo è stato pubblicato originariamente su www.npr.org  

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