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Tristram Stuart: a spada tratta contro lo spreco di cibo

Un forte impegno quotidiano e tante idee innovative sono alla base del successo delle iniziative promosse dall’attivista inglese convinto che il modo migliore per celebrare il cibo sia smettere di sprecarlo.

Inglese, classe 1977. Sin da piccolo Tristram Stuart ha sviluppato un forte senso ambientale e ha lottato contro lo spreco di cibo. Oggi è autore del best seller "Waste: Uncovering the Global Food Scandal", e uno degli attivisti più impegnati nella causa della riduzione dello spreco alimentare che anche BCFN ha sposato e sostiene con passione. Il terzo paradosso alimentare descritto da BCFN riguarda infatti proprio questo argomento e “ridurre del 50% entro il 2020 l’attuale spreco di oltre 1,3 milioni di tonnellate di cibo commestibile” è il primo degli impegni sottoscritti dai firmatari del Protocollo di Milano del 2015.
 
Un tragico spreco di risorse
Tristram sostiene di avere un hobby molto particolare: l’ispezione non ufficiale dei cassonetti. In effetti, la sua curiosità e l’amore per la causa lo hanno portato (e tuttora lo portano) a curiosare nei cestini dell’immondizia e nel retro di ristoranti e supermercati per capire quale e quanto cibo si butta. “Più un paese è ricco, più investe per riempire i propri supermercati e ristoranti di cibo” spiega, ricordando che ogni giorno finisce nell’immondizia una quantità enorme di alimenti che potrebbero essere consumati. Le ragioni sono molte: si va dalle porzioni troppo abbondanti al ristorante, all’idea che solo i cibi “belli” siano degni di occupare un posto sullo scaffale del negozio, per arrivare allo spreco di alimenti mal conservati in casa. “Lo spreco è presente a tutti i livelli della catena alimentare” sostiene Tristram che nel suo libro descrive in dettaglio tutti i passaggi nei quali il cibo si perde. Una parte del cibo coltivato non arriva nemmeno alle nostre tavole per problemi di cattiva coltivazione e conservazione o perché non rispecchia gli standard estetici della società moderna, ovvero ha una forma o una dimensione sbagliata. Inoltre una grande parte delle coltivazioni è destinata a nutrire gli animali per avere carne e latticini. “L’agricoltura è una tappa di successo nella storia dell’uomo, ma dobbiamo renderci conto che stiamo raggiungendo limiti ecologici che il nostro pianeta non può tollerare” spiega. “La produzione di cibo è l’attività singola che ha il maggior impatto sull’ambiente: la deforestazione contribuisce al cambiamento climatico e alla perdita di biodiversità, il metano prodotto dagli allevamenti è un gas serra molto potente, i residui dei pesticidi azotati inducono l’eccesso di produzione di alghe negli oceani, l’agricoltura intensiva depaupera il suolo e richiede grandi quantità di acqua, benzina e altre fonti di energia. La via più ovvia per ridurre il nostro impatto è quello di arrestare lo spreco di cibo. A livello globale sprechiamo un terzo del cibo prodotto, ed è un problema colossale. Eppure la soluzione è semplice, deliziosa ed eccitante: basta cambiare la legislazione sulle date di scadenza dei prodotti, utilizzare anche i prodotti esteticamente imperfetti e bere Toast ale, una birra fabbricata con gli avanzi di pane che versa tutti i suoi profitti a Feedback”. Quest’ultimo è il nome del movimento lanciato, a livello globale, da Stuart per far cambiare le etichette sui cibi nei supermercati.


Tante iniziative per una causa comune
Come contrapporsi in modo efficace allo scandaloso spreco di cibo e di risorse al quale assistiamo? La risposta è piuttosto semplice: mangiando il cibo invece di buttarlo. Per convincere la gente servono però persone come Tristram che mette in pratica quotidianamente le proprie teorie e dimostra con i fatti che la soluzione al paradosso dello spreco alimentare è a portata di mano. “Insieme abbiamo il potere di fermare questo tragica perdita di risorse” afferma l’attivista inglese, promotore di diverse iniziative messe in campo per sensibilizzare le persone alla sua nobile causa.
Una delle più note, Feeding the 5.000, dal 2009 è riuscita a realizzare in diverse città un obiettivo molto ambizioso: preparare 5.000 pasti senza comprare cibo, ma utilizzando solo alimenti destinati a essere buttati. Un evento di enorme successo che coinvolge a diversi livelli tutta la comunità: dai produttori, ai negozianti e ai ristoratori che mettono a disposizione il cibo, alle persone che prestano il proprio aiuto per la preparazione dei piatti, fino alla gente comune che si impegna a ridurre il proprio spreco alimentare e chiede a governi e istituzioni di fare lo stesso.
È impossibile arrivare a un mondo completamente libero dallo spreco alimentare, ma è possibile utilizzare questo cibo di troppo in modo intelligente” sostiene Tristram. Per esempio per nutrire gli animali (e in particolare i maiali, come propone la campagna Pig Idea), evitando così di sprecare terreno, cereali e acqua e limitando le emissioni di gas nell’atmosfera.
E che fare infine di tutti quegli ortaggi che restano nei campi? Ci pensa il Gleaning Network, un gruppo che coordina volontari impegnati a salvare le tonnellate di frutta e verdura che vengono buttate ogni anno. “L’idea è partita dall’Inghilterra, ma si sta allargando all’Europa e speriamo che sempre più paesi vi aderiscano” dice l’ideatore.

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