Studiare il clima e i suoi impatti per gestire meglio le risorse idriche in agricoltura

Studiare il clima e i suoi impatti per gestire meglio le risorse idriche in agricoltura

22 Marzo 2021

Studiare il clima e i suoi impatti per gestire meglio le risorse idriche in agricoltura

Intervista a Monia Santini, direttrice della Divisione Impacts on Agriculture, Forests and Ecosystem Services (IAFES) del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) e coordinatrice del gruppo di ricerca a Viterbo. 

La Divisione di ricerca che coordino si occupa dei feedback tra clima ed ecosistemi terrestri (foreste, agricoltura, suolo) e in tutte queste interazioni l’acqua ha un ruolo centrale” spiega la ricercatrice, ricordando l’importanza di non limitarsi a un approccio solo “meteorologico” al problema e di utilizzarne invece uno multidisciplinare. 

È ciò che succede nella Fondazione CMCC nata all’inizio come un consorzio tra università e centri di ricerca italiani dedicato alle scienze del clima, nel quale non si guarda solo al clima come insieme di fenomeni atmosferici, ma si studia tutto ciò che le variazioni di questi stessi fenomeni, su diverse scale temporali, possono avere sugli ecosistemi e sulle attività umane, per poi arrivare a una valutazione e una quantificazione degli impatti sia fisici sia economici e sociali. 


Nel Centro ogni componente ha expertise diverse e si lavora in due direzioni: studiamo l’impatto del cambiamento climatico sulla natura, sugli ecosistemi, sulla società e sull’economia, ma anche il contrario, ovvero come per esempio le pratiche agricole, gli usi energetici o le scelte politiche possono a loro volta avere un effetto sul clima” dice. “E non ci fermiamo alla teoria, ma ci occupiamo di ricerca per poi andare a fornire strumenti di valutazione e decisionali. C’è molta ricerca applicata” conclude la ricercatrice che, assieme al suo gruppo, collabora da qualche anno con Fondazione Barilla sul tema della sostenibilità alimentare.


Quanta dell’acqua disponibile è utilizzata in agricoltura?

Globalmente circa il 60-70% dell’acqua è usata in agricoltura per colture destinate sia alla produzione di cibo che alla generazione di “bioenergia”, quest’ultima in crescita proprio nell’ambito degli investimenti per la mitigazione dei cambiamenti climatici. E qui si innesca una sorta di prima competizione, perché le stesse colture usate per produrre biocarburanti (ad esempio cereali e soia) sono importanti anche per garantire la disponibilità di cibo sano e sufficiente (food security) a livello globale. Non dimentichiamo poi che, all’uso di acqua per agricoltura, si devono aggiungere gli usi a fini idroelettrici, industriali, domestici (incluso il potabile) e – non meno importante – che un minimo di acqua deve essere lasciata agli ecosistemi per le loro funzioni: quello che viene chiamato uso ‘ecologico’ dell’acqua.


Qual è la situazione idrica oggi in Italia?

L’Italia, essendo inclusa nel bacino del mediterraneo, si trova in un’area che già storicamente a livello climatico è interessata da estati calde e siccitose. Per noi avere estati siccitose non è così strano, diventa strano quando comincia a mancare la pioggia in stagioni nelle quali normalmente i fenomeni sono presenti, come per esempio in autunno. Ecco perché la siccità è uno degli estremi climatici (insieme a quello “opposto” di pioggia intensa) più importanti per noi che siamo già in una regione particolarmente vulnerabile da questo punto di vista. 

Quando gli episodi di siccità cui siamo abituati cominciano ad avere frequenze più elevate, durate maggiori o tempistiche diverse nel corso dell’anno, si crea uno scompenso anche in termini di utilizzo idrico perché l’acqua deve essere prelevata da un’altra fonte, che in base al territorio potrebbe essere sotterranea o superficiale. Indipendentemente dal tipo di fonte, si va comunque ad agire su un sistema che stava servendo altri usi fondamentali, per esempio quello domestico.

Cosa si intende per siccità?

Nell’immaginario collettivo la siccità corrisponde alla mancanza di pioggia, ma questa definizione è incompleta. Già di per sé la siccità ha diverse componenti: esiste la siccità meteorologica (appunto mancanza di pioggia) che poi si trasforma in una siccità idrologica (mancanza di acqua nei corpi idrici superficiali e sotterranei) e poi c’è la siccità agricola (il suolo secco, ovvero la mancanza di acqua nella componente del terreno) ed è stata anche identificata una siccità socio-economica (perché tutti gli aspetti precedenti scatenano una serie di impatti anche dal punto di vista della disponibilità e dell’utilizzo idrico). 

La siccità si caratterizza poi con diversi attributi: non basta dire “non piove”, bisogna capire quando non piove, quanto a lungo non piove, con quanta frequenza si verificano questi periodi di mancata pioggia, e molto altro ancora.

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È importante caratterizzare nel dettaglio questi fenomeni, che sembrano essere solo climatici, per capire quali possono essere gli impatti su settori che utilizzano la risorsa idrica. Nel settore agricolo si potrebbe pensare di compensare l’eventuale mancanza di pioggia con l’irrigazione, ma i corpi idrici da cui si attinge per irrigare vengono ricaricati dalla stessa pioggia e di conseguenza si entra in un circolo vizioso. 


Cosa sta succedendo oggi e cosa ci dobbiamo aspettare per il futuro?

Numerose ricerche e osservazioni mostrano una tendenza verso un aumento dell’aridità e delle temperature nell’area mediterranea, che viene identificata come hot spot del cambiamento climatico per questi due parametri anche nei rapporti dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC). 

Sulla base delle proiezioni da diversi modelli, per tener conto dell’inevitabile incertezza sul futuro, possiamo dire che le tendenze vanno verso un peggioramento della situazione soprattutto nella regione mediterranea e soprattutto in Italia. A livello annuale si stima che pioverà sempre meno in alcune aree soprattutto del Centro-Sud, mentre potrebbe esserci un aumento delle piogge invernali lungo la catena alpina, con probabili hot spot in cui si verificheranno fenomeni più intensi e comunque importanti per l’agricoltura che subirà danni alle coltivazioni e perderà porzioni di suolo a causa di fenomeni di dissesto idrogeologico, dall’erosione superficiale alle frane. 

La tendenza per la nostra area è in effetti preoccupante per diverse ragioni: il clima è sempre più arido e di conseguenza la disponibilità idrica sempre inferiore, con una popolazione che per via degli spostamenti demografici tende a concentrarsi in alcune aree che quindi diventano più vulnerabili alla disponibilità di risorse. Aumentano così i consumi domestici e civili ma anche la richiesta di acqua in agricoltura per soddisfare la maggiore domanda di prodotti agricoli sotto la spinta della crescita demografica globale. Se pensiamo poi ai tipici flussi turistici estivi grazie all’enorme patrimonio di coste e siti naturali e culturali del nostro paese, possiamo intuire come la scarsità idrica rischia di raggiungere condizioni critiche nelle stagioni già aride, con ricarica successiva delle fonti di approvvigionamento sempre più difficoltosa.

Nell’area del mediterraneo tutte queste tendenze sono particolarmente preoccupanti perché insistono su una regione che già di per sé presenta scarsità idrica elevata


Quanto pesano gli sprechi e la cattiva gestione?

In Italia alcuni sistemi di distribuzione dell’acqua presentano perdite che arrivano a, o addirittura superano, il 50%. Di fronte a questi dati appare chiara l’importanza di una corretta gestione, che può essere implementata anche con interventi mirati e rapidi. Senza dubbio l’uomo e le sue scelte hanno un ruolo molto importante: al di là del risparmio idrico del singolo, bisogna ripensare e rinnovare i sistemi di distribuzione, eliminare o ridurre queste perdite che ormai sono inaccettabili, anche sfruttando l’innovazione tecnologica che nasce proprio dai successi della ricerca.

L’agricoltura di precisione può aiutare a ridurre i problemi legati alla carenza di acqua? 

Questo nuovo modo di fare agricoltura senza dubbio può essere di grande aiuto, in particolare quella che viene definita “climate smart agriculture”, ovvero un’agricoltura che tiene conto del clima. Con l’uso di droni, di sensori e di altre tecnologie all’avanguardia è possibile capire il momento migliore e i quantitativi migliori per irrigare o “fertirrigare”, ovvero combinare irrigazione con fertilizzazione. In questo caso l’osservazione si unisce ai modelli di previsione per supportare le decisioni degli amministratori o dei decisori territoriali anche per comprendere quale tipo di coltura è più adatta a quel determinato contesto che sta evolvendo. Certo è che questo tipo di agricoltura richiede un investimento tecnologico, culturale ed economico importante e per tutte queste ragioni è più facile che venga recepito prima dalle grandi aziende e solo in seguito dal piccolo produttore. 

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Come si comunicano i risultati agli utenti finali (agricoltori, aziende, decisori politici)?

Dipende molto dal tipo di progetto nel quale sono stati sviluppati i risultati. Quello che si può dire è che senza dubbio negli ultimi anni la scienza si è molto avvicinata all’utente finale, muovendosi verso una forma di “science for society” anche in base alle richieste e indicazioni internazionali. Per esempio, i report e i risultati che noi producevamo in passato (quantità notevoli di dati, magari a volte difficili da interpretare, ecc.) oggi si affiancano anche a strumenti molto più “user friendly”. 

In particolare facciamo co-produzione e co-valutazione del prodotto anche con l’utente finale: ad esempio si utilizzano questionari e workshop in cui si cerca di capire se il prodotto è davvero interessante e utile per l’utente finale e si cerca di produrre risultati che possano effettivamente essere di supporto alle decisioni pratiche. In ogni progetto, una parte importante del percorso è fatta assieme all’utente finale, per capire cosa davvero è utile per lui e questo è anche un modo per arrivare a toccare diversi livelli di stakeholder, dal decisore politico al pianificatore territoriale, dall’azienda multinazionale al piccolo coltivatore locale. 


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