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Sotto accusa gli accaparratori di terra

Il fenomeno del land grabbing si sta diffondendo e comincia a interessare anche l’Europa. BCFN, attraverso la diffusione del Protocollo di Milano, promuove a livello istituzionale le buone pratiche per un’agricoltura sostenibile.

Dopo acqua e petrolio, è la terra la nuova risorsa su cui gli speculatori hanno puntato gli occhi. Lo dimostra la diffusione del “land grabbing”, ovvero l’acquisizione di terreni su grande scala da parte di privati o di enti governativi con lo scopo di coltivarli a scapito delle popolazioni locali e delle loro abitudini di lavorazione e sfruttamento della terra.
Gli ultimi anni hanno visto un aumento del fenomeno e delle dimensioni delle singole acquisizioni, a scapito dell’identità, dei mezzi di sussistenza e della sicurezza alimentare degli abitanti locali.
Tra i fattori strutturali che riducono l’accesso al cibo vi sono infatti la crescente competizione per la terra agricola e le risorse idriche. È importante notare che la competizione crescente per la terra e l’acqua, insieme alla necessità di rispondere a richieste crescenti di cibo ed energia, ha giocato un ruolo fondamentale nel far emergere, nella prima decade di questo secolo, gli investimenti destinati all’acquisizione di grandi appezzamenti di terreni agricoli (sopra i 200 ettari) per mezzo di concessioni, compravendita o affitto (generalmente tra i 55 e i 99 anni), da parte di diversi tipi di investitori pubblici privati o in partnership.
Non si tratta di un fenomeno illegale (o, per lo meno, non sempre), ma il termine land grabbing è nato proprio per denunciare i casi in cui questi investimenti avvengono senza il consenso libero e informato delle popolazioni autoctone, in condizioni non trasparenti e in violazione dei diritti umani. Il fenomeno riguarda a oggi quasi 60 milioni di ettari di terra per oltre 1.000 investimenti in tutto il mondo, secondo la raccolta dati dell’osservatorio Land Matrix, che pubblica anche una mappa interattiva dei casi segnalati.

Anche in Europa
La disponibilità di grandi tratti di terra a basso costo in aree caratterizzate da abbondanti risorse idriche, condizioni climatiche favorevoli alla coltivazione, manodopera a basso costo e prossimità geografica rispetto ai mercati per l’export ha influenzato in modo determinante la distribuzione e concentrazione geografica di questi investimenti, emersi tra il 2004 e il 2005 e intensificatisi in corrispondenza della crescita del prezzo del cibo sui mercati internazionali e la contrazione dell’economia globale nel 2007-2008.
Studi recenti hanno dimostrato che la scarsità di terra adatta alla coltivazione e di risorse idriche è un fattore determinanti alla base di queste acquisizioni (per esempio, nel caso degli investitori medio-orientali), come anche la necessità di produrre derrate destinate a essere utilizzate come biocarburante. È questo il caso degli investimenti europei, non solo nei paesi in via di sviluppo, ma anche all’interno dello stesso continente europeo. Da qualche tempo, infatti, il fenomeno interessa i terreni più fertili nel cuore dell’Europa, come denuncia lo studio Land Concentration, Land Grabbing and People’s Struggle in Europe , pubblicato dal Transnational Institute (TNI) e realizzato tramite il coordinamento europeo di Campesina e Hands off the land.
Ne emerge un dato inatteso: il 50% dei terreni agricoli europei è nelle mani del 3% dei proprietari terrieri?, una situazione percentualmente simile a quella di Paesi come il Brasile o la Colombia. I Paesi più interessati dal land grabbing sono l’Ungheria, la Romania, la Serbia e l’Ucraina, ma anche Francia, Germania e Austria sono diventati oggetto delle attenzioni dei colossi dell’agro-business.

Il ruolo del Protocollo di Milano
Dopo anni di sottovalutazione del fenomeno, oggi anche le istituzioni sono in prima linea nella ricerca di una soluzione, tra le quali il Secondo impegno inserito nel Protocollo di Milano, promosso da BCFN e sottoscritto durante Expo Milano.
Attraverso questo documento, le istituzioni e i Paesi firmatari “si impegnano a promuovere forme sostenibili di agricoltura e produzione alimentare alla luce dei cambiamenti climatici e nel rispetto delle risorse naturali, con particolare attenzione alle problematiche ambientali, agricole e socioeconomiche”.
All’interno delle buone pratiche segnalate, anche l’impegno “a identificare e proporre leggi per disciplinare la speculazione finanziaria internazionale sulle materie prime e la speculazione sulla terra, oltre che a proteggere le comunità vulnerabili dall’accaparramento della terra da parte di entità pubbliche e private, rafforzando al contempo il diritto all’accesso alla terra delle comunità locali e delle popolazioni autoctone”.

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