Sostenibilità e resilienza: due facce della stessa medaglia?

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Sostenibilità e resilienza: due facce della stessa medaglia?

Sostenibilità e resilienza: due facce della stessa medaglia?

Sono spesso utilizzati come sinonimi, ma i termini sostenibilità e resilienza si riferiscono a due concetti diversi anche se non necessariamente in contrasto tra di loro, dato che ambedue puntano allo sviluppo sostenibile.

In principio erano la sostenibilità e lo sviluppo sostenibile, concetto quest’ultimo introdotto per la prima volta nel 1987 nel “Report of the World Commission on Environment and

Development: Our Common Future”, noto anche come Brundtland report. Ancora oggi la sostenibilità è al centro del dibattito internazionale e rappresenta l’obiettivo primario di molti progetti a livello globale, primo tra tutti quello dei 17 Sustainable Development Goals (Obiettivi di sviluppo sostenibile) delle Nazioni Unite. Sempre più spesso, però, si ricorre al concetto di resilienza che aggiunge una sfumatura nuova alla sostenibilità arricchendola e rendendola forse più adatta al mondo che ci circonda.

Facciamo chiarezza

Non è raro che i termini sostenibilità e resilienza vengano utilizzati come sinonimi, ma a ben vedere si tratta di due concetti decisamente differenti, seppur fortemente legati tra di loro e lo si evince già dalle definizioni. Come si legge nel Brundtland report, parlare di sviluppo sostenibile significa riferirsi a uno sviluppo che soddisfa le necessità di oggi senza compromettere le capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie. In un certo senso si potrebbe dire che l’obiettivo dello sviluppo sostenibile è quello di portare il mondo in uno stato di equilibrio che deve essere mantenuto quanto più stabile possibile. 

Secondo molti esperti questo traguardo è molto difficile – se non impossibile da raggiungere come ribadito dai Sustainable Development Goals – soprattutto nell’attuale scenario che presenta nuove e più complesse sfide di sviluppo e nel quale molti cambiamenti e situazioni di squilibrio sono già realtà e non possono più essere evitate. Entra in campo a questo punto la resilienza, definita dagli esperti del Resilience Center di Stoccolma come “la capacità di un sistema – sia esso un individuo, una foresta, una città o un’economia – di affrontare il cambiamento e continuare nel proprio sviluppo”. “E qualcosa che riguarda il modo in cui gli uomini e la natura possono utilizzare gli shock come per esempio i cambiamenti climatici e le crisi economiche per spronare al rinnovamento e a nuovi modi di pensare” aggiungono, con occhio ai Sustainable Development Goals. 

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Alleate o nemiche?

Se il concetto di sviluppo sostenibile punta a uno sviluppo che possa almeno in parte evitare i cambiamenti e le loro conseguenze negative sull’uomo e sull’ambiente, quello di resilienza si propone invece di arrivare a una condizione nella quale si riesca a confrontarsi e a superare tali cambiamenti senza venirne completamente travolti. A differenza di quanto si potrebbe pensare, passare da politiche che concentrano gli sforzi sull’idea di sostenibilità ad altre che invece si focalizzano sulla resilienza non significa affatto ammettere una sconfitta dell’idea di sviluppo sostenibile, ma piuttosto cambiare punto di vista e integrare diversi approcci per riuscire a raggiungere un risultato migliore. 


Il cosiddetto resilient thinking, infatti, studia quali sono le strategie migliori per gestire sistemi fatti di persone di ambiente che interagiscono tra di loro e si basa su alcuni principi fondamentali che devono essere applicati nei modi e nei momenti più adatti per essere davvero efficaci. Tali principi sono descritti in dettaglio nel blog della CGIAR, dove si possono trovare consigli utili su come tradurre in pratica il concetto di resilienza. 

Sostenibilità e resilienza devono camminare insieme per evitare per funzionare al meglio. E molte delle soluzioni “resilienti” arrivano proprio dai Paesi in via di sviluppo che sono quelli loro malgrado più abituati a dover fare i conti con cambiamenti drammatici e situazioni di carenze (di cibo, acqua, risorse economiche). Gli stessi Paesi che i progetti “sostenibili” chiedono di coinvolgere e mettono al centro di interventi mirati. 


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