Sostenibilità alimentare nelle mense, con il progetto SU-EATABLE LIFE

Sostenibilità alimentare nelle mense, con il progetto SU-EATABLE LIFE

08 Febbraio 2019

Sostenibilità alimentare nelle mense, con il progetto SU-EATABLE LIFE

Un progetto finanziato dalla Commissione europea per dimostrare che cambiare abitudini alimentari anche nel luogo di studio e di lavoro fa bene alla salute e fa bene al Pianeta.

Per contrastare i cambiamenti climatici, anche la buona tavola può aiutare. A condizione di modificare le nostre abitudini alimentari e di scegliere con cura ingredienti e modalità di approvvigionamento e preparazione, in modo da assicurare piatti non solo sani, nutrienti e buoni da mangiare, ma anche sostenibili in senso più ampio: “su-eatable”, come recita l’arguto gioco attorno alla parola inglese “suitable”. Un neologismo che vuole catturare in un’unica parola un approccio sostenibile che punta a reclutare le mense aziendali e universitarie – e col tempo tutti gli operatori del catering - nello sforzo in atto per mitigare l’impatto negativo che anche la produzione alimentare ha sui cambiamenti climatici

Nuove abitudini alimentari per ridurre i cambiamenti climatici

Si chiama infatti “SU-EATABLE LIFE” l’interessante progetto triennale finanziato dalla Commissione europea e presentato in occasione dell’ultimo Forum BCFN all’Hangar Bicocca di Milano: “Il progetto avviato nel settembre del 2018 in collaborazione con BCFN ambisce a dimostrare che il cambiamento delle abitudini alimentari può avere un significativo effetto ecologico” ha spiegato il coordinatore del progetto Riccardo Valentini, che dirige la divisione impatti del clima presso il Centro Euromediterraneo sui Cambiamenti Climatici  ed è membro del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, IPCC, che nel 2007 ha ricevuto il Premio Nobel per la pace. Valentini, che oggi insegna all’Università della Tuscia di Viterbo, è un pioniere delle ricerche sul ruolo che i sistemi agro-forestali hanno nei cambiamenti climatici e nell’effetto serra, ricerche pubblicate sulle più importanti riviste scientifiche, tra cui Science e Nature (un suo articolo sugli effetti della siccità del 2003 in Europa, pubblicato su Nature nel 2005, ha ricevuto quasi 1.800 citazioni nella letteratura scientifica).

Un taglio allo spreco alimentare

I dati mostrano che, mangiando meno carne e riducendo lo spreco alimentare, i consumatori europei potrebbero ogni anno ridurre il consumo di acqua di due milioni di metri cubi, e produrre circa 5.300 tonnellate di emissioni di CO2 in meno” ha spiegato Valentini. Se è vero che gran parte del Pianeta è abitato da persone che mangiano poco e male (si stima che oltre 821 milioni soffrano la fame), nei paesi ricchi si sprecano quantità di cibo quasi equivalenti, che non nutrono nessuno e peggiorano la situazione ambientale. 

Ognuno può, a livello individuale, modificare le proprie abitudini alimentari e i propri consumi riducendo lo spreco alimentare e mettendo in tavola più verdure e cereali, così come indicano le raccomandazioni contenute nella doppia piramide BCFN in tema di alimenti che uniscono l’elevato valore nutrizionale al basso impatto ambientale. Ma la scommessa è quella di riuscire a introdurre questa filosofia, e quindi queste nuove abitudini alimentari, nel mondo della ristorazione professionale, dei ristoranti e delle mense universitarie e aziendali, a partire da quella di Barilla, a Parma, e da quelle di alcune università inglesi. 

L’obiettivo principale è invogliare i consumatori a sostituire la carne, e in particolare le carni rosse, con proteine vegetali: “Riducendo il consumo di carne rossa a due porzioni alla settimana, si potrebbe ridurre l’area dedicata all’allevamento di tre quarti a livello globale: una superficie pari a quella di Europa, Stati Uniti, Cina e Australia messi insieme” spiega Valentini. Un altro beneficio enorme si avrebbe in termini di consumo di acqua. “Se il mondo fosse a prevalenza vegana, le emissioni di gas-serra legate alle attività agricole sarebbero del 70% più basse di quelle odierne”. 


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