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Sfamare il pianeta rispettando cop21 con la dieta sostenibile

Alla vigilia della Giornata Mondiale della Terra e della ratifica da parte degli Stati dell’Accordo preso lo scorso 12 dicembre a Parigi durante COP21, la Fondazione BCFN sottolinea l’impatto che hanno le nostre scelte alimentari quotidiane e l’importanza di adottare diete sostenibili per preservare il benessere dell’uomo e del pianeta.

Nel 2050 la crescita demografica arriverà a oltrepassare i 9 miliardi di persone con una richiesta di cibo che crescerà del 56 per cento. In questo scenario di aumento della produzione alimentare e di conseguente impatto ambientale potrebbe sembrare difficile mantenere il riscaldamento globale entro i 2˚C, obiettivo prefissato lo scorso dicembre durante la Conferenza di Parigi (COP21). Ma per sfamare più persone, la soluzione non è produrre di più. Sprechiamo infatti un terzo della produzione globale di alimenti, il che equivale a quattro volte la quantità necessaria a nutrire 795 milioni di persone affamate nel mondo. Lo spreco ha anche una forte ricaduta sull’ambiente perché il cibo che si decompone rilascia gas metano, un gas serra 20 volte più potente dell’anidride carbonica. Ecco, allora, che l’adozione di una dieta sostenibile secondo il modello della Doppia piramide alimentare e ambientale – che promuove la dieta mediterranea con benefici per la salute dell’uomo e dell’ambiente – di pari passo con la lotta allo spreco di cibo per ridurlo del 50 per cento entro il 2020, obiettivo perseguito dal Protocollo di Milano, diventano i passi fondamentali da compiere.

L’agricoltura che divora il pianeta
Si fa sempre più forte la necessità di ridurre le emissioni di gas serra dovute all’utilizzo dei combustibili fossili, deforestazione tropicale e intensificazione dell’agricoltura. La deforestazione tropicale legata all’espansione di nuove terre agricole, infatti, produce emissioni pari a 3,6 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno, ma è l’attività agricola quella che ha un impatto senza precedenti sulle emissioni di gas serra, con circa 6,2 miliardi di tonnellate di CO2 equivalenti, e che si conferma come il terzo settore per emissioni di gas serra dopo quello dell’energia e dei trasporti. Come sottolineato anche dal WWF Italia, è l’agricoltura a sfruttare maggiormente la superficie globale delle terre emerse: quasi il 40 per cento della superficie terrestre, infatti, è sottoposto alle attività agricole e zootecniche, provocando il 70 per cento dell’utilizzo di acqua dolce a livello mondiale per l’irrigazione dei campi coltivati e causando la più grande perdita di biodiversità.

L’Esposizione Universale di Milano e COP21 hanno avuto il grande merito di portare all’attenzione di media e opinione pubblica i grandi temi legati al paradigma cibo – uomo – pianeta, ma se da un lato Expo 2015 non ha pienamente sviscerato i paradossi legati al cibo, dall’altro durante la Conferenza di Parigi non si è discusso del suo impatto sui cambiamenti climatici, soprattutto in vista degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibili del Millennio” dichiara Paolo Barilla Vice Presidente della Fondazione BCFN. “L’impatto maggiore sull’ambiente è causato da quello che mangiamo, stiamo letteralmente divorando il nostro pianeta. Eppure durante COP21 si è parlato troppo poco di diete sostenibili. Il cibo deve tornare al centro delle agende di tutti i protagonisti: dalla comunità scientifica alle aziende, dalle istituzioni ai cittadini, ciascuno nel suo ambito può e deve avere un ruolo determinante. È quello che cerchiamo di fare con le attività della Fondazione BCFN, promuovendo un’informazione che permetta alle persone di compiere scelte alimentari quotidiane consapevoli” conclude Barilla.

Tutela del suolo e agricoltura sostenibile
Il tema dell’alimentazione non può prescindere da quello dell’agricoltura sostenibile. In quest’ottica, il primo problema da affrontare è quello della tutela del suolo. Secondo la FAO (Food and Agriculture Organization), il 25 per cento dei suoli del pianeta è gravemente danneggiato e solo il 10 per cento mostra qualche cenno di miglioramento. Negli ultimi 40 anni è diventato improduttivo il 30 per cento dei terreni coltivabili. E se guardiamo all’Europa, uno dei continenti il cui territorio è utilizzato in modo estremamente intensivo, tra insediamenti abitativi, sistemi di produzione (incluse l'agricoltura e la silvicoltura) e infrastrutture, la percentuale di suolo sfruttato raggiunge l’80 per cento. Eppure, al tempo stesso, l’agricoltura sostenibile e la pratica di quella urbana si stanno configurando come una delle vie percorribili per mitigare gli effetti del cambiamento climatico, ridurre le patologie legate all’alimentazione e i costi connessi, e per rendere le città più vivibili.

Un esempio di approccio integrato che tiene conto delle diverse sfide riguardanti la sicurezza alimentare e i cambiamenti climatici è la cosiddetta Climate Smart Agriculture che si pone l’obiettivo di migliorare la sostenibilità economica offrendo supporto allo sviluppo delle entrate economiche del settore agricolo e sociale, sviluppando la resilienza del sistema alimentare ai diversi effetti del cambiamento climatico e ambientale fino a ridurre o eliminare le emissioni di gas serra.

Lotta allo spreco di cibo 
Se gli sprechi alimentari fossero rappresentati da un Paese, questo sarebbe il terzo principale produttore di anidride carbonica, dopo Stati Uniti e Cina. Dati del 2012 hanno evidenziato che in Italia si spreca il 35 per cento dei prodotti freschi (latticini, carne, pesce), il 19 per cento del pane e il 16 per cento di frutta e verdura, determinando una perdita di 1.226 milioni di m3 l’anno di acqua, pari al 2,5 per cento dell’intera portata annua del fiume Po, con un’immissione generale nell’ambiente di 24,5 milioni di tonnellate CO2 l’anno.
Lo spreco di cibo non è soltanto quello che si verifica nella parte finale della catena alimentare, durante la distribuzione, la vendita e il consumo, ma è anche la perdita che avviene nella fase di produzione agricola, dopo la raccolta e con la trasformazione degli alimenti. Sprechi e perdite sono profondamente influenzati dalle condizioni locali specifiche dei diversi Paesi. Lo spreco di cibo da parte dei consumatori è in media tra i 95 e i 115 kg pro capite all'anno in Europa e nel Nord America mentre i consumatori di Africa sub-sahariana, sud e sud-est asiatico, ne buttano via circa 6-11 kg all'anno. Nei paesi in via di sviluppo il 40 per cento delle perdite avviene dopo la raccolta o durante la lavorazione, mentre nei paesi industrializzati più del 40 per cento delle perdite si verifica nelle fasi di vendita al dettaglio e consumo finale. Complessivamente, tuttavia, i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo tendono a dissipare all'incirca la stessa quantità di cibo, rispettivamente 670 e 630 milioni di tonnellate.


Allo scopo di ridurre gli sprechi alimentari e auspicando a una legislazione di livello europeo sul tema, è recentemente nata una petizione sulla piattaforma Change.org, proposta da Daniele Messina. Ispirata al Protocollo di Milano lanciato da BCFN, questa raccolta ha già superato le 750.000 firme: un esempio concreto di come ognuno di noi può prendere attivamente parte al cambiamento.
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