Meno carne per proteggere l’ambiente

Meno carne per proteggere l’ambiente

18 Luglio 2018

Meno carne per proteggere l’ambiente

È ormai certo che l’allevamento di animali a fini alimentari costituisce un problema per la sostenibilità ambientale. Le soluzioni, a parte la scelta di passare al vegetarianesimo o al veganesimo, potrebbe comprendere a breve anche la carne prodotta in laboratorio.

Ridurre il consumo di prodotti animali e aumentare l'assunzione di frutta verdura e legumi, si sa, porta una serie di benefici per la salute, proteggendo soprattutto contro malattie cardiache e cancro. Un'alimentazione a base di vegetali riduce anche il rischio di diabete di tipo 2 e obesità, associandosi così ad una maggiore durata della vita. 

Tuttavia l’allevamento di bestiame rappresenta ancora un fattore importante nell’economia mondiale, se si pensa inoltre che nei Paesi in via di sviluppo il consumo di carne è aumentato del 56 per cento negli ultimi decenni; anzi, secondo le stime della FAO, la produzione mondiale di carne potrebbe addirittura raddoppiare entro il 2050. La domanda crescente ha portato inevitabilmente ad un conseguente aumento della deforestazione e del sovra-pascolamento in alcuni paesi come il Brasile, rendendo di fatto l’allevamento una fonte importante di problemi ambientali: esso infatti è responsabile di circa un quinto delle emissioni globali di gas serra, e contribuisce in maniera considerevole all’inquinamento idrico. Ciò avviene in vari modi, ricorda ancora la FAO, ed il settore zootecnico si intensifica rapidamente, con conseguenti serie implicazioni per la qualità dell'acqua. I tipi di inquinamento delle acque includono nutrienti (azoto e fosforo dai fertilizzanti e dagli escrementi animali), pesticidi, sedimenti, materia organica, agenti patogeni (E. coli per esempio), metalli (selenio) e inquinanti vari (residui di farmaci, ormoni e additivi per mangimi).


Il ruolo di un’alimentazione senza carne

Alcuni sostengono che diventare vegetariani (o meglio ancora, vegani) sia l'unica strada sensata per combattere deforestazione e problemi affini, oltre che la miglior scelta etica contro gli allevamenti intensivi. Uno studio del 2017, condotto da Helen Harwatt e pubblicato sulla rivista Climatic Change, ha mostrato, ad esempio, che se tutti gli americani sostituissero la carne bovina con i fagioli, il paese sarebbe vicino a raggiungere gli obiettivi di gas serra concordati da Barack Obama per il 2020.

Ci sono altre alternative? La soluzione potrebbe essere, più che eliminare il consumo di carne tout court, ridurne la quantità e al contempo migliorarne la qualità. 

Un esempio è il movimento dell’allevamento biologico, fondato dal pioneristico Sir Alfred Howard, mercato ancora piccolo in Europa, ma in rapida crescita. Esistono poi altri modelli agricoli, nessuno dei quali, però, riesce davvero a eliminare l’impatto dell’allevamento sugli ecosistemi. Ecco perché molti si sono lanciati nel tentativo di produrre carne in laboratorio. 


Carne in provetta

Quando si parla di carne in laboratorio non si fa riferimento ai sostituti della carne, di origine vegetale, ma a vera e propria carne. Infatti, alcune aziende high tech stanno lavorando ad una “carne pulita”, creata fibra per fibra in provetta, priva di antibiotici o altri residui d’allevamento. Un esempio, la compagnia israeliana SuperMeat fondata nel 2015 e che conta di immettere sul mercato i propri prodotti entro i prossimi tre anni. SuperMeat preleva (senza provocare dolore) cellule dal pollo, che vengono poi coltivate in laboratorio, permettendo quindi di evitare allo stesso tempo la sofferenza dei pollai e tutti i conseguenti problemi a livello di ecosistema. La carne sintetica è infatti anche eco-sostenibile: secondo una ricerca condotta dalle università di Oxford e Amsterdam, consentirebbe una riduzione fino al 98 per cento delle emissioni di gas serra, del 99 per cento nello sfruttamento del territorio e fino al 96 per cento nel consumo di acqua.


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