Negli USA tanto spreco alimentare e poca consapevolezza

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Negli USA tanto spreco alimentare e poca consapevolezza

Negli USA tanto spreco alimentare e poca consapevolezza

I dati che arrivano da Oltreoceano sottolineano che la strada da compiere per ridurre lo spreco alimentare da parte dei consumatori è ancora lunga e richiede soluzioni mirate e azioni forti, come una migliore educazione alimentare che riduca l’impronta ecologica dei consumi.

Nel settembre 2015 l’amministrazione Obama ha fissato un grande obiettivo di sostenibilità alimentare per gli Stati Uniti: dimezzare lo spreco di cibo nel paese entro il 2030. Un traguardo perfettamente in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, ma che si scontra con i numeri attualmente disponibili secondo i quali gli statunitensi sprecano 37 miliardi di chilogrammi di cibo ogni anno, molto spesso senza nemmeno rendersi conto che questo è un problema per una scarsa educazione alimentare generale. 

Nei Paesi a elevato reddito come gli Stati Uniti la quota di cibo buttata o sprecata a livello di venditori e consumatori finali è davvero impressionante” affermano i ricercatori della Ohio State University autori di una ricerca sul tema dell’impronta ecologica dello spreco alimentare recentemente pubblicato sulla rivista scientifica PlosOne, aggiungendo che nel 2010 si sono perse ogni giorno 1.249 calorie per ciascun abitante statunitense, nei due terzi dei casi proprio a causa dei consumatori finali. 


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Chi ha paura dello spreco?

Il sondaggio condotto per fare da base allo studio su un campione rappresentativo della popolazione adulta statunitense ha messo in luce alcuni degli atteggiamenti e delle convinzioni tipici degli americani che sono all’origine dello spreco alimentare e che sono probabilmente comuni anche ad altri Paesi industrializzati. La scarsa consapevolezza, legata alla scarsa educazione alimentare, rappresenta senza dubbio un fattore determinante: solo il 53 per cento degli intervistati vede lo spreco di cibo come un problema. 

Dallo studio emerge anche che il 77 per cento circa degli statunitensi, in particolare le donne, si sente in colpa di fronte allo spreco di prodotti alimentari, ma meno di sei su 10 pensano che buttare cibo possa creare danno all’ambiente e solo quattro su 10 ritengono che buttare cibo sia una delle principali fonti di spreco di denaro in famiglia, con una scarsa consapevolezza dell’impronta ecologica dei propri consumi. 

Molti consumatori (70%) sono convinti che buttare il cibo dopo la data di scadenza indicata sulla confezione sia una buona norma per proteggere se stessi e i propri familiari da infezioni legate agli alimenti, mentre altri (60%) sostengono che lo spreco alimentare sia giustificato dal desiderio di cibo sempre fresco e saporito. C’è anche chi dice di non avere tempo di dedicarsi al problema dello spreco alimentare: la percezione di almeno otto americani su 10 è di essere in linea con il resto dei consumatori come quantità di cibo buttato e per circa la metà degli intervistati è difficile ridurre ulteriormente gli sprechi a tavola.  


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Soluzioni su misura

“Le prime cose sulle quali lavorare per migliorare la situazione sono senza dubbio la consapevolezza e l’informazione dei consumatori, senza le quali non è possibile mettere in campo strategie efficaci per combattere il problema dello spreco alimentare” spiegano gli esperti della Ohio State sottolineando la necessità di soluzioni mirate per ciascuno degli aspetti emersi dalla ricerca. 

Per esempio, per contrastare la convinzione che il livello di spreco di cibo individuale sia in un certo senso “nella norma” potrebbe essere utile creare strumenti capaci di misurare in modo più preciso lo spreco di ciascuna famiglia, come per esempio una app per smartphone alla quale gli autori dello studio stanno lavorando. Un altro intervento particolarmente utile in Paesi ad alto reddito come gli Stati Uniti dove è pensabile buttare cibo senza incidere troppo sul budget familiare dovrebbe riguardare l’etichettatura dei prodotti in commercio. 

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Numerosi studi scientifici dimostrano infatti che, nonostante le convinzioni più diffuse, consumare prodotti alimentari dopo la data di scadenza indicata in etichetta non rappresenti una fonte di malattia, tranne che per alcune specifiche categorie, come la carne e il pesce fresco, il latte e altri alimenti non lavorati. Ancora una volta entra in gioco la corretta informazione, unico strumento che può davvero spiegare ai consumatori il significato dei messaggi riportati sulle confezioni (tra le quali anche il reale significato delle date di scadenza) e il loro legame con la salute.

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