Lo spreco di cibo ai tempi della pandemia

Lo spreco di cibo ai tempi della pandemia

08 Maggio 2020

Lo spreco di cibo ai tempi della pandemia

Il cambiamento delle abitudini e le restrizioni negli spostamenti imposte dalla pandemia di COVID-19 stanno avendo un impatto enorme anche sullo spreco e la perdita di cibo a livello globale.

Bar e ristoranti chiusi, persone costrette a casa a causa del lockdown e limitazioni dei traffici commerciali stanno cambiando drasticamente le abitudini alimentari della popolazione mondiale e i sistemi di produzione e vendita di cibo. Dai colossi multinazionali ai piccoli agricoltori dei Paesi in via di sviluppo, la pandemia da COVID-19 ha un effetto ben visibile e, purtroppo, in molti casi negativo, su uno dei paradossi del sistema alimentare moderno: la perdita e lo spreco di cibo. Un dato cui guardare con occhi ancora più attenti nell’era del coronavirus, alla luce dei numeri attuali dello spreco (il 33% di tutto il cibo prodotto viene perso o buttato ogni anno). 


L’impatto sui produttori

Agricoltori che in Ohio e Wisconsin buttano migliaia di litri di latte, un produttore dell’Idaho che scava un enorme fossato per buttare oltre mezza tonnellata di cipolle, trattori che in nel sud della Florida sono utilizzati per arare il terreno, portando sotto terra fagioli e cavoli che nessuno richiede. Si apre così un articolo del New York Times sulla crisi legata alla pandemia di COVID-19 tra i produttori statunitensi che, a causa della chiusura di scuole e bar/ristoranti, sono già stati costretti a distruggere decine di tonnellate di cibo rimasto invenduto. È quello che la FAO definisce perdita di cibo (food loss), un aspetto dello spreco alimentare che in genere si fa sentire con maggior forza nei Paesi in via di sviluppo, ma che nell’era della pandemia colpisce anche i Paesi sviluppati. Per ovviare al problema e limitare lo spreco, molti produttori stanno donando la merce invenduta ad associazioni umanitarie, sempre più subissate da richieste di persone indigenti, ma anche in questo caso si tratta di una soluzione solo parziale dato il numero limitato di frigoriferi per conservare i prodotti e di volontari per la consegna. E nemmeno il commercio internazionale può venire in aiuto in un momento nel quale i clienti oltre confine stanno lottando contro la pandemia e le fluttuazioni dei prezzi rendono in alcuni casi poco conveniente puntare sulle esportazioni. 


Dalla donazione alla programmazione

Affrontare questa nuova crisi non è semplice, ma le iniziative non mancano come si legge in un articolo pubblicato da Food Tank, organizzazione non profit statunitense fondata nel 2013, con la quale Fondazione Barilla ha stretto da anni una solida partnership

Si va dalla più “classica” donazione ad associazioni di sostegno ai più bisognosi, a software per limitare lo spreco nei supermercati, passando dall’utilizzo dei prodotti invenduti per ottenere energia o composti organici da utilizzare per le confezioni alimentari o in agricoltura.

Non mancano infine le raccolte fondi come quella messa in campo da ReFED, organizzazione che analizza soluzioni contro lo spreco alimentare e che sta lavorando per evitare lo spreco e portare cibo a chi ne ha bisogno attraverso l’iniziativa COVID-19 Food Waste Solutions Fund, fresca di lancio.

Come cambia l’approccio al consumo

All’inizio si è parlato di “acquisti da panico”, ovvero di corse all’acquisto di ogni tipo di bene - alimentare e non - che potesse essere di aiuto o di conforto nel corso della pandemia. Non sono bastati gli appelli dei governi a evitare questo tipo di comportamenti che, nei Paesi occidentali, si è tradotto in scaffali dei supermercati completamente vuoti e frigoriferi e dispense di casa inutilmente piene. Proprio questo accumulo di cibo ha fatto sì che, almeno nelle fasi davvero iniziali della pandemia, lo spreco di cibo legato al consumo domestico aumentasse ulteriormente laddove tale spreco era piuttosto elevato già prima dell’emergenza coronavirus. “I cittadini del Regno Unito hanno accumulato cibo per un valore di 1 milione di sterline nelle ultime due settimane, con pane, caschi di banane e confezioni di pollo ancora chiuse buttate dopo aver superato la data di scadenza” scriveva all’inizio di aprile Sam Hinton della Anaerobic Digestion and Bioresources Association (ADBA) sulla rivista Circular

A onor del vero, va però sottolineato che la pandemia in alcuni casi ha modificato in meglio le abitudini dei consumatori, portando anche a una riduzione degli sprechi alimentari in Paesi che non appartengono all’area occidentale. Da un articolo recentemente pubblicato su Environment, Development and Sustainability, sembra per esempio che in Tunisia il lockdown legato alla pandemia abbia migliorato i comportamenti dei consumatori nei confronti dello spreco di cibo, tanto che l’85% dei partecipanti allo studio ha dichiarato di non buttare nulla di quanto acquistato e che la maggior parte degli intervistati ha messo in atto strategie per risparmiare, conservare e consumare gli avanzi. “Questo diverso atteggiamento nei confronti dello spreco di cibo sembra più legato al contesto socio-economico creato da COVID-19 che ad un atteggiamento pro-ambiente” dichiarano con onestà gli autori della ricerca. 

Resta il fatto che la riscoperta di alcuni cibi nuovi e fatti in casa e una maggiore attenzione alla programmazione dei pasti, resa necessaria dalle chiusure di bar e ristoranti e dalle limitate possibilità di movimento, potrebbe rimanere anche dopo la pandemia, aiutando a ridurre lo spreco domestico. 



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