La liberalizzazione del commercio agricolo ha messo a repentaglio la sicurezza alimentare

La liberalizzazione del commercio agricolo ha messo a repentaglio la sicurezza alimentare

24 Maggio 2018

La liberalizzazione del commercio agricolo ha messo a repentaglio la sicurezza alimentare

KUALA LUMPUR E SYDNEY, 21 maggio 2018 (IPS) - L’agricoltura è fondamentale per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG). Come osserva l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), “Dal porre fine alla fame e alla povertà, al lottare contro i cambiamenti climatici, al sostenere le risorse naturali: cibo e agricoltura sono al centro dell’Agenda 2030.”


Per molti la risposta a fame e povertà sta nell’accelerare la crescita economica, presumendo che l’alta marea sia in grado di risollevare tutte le barche, anche le più fragili e quelle che stanno affondando. I più ritengono che tutto ciò che occorre sia la liberalizzazione del mercato, i diritti di proprietà e forse una minima fornitura di infrastrutture da parte dello stato.

Il ruolo del governo dovrebbe essere limitato a rafforzare lo stato di diritto e a garantire politiche commerciali e di investimento aperte. In un ambiente così favorevole alle imprese, il settore privato sarebbe fiorente. Di conseguenza, gli interventi statali proattivi o le politiche di sviluppo agricolo sarebbero un errore, in quanto impedirebbero ai mercati di funzionare correttamente.

Questa visione nega la possibilità di fallimento del mercato. I disordini sociali, dovuti all'espropriazione dei piccoli proprietari terrieri, o altre ripercussioni sulle condizioni di vita semplicemente non vengono contemplati.



Ricette viziate

Questo approccio fu imposto ad Africa e America Latina negli anni Ottanta e Novanta tramite i programmi di aggiustamento strutturale delle istituzioni di Bretton Woods (BWI), contribuendo ai loro “decenni perduti”. Secondo l’influente Rapporto Berg della Banca Mondiale, il presunto vantaggio comparato del continente africano risiedeva nell’agricoltura e questo potenziale sarebbe stato sfruttato al meglio lasciando che il mercato facesse il suo corso.

Se solo lo stato avesse smesso di “spremere” l’agricoltura tramite organismi per la commercializzazione e altre distorsioni dei prezzi, i produttori agricoli avrebbero raggiunto spontaneamente una crescita basata sulle esportazioni. Quasi quattro decenni più tardi, l’Africa è passata dall’essere un esportatore netto di cibo a un importatore netto, sfruttando solo una minima percentuale del proprio enorme pontenziale agricolo.

Esaminando le cause di questo deprimente risultato, un rapporto della FAO ha concluso che “gli argomenti a favore di una maggiore liberalizzazione sono tendenzialmente basati su studi analitici che non sanno riconoscere o sono incapaci di incorporare le conoscenze derivate dalle pubblicazioni relative allo sviluppo agricolo”.

In effetti, i produttori agricoli di molti Paesi in via di sviluppo sono alle prese con ampi fallimenti del mercato, causa della riduzione dei surplus necessari per investire in attività a più elevato valore aggiunto. Il rapporto della FAO ha inoltre sottolineato che “la diversificazione in attività a valore aggiunto più elevato nei casi di crescita basata sull’agricoltura... richiede interventi significativi da parte dello stato nelle prime fasi dello sviluppo, per alleviare la natura pervasiva dei fallimenti del mercato”.



Haiti: una tragedia evitabile

All’indomani del devastante terremoto che ha colpito Haiti nel 2010, l’ex presidente statunitense Bill Clinton si è scusato di avere distrutto la produzione risicola della nazione caraibica costringendola a importare riso americano sovvenzionato, con una conseguente intensificazione della povertà e dell’insicurezza alimentare dell’isola.

Fino ai primi anni Ottanta, ovvero per circa due secoli dall’indipendenza avvenuta nel 1804, Haiti era autosufficiente nella produzione di riso. Quando negli anni Settanta il presidente Jean-Claude Duvalier si rivolse alle istituzioni di Bretton Woods, le società americane cominciarono a fare pressione per una liberalizzazione del commercio dei prodotti agricoli, allontanando le precedenti preoccupazioni relative alla sicurezza alimentare.

L’influenza delle società americane aumentò dopo che il colpo di stato del 1986 portò al potere il generale Henri Namphy. Quando il governo “populista” eletto di Aristide dialogò con le associazioni e i sindacati di agricoltori per salvare la produzione risicola haitiana, il Fondo monetario internazionale si oppose agli interventi pubblici.

Così, negli anni Novanta, i dazi sul riso importato erano stati dimezzati. Gli aiuti alimentari dalla fine degli anni Ottanta ai primi anni Novanta contribuirono ulteriormente al calo dei prezzi alimentari, con effetti devastanti sulla produzione risicola haitiana, in quanto il riso non sovvenzionato prodotto a livello locale non poteva competere quello più economico importato dagli USA.

Dall’autosufficienza nella produzione di riso, zucchero, pollame e carne suina, Haiti, profondamente impoverita, divenne il quarto importatore di riso statunitense e il primo importatore caraibico di alimenti prodotti negli USA. Nel 2010 il Paese importava l’80% del riso consumato a livello nazionale e il 51% di tutto il fabbisogno alimentare, rispetto al 19% negli anni Settanta.


Sussidi agricoli

Mentre i Paesi in via di sviluppo sono stati esortati ad abbandonare le politiche di sicurezza alimentare e sostegno all’agricoltura, i Paesi sviluppati hanno aumentato i sussidi per la propria agricoltura, compresa la produzione alimentare. Ad esempio, la politica agricola comune dell’Unione Europea (PAC) sostiene gli agricoltori e la produzione alimentare da oltre cinquant’anni.

Tale politica si è rivelata essenziale per garantire la sicurezza alimentare e fisica dei cittadini europei dopo la Seconda guerra mondiale. Per Phil Hogan, Commissario all’Agricoltura e allo Sviluppo Rurale dell’UE, “La PAC è alla base di un comparto agroalimentare dinamico, che fornisce 44 milioni di posti di lavoro nell’UE. Dovremmo sfruttare maggiormente questo potenziale”.

Nonostante un sostegno minore in alcuni Paesi OCSE, gli agricoltori ricevono comunque prezzi in media del 10% superiori rispetto ai livelli del mercato internazionale. In una relazione dell’OCSE si osserva che “i benefici derivanti dall’agricoltura per i Paesi in via di sviluppo potrebbero aumentare sostanzialmente se molti Paesi membri dell’OCSE riformassero le proprie politiche agricole. Attualmente, l’agricoltura è l’ambito in cui i Paesi OCSE creano la maggior parte delle distorsioni di mercato, sovvenzionando la produzione e le esportazioni e imponendo dazi e barriere non tariffarie sul commercio”.

Due pesi e due misure

Se i Paesi ricchi possono beneficiare di politiche agricole, anche i Paesi in via di sviluppo dovrebbero essere autorizzati ad adottare politiche appropriate a sostegno dell’agricoltura, per affrontare non solo fame e malnutrizione, ma anche altre sfide, quali la povertà, l’accesso all’acqua e all’energia, i cambiamenti climatici, nonché la produzione e i consumi non sostenibili.

Dopotutto, per combattere la fame non occorre semplicemente incrementare la produzione alimentare, ma anche rafforzare le capacità (compresi i redditi reali), in modo che le persone abbiano sempre accesso a cibo a sufficienza.

Poiché la maggior parte dei Paesi in via di sviluppo dispone di risorse finanziarie modeste, in genere non può permettersi ingenti sussidi agricoli, comuni nelle economie dei Paesi OCSE. Non sorprende dunque che molti Paesi in via di sviluppo “proteggano” il proprio sviluppo agricolo e la propria sicurezza alimentare.

Per questo, un approccio “universale” all’agricoltura, che preveda le stesse regole per tutti senza tenere conto della diversità delle circostanze, sarebbe profondamente ingiusto. Peggio ancora, esacerberebbe l’insicurezza alimentare, la povertà e il sottosviluppo di molti Paesi africani e in via di sviluppo.


Di Jomo Kwame Sundaram e Anis Chowdhury

Jomo Kwame Sundaram, ex professore di economia, è stato Assistente Direttore Generale per lo sviluppo economico e sociale presso la FAO e nel 2007 è stato insignito del Wassily Leontief Prize for Advancing the Frontiers of Economic Thought (Premio per l’espansione delle frontiere del pensiero economico).

Anis Chowdhury, Professore Associato presso la Western Sydney University (Australia), ha ricoperto posizioni di rilievo presso le Nazioni Unite a New York e Bangkok.


Articolo pubblicato originariamente su  www.ipsnews.net

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