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cibo e sostenibilità

Le pratiche agro-culturali indigene sono la chiave per salvaguardare la biodiversità e mitigare il cambiamento climatico

All'inizio di maggio 2017, la Global Alliance for the Future of Food ha organizzato il suo 2°Dialogo Internazionale, al quale hanno partecipato oltre 250 esperti di sistemi alimentari a livello locale e globale. Lo scopo era quello di analizzare in modo più approfondito il rapporto tra cambiamento climatico e sistemi alimentari e di proporre nuove visioni dei sistemi alimentari di cui abbiamo e avremo bisogno, individuando potenziali percorsi per modellarli.

In qualità di membro della Global Alliance, la Fondazione Barilla Center for Food and Nutrition (BCFN) ha finanziato la partecipazione all’evento per sei dei suoi giovani Alumni. Uno di loro, Michele Pedrotti, ha intervistato Phrang Roy, coordinatore delle attività globali di Indigenous Partnership for Agrobiodiversity and Food Sovereignty, consigliere di Slow Food International, membro di IPES-Food e presidente della North East Slow Food & Agrobiodiversity Society (NESFAS), Meghalaya, ponendo una serie di domande per comprendere quale strada i sistemi agricoli e alimentari dovrebbero imboccare affinché sia possibile contrastare il cambiamento climatico.

Attraverso il Dialogo Internazionale e il suo lavoro nel complesso, la Global Alliance mira a riunire vari stakeholder provenienti da diversi settori, aree geografiche e posizioni ideologiche per favorire uno scambio di idee globale e concreto su problemi centrali connessi al passaggio a sistemi alimentari sostenibili. In quest’ottica siamo dunque onorati di mettere a disposizione queste interviste per dare un contributo alla riflessione, alla discussione e al dibattito sulla riforma dei sistemi alimentari.


I sistemi alimentari indigeni e le conoscenze locali ci ricordano come dovrebbe essere un sistema alimentare sostenibile e dovrebbero spingerci a una transizione verso politiche alimentari che possano mitigare efficacemente il cambiamento climatico.

D: In che modo il suo lavoro ha a che vedere con i sistemi alimentari sostenibili e il cambiamento climatico? Perché è importante portare i sistemi alimentari al centro del dibattito sul cambiamento climatico?

Phrang Roy (PR): Ho passato la mia vita lavorando a fianco di comunità indigene di tutto il mondo, principalmente per difendere il loro diritto ad avere la libertà di scegliere gli alimenti da coltivare e come consumarli. I governi fanno spesso pressione sulle comunità e cercano di cambiare le loro abitudini e la loro conoscenze tradizionali, considerate inferiori rispetto a quelle promosse dal governo.

Così facendo, obbligano queste comunità a cambiare i loro sementi, a usare fertilizzanti chimici e, in generale, a rendere omogenei i loro sistemi agricoli. Questa pressione è così forte ed efficace anche a causa di un sistema di istruzione che considera le conoscenze indigene prive di valore e le pratiche agricole tradizionali come soluzioni primitive. 

Per fortuna, le prove sono a favore della sostenibilità e dell’impatto positivo che alcune tradizioni agricole locali hanno sul cambiamento climatico. Le comunità indigene tendono a impiegare i principi dell’agro-ecologia: non utilizzano sostanze chimiche, praticano il dissodamento al minimo e considerano foreste e raccolti come parte di un unico ecosistema.

I sistemi alimentari indigeni e le conoscenze locali ci ricordano come dovrebbe essere un sistema alimentare sostenibile e dovrebbero spingerci a una transizione verso politiche alimentari che possano mitigare efficacemente il cambiamento climatico.


D: Quali sono, a suo avviso, le opportunità più interessanti nel passare a sistemi alimentari più sostenibili in un mondo affetto dal cambiamento climatico?

PR: Un’ottima opportunità sta nell’agro-turismo, che si basa sull’agro-ecologia e che coinvolge l’intera comunità. Durante la mia permanenza in Italia, ho capito quanto sia importante che l’agro-turismo e il settore alimentare siano così perfettamente collegati al patrimonio tradizionale di una comunità. Il cibo può creare un ponte fra l’uomo e la natura. Dobbiamo ricostruire questo ponte ovunque, perché ha il potere di portare avanti la tradizione.

La promozione e la salvaguardia della biodiversità rappresenta un’altra importante opportunità. Coltivare e destinare diversi raccolti al foraggio aiuta a gestire i rischi. Gli scienziati sostengono che la biodiversità è una delle soluzioni più significative contro il cambiamento climatico. Dimentichiamoci della monocoltura, una pratica che non viene adottata dalle comunità indigene in quanto considerata un segno di mancanza di rispetto verso la natura.


D: Qual è la cosa più importante che le generazioni più giovani dovrebbero capire sul legame tra sistemi alimentari cambiamento climatico, e cosa possono fare i giovani come singoli individui per favorire un cambiamento del nostro modo di pensare i sistemi alimentari?

PR: Per molti giovani, in particolare fra quelli più privilegiati e le nuove generazioni dei paesi occidentali, l’obesità rappresenta una sfida considerevole. In passato, la correlazione fra buona salute e buona alimentazione (e il fatto che essa dipenda da terreni in buone condizioni) non è stata colta da molti. L’industria ha fatto un ‘buon lavoro’ nell’eliminare questa connessione: è possibile comprare alimenti a prezzi molto bassi ma, in questo modo, il prezzo non copre tutte le altre spese. In uno scenario immutato, con un aumento delle temperature di circa 2°C, si registreranno più decessi per la carenza di consumo di frutta e verdure che per la carenza di calorie. 

Trovare dei mezzi di sostentamento che siano sostenibili è importante, soprattutto per le nuove generazioni, ma rappresenta una grande sfida. I giovani devono capire che la loro salute e la loro felicità dipendono dalla salute del terreno, e devono anche capire che i terreni in buone condizioni sono sempre meno. I problemi che affrontiamo non riguardano solamente la crescita della popolazione, ma riguardano anche quei giovani che semplicemente non sono attratti dalla natura e dalla vita rurale e abbandonano la campagna per la città. 


D: Può portare alcuni esempi di best practice adottate da lei o da altri per promuovere o per favorire il passaggio a sistemi alimentari più sostenibili, sicuri ed equi?

PR: Ci sono molte cose che l’attuale sistema agricolo deve imparare dalle comunità locali. Innanzitutto, per le comunità locali è fondamentale che la terra sia di proprietà della comunità. Nel nord-est dell’India, ad esempio, la superficie di terreno di proprietà del governo è molto limitata perché ognuno possiede un pezzo di terra ed esistono importanti istituzioni locali che gestiscono questa ripartizione. Inoltre, quando la Indigenous Partnership for Agrobiodiversity and Food Sovereignty (“Collaborazione indigena per l’agro-biodiversità e la sovranità alimentare”) ha realizzato uno studio in Meghalaya e in Kenya per avere un quadro più dettagliato del benessere locale, il risultato è stato il seguente: il benessere è dato dalla pace e dall’armonia, che, in una società matriarcale come quella dei Khasi del Meghalaya, sono da ricollegare agli alimenti e alle terre appartenenti alle donne.

 In quasi tutte le comunità indigene del mondo, il cibo unisce le persone alla natura. Questo legame deve essere l’elemento chiave in un sistema più sostenibile. Ad esempio, i Khasi del Meghalaya (la mia comunità indigena) hanno una tradizione particolare: quando nasce un bambino, il suo cordone ombelicale viene tagliato e attaccato a un albero come simbolo del legame con la natura. Questa connessione è spirituale. Tutto è collegato, non c’è differenza fra le foreste e i campi: entrambi fanno parte dell’agro-forestazione. Raramente vengono impiegate sostanze chimiche e fertilizzanti, e il sistema di rotazione avviene ogni 7-10 anni in modo che la natura e il suolo possano rigenerarsi completamente. In generale, la terra viene vista come un elemento sacro: per questo, di solito non viene lavorata, ma trattata con attenzione secondo i principi dell’agro-ecologia. A livello istituzionale, gli sforzi dovrebbero essere rivolti all’applicazione della legge dell’ONU riguardo l’introduzione di un registro di biodiversità in tutte le comunità, e a raggiungere il consenso libero, preventivo e informato delle comunità indigene. Gli equilibri della natura sono fragili ed è difficile prevedere cosa potrà accadere se li alteriamo. Dobbiamo prenderci cura del nostro pianeta collettivamente, imparando gli uni dagli altri e rispettando le nostre differenze.


Phrang Roy ha ricoperto il ruolo di vicepresidente del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (IFAD), Roma, ed ha più di 30 anni di esperienza internazionale nella promozione dello sviluppo rurale e dell’agricoltura delle comunità indigene e di piccola scala. Phrang è diventato vicepresidente di IFAD nel 2002 ed è stato il primo membro del Fondo a rivestire questa carica, dopo essere stato eletto attraverso una ricerca di candidati condotta a livello globale da un settore privato. Phrang è inoltre la prima e, finora, l’unica persona indigena nell’intera Organizzazione delle Nazioni Unite ad aver ottenuto il titolo di vicesegretario generale delle Nazioni Unite. In qualità di vicepresidente di IFAD, ha svolto un ruolo fondamentale nel portare l’attenzione sugli approcci sostenibili delle comunità indigene, di cui IFAD è la principale agenzia delle Nazioni Unite. Dopo essersi dimesso dall’IFAD alla fine del 2006, Phrang è entrato a far parte del Fondo Christensen, che ha sede negli Stati Uniti; l’obiettivo del Fondo è promuovere un approccio più ecologico e sostenibile allo sviluppo, con particolare enfasi sulle comunità indigene. Phrang è attualmente a capo dell’Indigenous Partnership for Agrobiodiversity and Food Sovereignty, Roma, e ricopre inoltre le seguenti cariche: consigliere internazionale per Slow Food International; membro di IPES-Food; presidente della Fondazione Meghalaya State Water e Presidente di NESFAS, Shillong.


La vision del Gruppo BCFN Alumni è quella di trarre il meglio dal potenziale dei giovani impegnati nella sostenibilità agro-alimentare globale. L’obiettivo è creare una comunità di Alumni attivi e motivati, che contribuisca tramite progetti e altre attività allo sviluppo di un sistema alimentare più sostenibile.


Altre interviste con gli esperti che hanno partecipato al 2° Dialogo Internazionale della Global Alliance sono disponibili qui.


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