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La terra che nutre le macchine

Uno dei paradossi della modernità è lo sfruttamento dei terreni agricoli per produrre carburante invece che cibo, con una resa energetica che spesso contrasta con la sostenibilità.

La ricerca di soluzioni basate su approcci che comportano un utilizzo ridotto di energia e un utilizzo migliore delle conoscenze diventerà uno degli aspetti decisivi della sostenibilità nell’ambito dei sistemi eco-agro-alimentari. L’intensità energetica da fonti fossili dell’agricoltura convenzionale è significativa, e l’utilizzo dell’agricoltura per produrre energia costituisce il terzo “paradosso” alimentare su cui si basa il lavoro di BCFN, ossia la competizione sempre più accanita per la terra da utilizzare per la produzione di energia e cibo, causata dalla crescente popolarità delle colture per biocarburanti. L’idea di utilizzare terreni agricoli per mettere carburante nelle auto piuttosto che cibo nella bocca degli affamati sembra andare contro al buon senso in termini di equità, etica, sostenibilità e senso comune”. Così si esprime l’economista ambientale Pavan Sukhdev, consulente, tra gli altri enti, delle Nazioni Unite e, per tre anni, dal 2009 al 2011, direttore del Global Agenda Council on Ecosystems and Biodiversity del World Economic Forum.

Cosa sono i biocarburanti
I biocarburanti, o biocombustibili, vengono prodotti in tempi rapidi attraverso i processi biologici dell’agricoltura o della digestione anaerobica, che per questo si differenziano dai combustibili fossili, come carbone e petrolio, creati a partire da materia biologica preistorica attraverso lentissimi processi geologici. I biocarburanti possono essere derivati direttamente dalle piante (per esempio dalla colza, dalla canna da zucchero, dal mais o dalla barbabietola) o indirettamente dagli scarti di diversi procedimenti agricoli o industriali, come pure dai rifiuti organici. Tra i principali figurano bioetanolo, biodiesel, biometanolo, biodimetiletere, bioidrogeno e biogas.
Oggi tutti i biocarburanti sono sotto accusa non soltanto perché la loro produzione rischia di sottrarre terreni agricoli alla produzione di cibo, ma perché alcune ricerche hanno messo in dubbio la loro sostenibilità in generale. Qualsiasi fonte di energia, infatti, comporta a sua volta un costo, pari all’energia che deve essere investita per la sua produzione: nel caso del petrolio, per esempio, si tratta dell’energia necessaria per trovarlo, estrarlo e trasformarlo in benzina o diesel; per il bioetanolo ottenuto dalla canna da zucchero si tratta dell’energia necessaria a coltivare la canna, raccoglierla, trasportarla all’impianto di produzione e farla fermentare per ottenere l’alcol, che poi può essere usato, come accade per esempio in Brasile, per alimentare le auto.

Una misurazione complessa
Uno strumento impiegato per valutare se un biocombustibile offre un reale beneficio è il cosiddetto coefficiente EROEI (sigla in inglese che sta per Energy Return On Energy Invested, ovvero resa energetica per energia investita). In teoria è un valore abbastanza semplice da calcolare dal punto di vista matematico, poiché non è altro che il rapporto tra l'energia ottenuta e l'energia spesa per arrivare al suo ottenimento. È immediatamente chiaro che una fonte di energia che presenta un EROEI inferiore ad 1 non conviene, poiché la sua produzione consuma più energia di quella che si può ottenere dal prodotto finito. Comporta quindi una perdita e non un guadagno.
L'EROEI è considerato un indicatore fondamentale su cui basare le scelte strategiche di politica energetica, e per cercare il migliore equilibrio fra diverse fonti energetiche. La sua applicazione concreta ha però già fatto emergere qualche complicazione rispetto al caso teorico, per l’assenza di un criterio universalmente condiviso su cui basare i calcoli e per la necessità di aggiornare costantemente il calcolo, con il mutare delle condizioni e la disponibilità di tecnologie più efficienti.
Se per i combustibili fossili il valore dell’EROEI è andato diminuendo via via che venivano sfruttati i giacimenti più grandi e più facilmente accessibili, nel caso di alcuni biocarburanti potrebbe valere il discorso inverso, per esempio in considerazione di fattori logistici, per cui alcune fonti di energia con una resa modesta potrebbero essere adatte per luoghi, come le isole, difficili da raggiungere con altre forme di energia, ma anche per zone dove potrebbe essere difficile procurarsi cibo a sufficienza.
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