La guerra dell’acqua: tra urbanizzazione, agricoltura e cambiamenti climatici

La guerra dell’acqua: tra urbanizzazione, agricoltura e cambiamenti climatici

09 Marzo 2018

La guerra dell’acqua: tra urbanizzazione, agricoltura e cambiamenti climatici

Di fronte a processi massicci di urbanizzazione e a un’agricoltura intensiva si fa sempre più serrata la lotta per l’acqua, bene prezioso e messo a rischio anche dai cambiamenti climatici.


La città di Cape Town, in Sudafrica, è soggetta, da qualche settimana, a importanti restrizioni nel consumo di acqua (limitata a 16 galloni al giorno a testa, circa 50 litri per fare tutto, dalla cucina all’igiene personale e della casa, fino allo scarico dei water). E questo benché siano state messe in atto, dal 2012 a oggi, misure di contenimento dei consumi che hanno portato a una riduzione dell’uso di acqua pari al 25% circa. Ma non basta: mentre gli abitanti di una delle più moderne e progredite città africane acquistano gabinetti speciali che consentono lo smaltimento “a secco” dei rifiuti, le autorità si interrogano sui rischi per la salute e per l’ambiente legati a un razionamento che non ha nulla di temporaneo, ma che rischia di diventare strutturale. Il 22 aprile prossimo scatterà infatti il Day Zero: in quel giorno la capacità dei bacini idrici della regione scenderà sotto la soglia di non ritorno del 13,5 per cento di riempimento, e la città sarà costretta a chiudere del tutto i rubinetti. Non a caso è espressamente dedicato all’acqua il secondo dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni unite che si pone lo scopo di “assicurare a tutti la disponibilità di acqua, una gestione sostenibile e la sanificazione”. 

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Quella di garantire a tutta la popolazione mondiale la sicurezza idrica è però una sfida molto complessa, complici anche i fenomeni di urbanizzazione e i cambiamenti climatici. Secondo quanto riportato dalle Nazioni unite, oggi oltre 2 miliardi di persone vivono in Paesi dove è presente uno stress idrico molto elevato, definito come rapporto tra acqua prelevata e risorse totali rinnovabili di acqua al di sotto della soglia del 25%. Va anche peggio nell’Africa del nord e nelle regioni occidentali dell’Asia, dove lo stress idrico raggiunge il 60% e pone le basi per una futura carenza di acqua. 

Tutti verso le città

Circa il 54% della popolazione mondiale – 3,9 miliardi di persone – vive oggi in aree urbane e tale percentuale è destinata a crescere fino a raggiungere soglie comprese tra il 60% e il 92% entro la fine del secolo.

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E con l’aumento della popolazione urbana aumenta anche la richiesta di acqua per soddisfare i bisogni dei cittadini. “In generale, i prelievi domestici di acqua sono quadruplicati negli ultimi 60 anni per l’aumento della popolazione mondiale, del benessere e dell’accesso a strutture per l’acqua potabile” si legge in un articolo recentemente pubblicato sulla rivista Nature Sustainability, dove si ricorda anche che nel contesto urbano l’uso domestico dell’acqua è ancora superiore e che la richiesta aumenterà dell’80% entro il 2050. I cambiamenti climatici, inoltre, sono destinati a rendere ancora più drammatica la situazione, tanto che le stime parlano 3,5-4,4 miliardi di persone che proprio a causa dei tali modifiche del clima e dell’aumento della richiesta di acqua per le attività umane vivranno con problemi di carenza idrica entro il 2050. 

Una nuova agricoltura

Tra le attività umane che più pesano sul consumo di acqua, l’agricoltura occupa senza dubbio un posto di primo piano essendo responsabile del 70% circa di tutti i prelievi idrici a livello globale

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In alcuni Paesi, come segnalato dal Food Sustainability Index prodotto da BCFN in collaborazione con l’Intelligence Unit dell’Economist, il prelievo di acqua supera anche di molto la disponibilità locale (in Egitto è pari al 114,9%, in Arabia Saudita è addirittura pari all’867,9%, il che significa che il Paese importa o produce attraverso meccanismi come la desalinizzazione del mare quasi otto volte la quantità di acqua disponibile localmente). Si innesca così un vero e proprio conflitto tra i bisogni di acqua delle aree urbane e quelli delle regioni agricole, che risulta particolarmente acceso nei paesi dell’Asia meridionale. E se da un lato l’irrigazione dei campi è un presupposto irrinunciabile per garantire la sicurezza alimentare a una popolazione mondiale in continua crescita, dall’altro molti programmi di sicurezza idrica prevedono una riduzione della quota di acqua destinata al settore agricolo. Come conciliare queste opposte necessità? “Bisogna puntare su un utilizzo più efficiente dell’acqua in agricoltura” si legge nell’articolo già citato in precedenza, e per raggiungere questo obiettivo si possono percorrere diverse vie: passare dalla meno efficiente irrigazione a pioggia a una più mirata irrigazione “a goccia”, ridurre le perdite migliorando le infrastrutture dedicate al trasporto dell’acqua, cambiare le varietà di piante coltivate e informarsi al meglio su quando e come irrigare. “Nel nostro studio, un miglioramento del 10% nell’efficienza dell’irrigazione si traduce in un risparmio d’acqua che potrebbe aiutare il 78% delle città vulnerabili a carenze idriche ad evitare problemi futuri” scrivono gli autori .

Un problema globale

Sarebbe un errore pensare alla carenza d’acqua e allo stress idrico come problemi dei Paesi più poveri dove mancano infrastrutture e finanziamenti ad hoc. Lo dimostrano, oltre all’emergenza di Cape Town, anche i dati del progetto 100 resilience cities, promosso dalla Fondazione Rockefeller, nel quale ben 26 città hanno inserito la sicurezza idrica nella lista dei problemi degni di nota. E tra queste città, ce ne sono alcune decisamente “insospettabili” come Calgary e Montreal in Canada e Bristol, nella piovosa Inghilterra. I cambiamenti climatici di certo contribuiscono a determinare la disponibilità di acqua e la conseguente sicurezza alimentare e idrica, ma da soli non bastano a descrivere in modo soddisfacente un fenomeno molto complesso. Si tratta anche di determinare l’efficienza nell’uso delle risorse, la sostenibilità dell’impiego di acqua in agricoltura e nelle aree urbane, o l’impatto dell’agricoltura sull’acqua. Tutti indicatori presi in considerazione anche nel Food Sustainability Index nel quale, non a caso, la Francia – prima della lista – mostra un comportamento piuttosto virtuoso quando di parla di gestione dell’acqua. 


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