La FAO riflette sullo stato del cibo e dell’agricoltura

La FAO riflette sullo stato del cibo e dell’agricoltura

19 Febbraio 2020

La FAO riflette sullo stato del cibo e dell’agricoltura

Il report annuale sulla condizione del cibo e dell’agricoltura accende i riflettori sullo spreco alimentare e su potenziali soluzioni per eliminare o almeno arginare il problema.

Mi rincuora vedere che il mondo intero stia dedicando sempre maggiore attenzione al problema della perdita e dello spreco alimentare e che si stia attivando chiedendo azioni più forti per combattere il problema”. Con queste parole Qu Dongyu, Direttore Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per il cibo e l’agricoltura (FAO), introduce l’edizione 2019 del report The state of food and agricolture (SOFA), interamente dedicata all’analisi di una delle grandi sfide mondiali di sostenibilità alimentare: la perdita e lo spreco di cibo. Il tema è talmente importante da occupare un posto di primo piano anche all’interno dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile: tra gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, infatti, il target 12.3 punta a “dimezzare la quantità pro-capite di cibo buttato a livello di rivenditori e consumatori e ridurre lo spreco di cibo lungo le catene di produzione e rifornimento entro il 2030”.  


I numeri dello spreco

Non si può combattere in modo efficace lo spreco alimentare senza conoscere a fondo il problema, a partire dalla sua definizione. Nel report viene considerata perdita o spreco alimentare la diminuzione della qualità e della quantità di cibo lungo tutta la filiera dal produttore al consumatore finale. Ma servono anche dati chiari sulle dimensioni del problema. Secondo stime vecchie ormai di quasi 10 anni, circa 1/3 del cibo prodotto viene perso o sprecato e questo dato, seppur corretto in linea generale, rappresenta una stima molto grezza che da sola non basta per comprendere davvero a fondo lo scenario. I diversi Paesi perdono o sprecano cibo in misura diversa e in specifici punti della filiera: lo spreco è più comune nei cosiddetti Paesi sviluppati, mentre la perdita è più elevata nei Paesi in via di sviluppo. Ma anche all’interno di ciascun gruppo le differenze non mancano, come dimostra il fatto che, per esempio, le perdite di cereali e legumi sono significative nell’Africa sub-Sahariana, nell’Est e Sud-Est asiatico, mentre sono limitate nell’Asia centrale e del Sud. È chiaro che, senza informazioni precise su questi dettagli è piuttosto difficile riuscire a mettere in campo soluzioni efficaci e per questa ragione 


I dati sotto il microscopio

Misurare lo spreco non è affatto semplice: i dati oggi disponibili sono spesso imprecisi o generici e nella maggior parte dei casi si riferiscono a valori “medi” che nascondono al loro interno differenze anche molto significative. Solo per fare un esempio, la perdita di frutta e verdura a livello delle aziende agricole nell’Africa sub-sahariana varia dallo 0 al 50%. Come misurare questi sprechi nel dettaglio? I sondaggi sono complessi e costosi, tanto che solo 39 paesi hanno riportato alla FAO dati ufficiali su base annua dal 1990 al 2017. 

Ecco allora che gli sforzi di FAO e del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) hanno portato alla creazione di due indici, che aiuteranno a tenere sotto controllo i progressi sulla via del raggiungimento del target 12.3

Si tratta del Food Loss Index e del Food Waste Index che misurano, rispettivamente, le perdite e gli sprechi di cibo. Nel report SOFA 2019 sono riportati i dati elaborati grazie al primo dei due indici, dai quali emerge che il 14% del cibo prodotto nel mondo viene perso prima di arrivare alla vendita nei negozi. “Abbiamo anche lavorato al secondo dei due indici, per valutare il cibo sprecato, ma i risultati non sono ancora disponibili” si legge nel report, nel quale si analizzano anche le ragioni alla base di perdite e sprechi, che includono sistemi di conservazione e refrigerazione non idonei, mancanza di infrastrutture, ma anche durata di conservazione dei prodotti in commercio e canoni estetici troppo limitanti


A ciascuno il suo obiettivo

Gli esperti parlano chiaro: non esiste una soluzione che possa andare bene per tutti. “Dobbiamo avere chiaro perché cerchiamo di ottenere una riduzione dello spreco e qual è il reale obiettivo dietro quello principale” si legge nell’introduzione al report. Dai singoli consumatori alle grandi aziende, tutti gli attori coinvolti potrebbero avere interessi che li portano a inseguire la riduzione di perdite e sprechi, siano essi il benessere della propria famiglia o l’aumento dei guadagni ed è opportuno che tutte i dati in questo senso siano chiare e disponibili. Del resto le barriere agli investimenti contro lo spreco non mancano e tra queste si annoverano le difficoltà di accesso al credito e la mancanza di informazioni chiare e comprensibili. Ultima, ma di certo non meno importante, è la valutazione dell’impatto sociale e ambientale che le politiche di riduzione dello spreco possono avere. “I legami tra riduzione degli sprechi e sicurezza alimentare sono molto complessi e l’esito positivo non è sempre garantito dopo un intervento” ricordano gli esperti che poi concludono: “Servono policy di grande coerenza, che valutino tutte le opzioni e il loro impatto, in modo da evitare che la promozione di un obiettivo si trasformi in un danno non-intenzionale da un altro punto di vista”.  





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