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La biodiversità è il tesoro dell’evoluzione

Col termine biodiversità si intende, dal punto di vista scientifico, una variabilità delle specie, dei geni e degli ecosistemi. Il termine è usato spesso a sproposito, ma la riduzione della biodiversità rischia di essere un vero pericolo per l’umanità.

Di recente due accademici hanno proposto di punire a livello internazionale i “crimini contro la biodiversità”, per riuscire a proteggere la natura meglio di quanto non facciano gli accordi e le convenzioni già firmate. La provocatoria idea, presentata sulle pagine della rivista “The Conversation” da Anthony Burke, dell’Università del New South Wales in Australia, e Stefanie Fishel dell’Università dell’Alabama, sottolinea l’urgenza di mettere in atto misure davvero efficaci per tutelare una caratteristica preziosa del pianeta, che appare sempre più messa in pericolo da comportamenti irresponsabili.
È un concetto, quello della biodiversità, abbastanza complesso, su cui si è fatta spesso confusione, in particolare nell’ambito dell’alimentazione. In senso strettamente scientifico, per esempio, non esiste una “biodiversità degli alimenti” legata alla varietà di prodotti disponibili sul mercato.
Il termine biodiversità è stato infatti coniato negli anni sessanta, come fusione dell’espressione “diversità biologica”, e ha cominciato a diffondersi nella comunità scientifica a partire dagli anni ottanta, fino a diventare di uso comune negli ultimi tempi.
Dal punto di vista scientifico, per “biodiversità” (generalmente riferita una regione del pianeta) si intende la varietà e variabilità di tutti gli organismi viventi: più precisamente, secondo la definizione adottata nel 1992 dalle Nazioni Unite in occasione dell’Earth Summit è “la variabilità tra organismi viventi di qualunque origine, terrestri, marini e di altri ecosistemi acquatici, e i complessi ecologici di cui essi fanno parte: questo include la diversità all’interno delle specie, tra specie, e tra ecosistemi”. Si tratta quindi di valutare la varietà di specie sia animali sia vegetali ma anche di “ambienti” all’interno dei quali queste specie vivono.

A livello di geni
La varietà può essere ricercata anche a livello genetico – in termini di numero di alleli, geni, o organismi interi: questo tipo di ricerca è particolarmente utile per capire in che modo i processi come le mutazioni e il trasferimento di geni guidano l’evoluzione. Ciò significa anche che se consideriamo un gruppo di organismi, la misurazione della biodiversità – e della sua riduzione nel tempo - a diversi livelli può fornire risultati diversi: il numero di organismi interi può, per esempio, essere rimasto costante nel tempo ma può essere diminuita la variabilità genetica. Se pensiamo alle specie vegetali, la perdita di biodiversità può tradursi nella scomparsa di alcune varianti.

Il ruolo dell’agricoltura
BCFN, nel volume Eating Planet , riporta i dati a dimostrazione della perdita di biodiversità. Perché ciò è un problema? Perché la variabilità genetica è il serbatoio al quale attinge l’evoluzione per favorire l’adattamento di una specie alle modificazioni dell’ambiente circostante. Quando si perde biodiversità, si perdono le “riserve” per fronteggiare una eventuale catastrofe climatica, un periodo di siccità oppure di piogge eccessive. Quello che è oramai assodato è che numerose attività umane stanno contribuendo a ridurre la biodiversità del pianeta, per cui occorre agire per arrestare questo fenomeno e se possibile invertirne la tendenza. Per questa ragione, nel protocollo di Milano, è stato fatto un appello specifico, chiedendo alle parti in causa di valorizzare “la scelta tradizionale e appropriata delle colture, le conoscenze agricole tradizionali e l’importanza della biodiversità genetica e della biodiversità ad essa associata che sostengono la produzione agricola attraverso cicli dei nutrienti, controllo dei parassiti e impollinazione”.
Come sostiene la FAO, le diete sostenibili concorrono alla protezione e al rispetto della biodiversità e degli ecosistemi, sono accettabili culturalmente, economicamente eque e accessibili, adeguate, sicure e sane sotto il profilo nutrizionale e, contemporaneamente, ottimizzano le risorse naturali e umane. Per questa ragione esse vanno incentivate, anche con i piccoli gesti quotidiani. A questo proposito, BCFN, nel volume Eating Planet, elenca una lunga serie di atti virtuosi che possono contribuire a migliorare la salute del pianeta, dalla riduzione degli sprechi in tutti gli ambiti della vita quotidiana (a partire dall’acqua, passando dal riscaldamento e dalla climatizzazione) alla diffusione del riciclaggio dei rifiuti, in modo da ridurre la propria impronta di carbonio (con cui ciascuno di noi contribuisce ad aggravare il mutamento climatico in atto).
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Haley Swartz è Coordinatrice del Programma di Ricerca per il Global Food Ethics and Policy Program del Johns Hopkins Berman Institute of Bioethics. Si occupa di ricerca nell’ambito dei programmi di assistenza alimentare e di governance alimentare in Paesi in via di sviluppo e a basso e medio reddito insieme alla Dr. Jessica Fanzo, Bloomberg Distinguished Associate Professor di Etica, Alimentazione Globale e Agricoltura. Haley Swartz ha conseguito una laurea di primo grado in Studi e governi femminili e una laurea di secondo grado in Politiche pubbliche, entrambe presso l’Università della Virginia.

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