L’agricoltura sostenibile ha bisogno di sementi vecchie e nuove

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L’agricoltura sostenibile ha bisogno di sementi vecchie e nuove

L’agricoltura sostenibile ha bisogno di sementi vecchie e nuove

Per vincere le sempre più numerose sfide con le quali l’agricoltura sostenibile si deve confrontare è necessario accendere i riflettori sulle sementi che grazie a innovazione e tradizione possono fare la differenza.

Creare sementi innovative è una pratica molto antica, che nasce con l’agricoltura stessa, ma che nel corso dei secoli si è profondamente modificata. Se fino all’inizio del XX secolo si faceva affidamento sul caso, ovvero sulla comparsa spontanea di una nuova varietà con caratteristiche utili come la resistenza alle malattie o alla siccità, in seguito si è cominciato a incrociare in modo mirato diverse varietà per ottenere di nuove. Da allora gli esperti non si sono più fermati e i progressi nella conoscenza della genetica e della fisiologia delle piante, sono andati di pari passo con la sperimentazione di nuove tecnologie in agricoltura per modificare le sementi. Oggi sono molti gli esperti convinti che l’innovazione delle sementi sia una componente fondamentale di una agricoltura sostenibile e in grado di nutrire, nel rispetto dell’ambiente, i 9 miliardi di persone che popoleranno la terra nel 2050.  

Conservare per crescere

Circa il 20 per cento della diversità vegetale è in pericolo a causa del degrado degli habitat e dello sfruttamento eccessivo, eventi destinati a diventare sempre più comuni a causa dei cambiamenti climatici. “Eppure questa diversità genetica rappresenta la chiave per risolvere alcune delle più grandi sfide del secolo” spiegano gli esperti di Crop Trust, organizzazione che si occupa di preservare e rendere disponibile la biodiversità delle colture per poter garantire la sicurezza alimentare a livello globale. 

Preservare la biodiversità delle sementi è importante per ridurre la povertà di molte nazioni la cui economia si fonda prevalentemente sui raccolti, per permettere all’agricoltura di adattarsi ai cambiamenti climatici e per garantire che il cibo che arriva sulle tavole sia adeguato dal punto di vista nutrizionale.

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Una finalità descritta anche nel secondo dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, dedicato all’eliminazione della fame nel mondo, che recita: “Entro il 2020 mantenere la diversità genetica delle sementi, delle piante coltivate, … e garantire l’accesso a una condivisione equa dei benefici che derivano dall’uso di risorse genetiche …”. 

Dove vanno le sementi?

Conservare la biodiversità però non basta: per rispondere in modo adeguato alle richieste del mondo moderno è necessario innovare e “lavorare” sui semi. 

Lo sanno bene i membri della International Seed Federation (ISF), organizzazione non governativa che sin dal 1924 rappresenta gli interessi della cosiddetta “industria del seme”. 

In effetti oggi come mai in passato si è di fronte alla necessità di creare nuove varietà di raccolto e per fare ciò non è più possibile affidarsi al caso come si faceva in passato o creare incroci in modo “tradizionale” che, oltre alle qualità ricercate in una pianta – per esempio la resistenza alla siccità – se ne portano dietro anche molte altre indesiderate. Ecco allora che entrano in gioco la genetica e le nuove tecnologie che permettono di sviluppare nuove varietà in modo più preciso e in tempi più rapidi. Le recenti innovazioni hanno permesso di rispondere ad alcune delle grandi sfide dell’agricoltura, ma non devono mettere in allarme i sostenitori della tradizione.

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Si tratta di pratiche regolate da trattati internazionali e che comunque non sostituiscono quelle classiche, ma semplicemente si aggiungono a esse per aumentare gli strumenti a disposizione della sostenibilità e della sicurezza alimentare. 


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