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Il riascaldamento globale? Non dipende solo dall’energia

Riccardo Valentini - professore di ecologia forestale all’Università della Tuscia, direttore di IPCC e membro dell’advisory board di BCFN- ha presentato a Roma la nuova edizione di Eating Planet nel giorno della firma di COP 21, l’accordo internazionale sul clima. Qui spiega perché le politiche energetiche non sono l’unico problema da affrontare per evitare le catastrofi legate ai cambiamenti climatici.

Oggi siamo noi gli orsi polari”. Questa frase ben esprime il messaggio dell’ultimo rapporto sui cambiamenti climatici dell‘IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change (5° Rapporto). Gli effetti cominciano a manifestarsi in diversi regioni del globo e ora tocca all’umanità far fronte al cambiamento climatico nella vita di tutti i giorni, come orsi polari aggrappati a frammenti di ghiaccio in fase di scioglimento:.

I consumi alimentari e la produzione agricola
Le proiezioni dicono che in tutta Europa aumenteranno le temperature: ci sarà un marcato aumento di precipitazioni nel Nord Europa ed una diminuzione significativa nel Sud Europa e un incremento delle ondate di calore, dei periodi di siccità e di precipitazioni estreme.
Crescerà il rischio di inondazioni, perdita di vita umane, erosione costiera e danni alle infrastrutture. Il rischio è già presente all'attuale livello di cambiamento climatico (+0.61 °C rispetto al periodo preindustriale) e aumenterà progressivamente fino a diventare alto per un innalzamento sopra 2°C e molto alto sopra ai 4° C.
Tutto ciò ha indotto un’impennata dei prezzi dei beni agricoli e ogni anno si riscontrano segnali di vulnerabilità e risposte imprevedibili dei mercati in seguito alle anomalie climatiche in diverse regioni del Pianeta.
Gli scenari futuri, basati sull’attuale tendenza di crescita delle emissioni di gas serra, indicano una riduzione della produzione agricola mondiale di circa l’8% nel 2050, a fronte di una richiesta di cibo che aumenterà del 56%. La combinazione dei cambiamenti climatici e dell’incremento di popolazione esporrà circa 2,5 miliardi di persone, sui 9,3 miliardi stimati di popolazione globale, a scarsità di cibo.
Qualora cambiassero gli stili dei consumi alimentari, ovvero popolazioni tradizionalmente vegetariane si spostassero verso una dieta più ricca di grassi e proteine animali (come spesso accade quando cresce il reddito) le persone a rischio malnutrizione per scarsità di cibo diventerebbero circa 4,7 miliardi.
In questo scenario si comprende la necessità di ridurre le emissioni di gas serra dovute ai combustibili fossili ma anche un’attenzione analoga alle emissioni di gas serra dovute all’eliminazione delle foreste tropicali e all’intensificazione dell’agricoltura.
La deforestazione tropicale, sempre più legata all’espansione di nuove terre agricole, produce un’emissione di circa 3,6 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno, a cui si aggiungono circa 6,2 miliardi di CO2 equivalente provenienti dall’agricoltura.
Da più parti oggi si chiede di fermarci e riflettere sul futuro del sistema agro-alimentare mondiale, ma soprattutto di capire se la corsa verso il cibo sia oggi sostenibile o se esista la possibilità di utilizzare in modo più efficiente le risorse della natura.

Tre gradi paradossi
Se guardiamo al sistema alimentare globale ci accorgiamo di tre grandi paradossi del cibo del nostro tempo: a fronte di un numero elevatissimo di persone che non hanno accesso al cibo, un terzo della produzione di cibo nel mondo è destinato ad alimentare gli animali e una quota crescente dei terreni agricoli è dedicata alla produzione di biocarburanti per alimentare le auto. E a fronte di milioni di persone al mondo che patiscono la fame o è malnutrito, circa oltre due miliardi soffrono le conseguenze dell’eccesso di cibo, con un rischio aumentato di diabete, tumore e patologie cardiovascolari; infine, ogni anno viene sprecato un terzo della produzione alimentare globale, una quantità che sarebbe sufficiente a nutrire quasi un miliardo di persone che soffrono la fame o sono malnutrite.
Sorge quindi spontanea la domanda: davvero serve aumentare la produzione di cibo? Non sarebbe nostro dovere in primo luogo rendere l’intera filiera del cibo, dalla produzione, alla trasformazione e consumo, inclusi stili di vita alimentari, più efficiente e sostenibile?

Una chiamata all’azione
Questa è una grande chiamata all’azione per tutti i protagonisti della filiera agro-alimentare, dai consumatori alle imprese agricole.
Siamo infatti di fronte a una sfida su scala globale che pone a confronto due grandi sistemi: da un lato un’agricoltura intensiva, inquinante, che richiede grandi spazi di terra perché poco efficiente, ossia quella sviluppata dalle economie emergenti, dall’altra un modello agroindustriale che coniuga efficienza produttiva, un elevato livello di sostenibilità, diminuendo la quantità di energia necessaria, con l’attenzione alla qualità, alla sicurezza e alla salute.
Credo fermamente che l’Europa, il maggiore esportatore di prodotti dell’industria agroalimentare, debba offrire al mondo, in particolare ai paesi emergenti, il proprio modello di smart agriculture. Si tratta di riaffermare l’innovazione, soprattutto nelle tecniche di coltivazione e trasformazione del cibo, che hanno fondato in secoli di storia la civiltà contadina italiana ed europea.
La mancanza di una attenta e capillare trasformazione alimentare, anche nel rispetto delle tradizioni culturali dei popoli, è oggi il principale responsabile di circa il 40% delle perdite di cibo tra la produzione in campo e la distribuzione sui mercati dei Paesi in via di sviluppo.

La forza della consapevolezza
Il modello della Doppia Piramide alimentare, proposto dalla Fondazione Barilla Center for Food and Nutrition, è un mezzo molto efficace per comunicare quanto abbiamo detto finora: mangiare bene fa bene alla salute e anche all’ambiente. Vi sono due piramidi di cui una rovesciata rispetto all’altra. La prima rappresenta la piramide della salute, con gli alimenti più “salutari” (tipo verdura e frutta) alla base e quelli più dannosi al vertice (tipo carne rossa e formaggi). L’altra piramide rovesciata mette gli alimenti con minore impatto ambientale al vertice e quelli con maggiore impatto alla base. In questo modo semplice è possibile trovare subito una corrispondenza tra alimento salutare ed alimento che ha il minore impatto ambientale.
Lo studio dell’impatto ambientale degli alimenti è relativamente nuovo e si basa sull’applicazione di tre indicatori ecologici: le emissioni di gas serra associate alla loro produzione (impronta di carbonio o carbon footprint), l’indicatore di uso dell’acqua water footprint) e l’impronta ecologica (ecological footprint). Quest’ultima è già un parametro che indica in modo sintetico quanta terra è necessario utilizzare per compensare gli effetti ambientali di una determinata produzione. L’unità di misura di questo indicatore sono i metri quadri di terreno. Ad esempio, il consumo di 1 Kg di carne bovina necessita di 110 mq di terreno. La doppia piramide, nella sua versione divulgativa, usa proprio l’impronta ecologica come indicatore di impatto degli alimenti sull’ambiente.
La consapevolezza dell’impatto del cibo sull’ambiente e sulla nostra salute è essenziale per iniziare a porre le basi di un nuovo modello di sviluppo sostenibile.

Riccardo Valentini (Università della Tuscia)
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