Il clima ridisegna i confini dell’agricoltura

Il clima ridisegna i confini dell’agricoltura

19 Febbraio 2020

Il clima ridisegna i confini dell’agricoltura

Il surriscaldamento del pianeta sta cambiando anche la geografia dei terreni coltivabili generando nuove potenziali risorse, ma anche nuove sfide di sostenibilità a livello globale.

È un dato di fatto: molti terreni un tempo non adatti a essere coltivati stanno diventando tali a causa dei cambiamenti climatici in corso a livello mondiale, mentre altri, finora adibiti alla produzione di cibo, perdono questa capacità. E così si trasforma la geografia agricola e produttiva in molti Paesi, con le colture che si muovono seguendo le modifiche del clima. Uno studio recentemente pubblicato su PLOS ONE analizza in dettaglio le conseguenze socio-ambientali positive e negative di questi cambiamenti, con particolare attenzione agli effetti a livello di sicurezza alimentare, acqua, biodiversità, salvaguardia degli ecosistemi ed emissioni di carbonio. Il tutto concentrando lo sguardo sulle cosiddette “frontiere agricole”, terre da sempre considerate difficili se non estreme e destinate a diventare coltivabili. 


Più cibo per tutti?

Una delle grandi sfide di questo secolo è riuscire a garantire cibo sano e sufficiente per la popolazione mondiale che, secondo le stime, sfiorerà i 10 miliardi nel 2050. Sempre secondo le stime, per soddisfare tale esigenza sarà necessario aumentare del 70% l’attuale produzione alimentare senza però distruggere il delicato equilibrio che governa l’ambiente e gli ecosistemi in cui viviamo. Tra le soluzioni proposte ci sono un passaggio verso diete basate prevalentemente sui sui vegetali o l’utilizzo di nuovi tipi di raccolti e nuove tecniche di coltivazione, ma non manca chi spinge sull’aumento delle superfici coltivabili. 

Proprio in questo senso, le frontiere agricole potrebbero rappresentare un grande valore aggiunto dal momento che coprono una superficie pari al 30% degli attuali terreni agricoli, con il 56% di tali aree confinate nelle regioni più settentrionali di Russia e Canada. Inoltre, se gestito in modo corretto, l’utilizzo delle frontiere agricole potrebbe anche aiutare a raggiungere alcuni degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, per esempio creando sicurezza alimentare e più lavoro per la popolazione. 


Un prezzo elevato per ambiente e società

Lo sfruttamento di queste nuove aree agricole non è però privo di rischi e, secondo gli autori della ricerca, il conto da pagare in termini ambientali e sociali potrebbe essere davvero salato. Nello studio sono stati infatti valutati diversi modelli di cambiamento climatico e le conseguenti modifiche nella disponibilità di 12 tipologie chiave di raccolto, tra cui anche grano, zucchero e cotone. 

A livello ambientale sono emersi tre principali problemi di cui tenere conto: il rilascio di carbonio in atmosfera, il rischio di minare la biodiversità e il degrado delle acque. Le frontiere agricole contengono infatti 177 gigatoni di carbonio che potrebbero finire nell’atmosfera: un fenomeno pari a oltre un secolo di emissioni di CO2 degli Stati Uniti. Come se non bastasse, coltivare queste terre potrebbe danneggiare in qualche modo la disponibilità di acqua per oltre 1,8 miliardi di persone, senza contare che nei territori delle frontiere agricole si incontrano diverse aree fondamentali la biodiversità. 

Se si considera poi che le frontiere agricole sono spesso abitate da popolazioni indigene con abitudini e necessità molto particolari, è evidente che solo una gestione corretta e oculata di queste terre permetterà di trarre vantaggio dal cambiamento evitando danni irreparabili. 


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