Il cibo buttato diventa risorsa

Il cibo buttato diventa risorsa

31 Gennaio 2020

Il cibo buttato diventa risorsa

Grazie all’intervento di specifici microrganismi, e in alcuni casi anche con l’uso di tecnologie all’avanguardia, è possibile valorizzare gli scarti alimentari trasformandoli in beni utili e sostenibili

Il cibo che viene quotidianamente sprecato non deve per forza finire il suo percorso in una discarica o in un inceneritore, ma può diventare una preziosa risorsa all’interno di sistemi alimentari sostenibili e di un’economia circolare. Lo hanno capito gli esperti di tutto il mondo, convinti che questa valorizzazione sia anche uno degli approcci migliori per ribaltare una situazione che ha già assunto proporzioni preoccupanti, con 1/3 del cibo prodotto per il consumo umano perso o sprecato nelle diverse fasi della filiera alimentare. A conferma di questo interesse verso la valorizzazione del cibo sprecato anche il fatto che le ricerche sul tema sono aumentate del 90% dal 2009 al 2018. Un articolo scientifico pubblicato sulla rivista Bioresource Technology fa il punto della situazione, descrivendo le fonti di spreco e le nuove vesti che i rifiuti alimentari possono assumere. 


All’origine dello spreco

Per la produzione del cibo che poi viene buttato o perso si occupa il 28% della superficie coltivabile. Si stima inoltre che lo spreco di cibo a livello urbano nel 2025 sarà di 138 milioni di tonnellate superiore rispetto a quello del 2005. Da non dimenticare poi che questi scarti generano ogni anno 3,3 miliardi di tonnellate di CO2, contribuendo non poco all’emissione di gas serra, e che sprecare cibo significa sprecare anche acqua, forza lavoro ed energia. Da dove arrivano tutti questi “rifiuti alimentari”? La coltivazione, ma soprattutto la lavorazione di cereali e legumi produce una grande quantità di prodotti di scarto che possono essere utilizzati in vario modo, anche come mangime per gli animali. 

Per frutta e verdura il discorso è molto complesso: spesso questi prodotti vengono considerati “scarti” quando il consumatore (o il rivenditore) decide che non sono più accettabili. Per esempio, secondo dati FAO, il 3-13% delle patate prodotte e raccolte nel Regno Unito non ha mai raggiunto il cliente ed è stata scartata a livello del supermercato. Ci sono poi gli scarti di tipo caseario (circa 29 milioni di tonnellate ogni anno in Europa), quelli derivati dagli oli alimentari, la carne, le uova e i pesci, ai quali si devono aggiungere gli scarti domestici (oltre 30 milioni di tonnellate di rifiuti provengono ogni anno dalle cucine cinesi) e quelli del settore agricolo.


Energia dagli scarti 

Buttare in discarica o nell’inceneritore gli scarti alimentari rischia di creare gravi danni all’ambiente e non è una buona soluzione al problema dello spreco, soprattutto alla luce del fatto che questi rifiuti possono essere convertiti in biocarburanti ed energia elettrica. Dagli oli e dai grassi si può produrre biodiesel, oggi generato a partire da costose materie prime che potrebbero essere sostituire dagli scarti alimentari. Discorso simile per la produzione di bioetanolo da scarti alimentari a basso contenuto di cellulosa, mentre la fermentazione che utilizza il cibo scartato permette di generare bioidrogeno impiegando meno energia rispetto ai metodi tradizionali, tanto da essere diventato il metodo preferito per la produzione. 

Inoltre, dagli scarti alimentari si possono ottenere anche metano, energia elettrica, bioplastiche e fertilizzanti organici. Ma niente di tutto ciò sarebbe possibile senza l’azione instancabile di numerosi batteri che, con processi aerobi e anaerobi, rendono possibile la trasformazione di un prodotto di scarto in un bene prezioso: un settore di ricerca biologica in rapida espansione, alla ricerca del microrganismo perfetto. 





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