Frontiers 2018-2019: le 5 grandi sfide emergenti per l’ambiente

Frontiers 2018-2019: le 5 grandi sfide emergenti per l’ambiente

09 Agosto 2019

Frontiers 2018-2019: le 5 grandi sfide emergenti per l’ambiente

Dalle nuove tecnologie di manipolazione genetica fino alla capacità di adattarsi ai cambiamenti climatici, il report delle Nazioni Unite fa il punto sulle questioni più attuali legate all’ambiente.


Biologia di sintesi, collegamenti ecologici, scongelamento del permafrost, emissioni di azoto e adattamento ai cambiamenti climatici: sono questi i cinque grandi temi che le Nazioni Unite (UN) hanno identificato come emergenti e prioritari nel loro report Frontiers 2018-2019, presentato nel corso della quarta Assemblea UN sull’Ambiente svoltasi a Nairobi in Kenia. “Ogni anno un gruppo di scienziati, esperti e istituzioni da tutto il mondo lavora con il Programma UN per l’Ambiente per identificare e analizzare le sfide emergenti che avranno un effetto profondo su società, economia e ambiente” spiega nell’introduzione all’edizione 2018-2019 del report Joyce Msuya, Acting Executive Director del Programma UN per l’Ambiente (UNEP). “Le tematiche analizzate nel report servono anche a ricordarci che quando interferiamo con la natura – sia a livello globale che molecolare – rischiamo di avere un impatto di lunga durata sul nostro pianeta, la nostra casa” aggiunge, spiegando che sono lavorando insieme è possibile tenere testa a queste sfide, per il bene delle generazioni future” aggiunge.


Vantaggi e rischi della biologia di sintesi

In base a quanto stabilito dalla Convenzione sulla Diversità Biologicala biologia di sintesi (o biologia sintetica) rappresenta un ulteriore sviluppo e una nuova dimensione della moderna biotecnologia che combina scienza tecnologia e ingegneria per facilitare e accelerare la comprensione, la definizione, la ridefinizione, la creazione e/o modificazione di materiali genetici, organismi viventi e sistemi biologici”. Molti prodotti della biologia di sintesi sono già presenti sul mercato, come per esempio microrganismi geneticamente modificati per diventare piccole fabbriche che producono biocarburante o farmaci. Ma se molti aspetti di questo nuovo approccio all’ambiente possono rappresentare un vantaggio per gli ecosistemi e un esempio di sostenibilità, i rischi non mancano. Manipolare il materiale genetico di un organismo può portare a contaminazioni incrociate inattese, dai risultati non sempre prevedibili. Proprio per questa ragione è importante che le autorità regolatorie internazionali lavorino all’unisono per garantire una ricerca e uno sviluppo sicuri nel settore. 

Riconnettere gli ambienti per preservare la biodiversità

Gli ecosistemi oggi sono “frammentati” per via dell’intervento umano (che ha modificato il 75% della superficie terrestre del pianeta) e hanno perso quella continuità che un tempo li caratterizzava. “La frammentazione è un sintomo tipico della trasformazione e distruzione di un paesaggio” si legge nel report delle Nazioni Unite, dove vengono elencati anche i tipici effetti della divisione di un habitat in frammenti: riduzione della superficie e della qualità generali di quell’habitat, aumento dell’isolamento di piccole nicchie ambientali e problemi associati alla creazione di confini artificiali. Le specie animali e vegetali soffrono notevolmente a causa di questa frammentazione dal momento che con essa si riduce la possibilità di spostarsi per adeguarsi ai cambiamenti e aumenta così il rischio di estinzione. Serve un’attenzione particolare a questo tema e un grande sforzo volto a non perdere le connessioni esistenti e a ricreare quelle perse. Il tutto con un impegno sovranazionale, perché l’ambiente non ha confini. 




Quando il suolo si scioglie

A causa del riscaldamento globale la temperatura del pianeta sta aumentando, ma nell’Artico questo fenomeno raggiunge velocità doppie rispetto alle medie globali. Gli scienziati sono particolarmente preoccupati per lo scioglimento del permafrost, uno strato di terreno permanentemente ghiacciato tipico proprio delle regioni più settentrionali del pianeta, che negli ultimi anni ha subito trasformazioni enormi e si è ritirato di 30-80 km verso nord. I rischi legati al disgelo di questo suolo ghiacciato e del suo strato torboso isolante sono sia diretti – con un impatto su ecosistemi, idrologia e infrastrutture delle regioni interessate – sia indiretti, ovvero legati al rilascio di significative quantità di anidride carbonica e metano che andrebbero a incrementare il riscaldamento globale già in atto. Ancora una volta è necessario un impegno globale per mantenere intatto questo terreno, ricordando anche che il 50% del carbone contenuto nel suolo è confinato alle regioni attorno al Polo, conservato nel terreno torboso spesso sotto forma di permafrost.


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Azoto: da un circolo vizioso a uno virtuoso

L’azoto (N) è un elemento fondamentale per la vita sulla Terra: nella sua forma N2 rappresenta il 78% dell’aria che respiriamo ed è un fertilizzante che aiuta la crescita dei vegetali. L’eccesso di questo elemento naturale e dei suoi composti è però diventato un’emergenza globale secondo gli esperti UNEP che già nel 2014 avevano sottolineato l’importanza del tema nel UNEP 2014 Year Book. A conti fatti alcuni composti dell’azoto rappresentano gas serra centinaia di volte più potenti dell’anidride carbonica e inoltre possono avere numerosi effetti negativi sulla qualità dell’aria, dell’acqua, del terreno e dello strato di ozono. La buona notizia è che le nazioni si stanno muovendo nella direzione di un approccio olistico alla sfida della gestione dell’azoto, con Cina, India e Unione Europea impegnate con successo nel ridurre le perdite di azoto e nel migliorare l’efficacia dei fertilizzanti che lo contengono. L’obiettivo finale potrebbe essere un’economia circolare applicata a questo elemento, visto come risorsa da riciclare e riutilizzare.


Cambiare con i cambiamenti climatici

Ultima, ma non per questo meno importante, la sfida del cambiamento climatico e della capacità dell’ambiente di adeguarsi ad esso. In particolare, già nel 2001 l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) delle Nazioni Unite ha definito il “maladattamento” ambientale come “un adattamento che non ha successo nel ridurre la vulnerabilità, ma anzi la aumenta”. Come descritto nel report UN, il maladattamento ambientale può avere diverse cause, da decisioni prese senza il supporto di basi scientifiche solide, a politiche commerciali poco attente, passando per azioni che determinano una dipendenza da determinati scenari e che non lasciano scelta alle future generazioni. L’impegno globale dovrebbe focalizzarsi proprio sull’evitare tali fattori di rischio e sul garantire a tutti gli ambienti la capacità reale di evolversi per potersi adattare nel modo migliore ai cambiamenti climatici. 


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