Foreste, risorse alimentari e finanza: come trovare un equilibrio tra salvaguardia e produzione

Foreste, risorse alimentari e finanza: come trovare un equilibrio tra salvaguardia e produzione

Foreste, risorse alimentari e finanza: come trovare un equilibrio tra salvaguardia e produzione

La difesa delle foreste è essenziale per la sostenibilità alimentare. Le foreste contribuiscono in misura enorme all'agricoltura sostenibile, alla sicurezza alimentare e alla nutrizione. Infatti, non solo costituiscono una fonte diretta di nutrimento, ma i bacini idrografici e i terreni acquitrinosi coperti da foresta forniscono anche gran parte dell'acqua dolce disponibile a livello mondiale. Le foreste, inoltre, garantiscono servizi ecosistemici vitali che giovano all'agricoltura sostenibile, per esempio consolidando i terreni, mantenendo fertile il suolo, regimando i corsi d'acqua, regolando il clima e offrendo un habitat a impollinatori selvatici e predatori di animali nocivi per l'agricoltura.

L'eliminazione della vegetazione per far posto allo sfruttamento agricolo sta invece portando alla deforestazione, che rischia di accelerare il cambiamento climatico e compromette la biodiversità. A evidenziare questi fattori è il Food Sustainability Index (FSI), l'indice sviluppato dall'Economist Intelligence Unit in collaborazione con il Barilla Center for Food & Nutrition. Il FSI misura la sostenibilità del sistema alimentare sui tre pilastri fondamentali della nutrizione, dello spreco alimentare e dell'agricoltura sostenibile, di cui la misura della deforestazione è un indicatore.

Notizie contrastanti sulla salvaguardia delle foreste

Ultimamente, le notizie sulle foreste non sono state né tutte buone né tutte cattive. In Brasile è stato sospeso il decreto che prevedeva lo sfruttamento minerario di un'enorme area protetta. In Indonesia, il presidente Joko Widodo ha prorogato di due anni la moratoria sul rilascio di nuove concessioni per lo sfruttamento di foreste vergini e torbiere. Nel frattempo, il Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (UNEP) ha contribuito all'approvazione di un provvedimento a tutela delle torbiere da poco scoperte nella Repubblica Democratica del Congo e nella Repubblica del Congo.

Almeno per ora, dunque, qualche battaglia è stata vinta. Ma la guerra su vasta scala per la salvaguardia delle foreste continua a infuriare, e la spinta alla deforestazione resta immutata. In parole povere, gran parte della pressione esercitata sulle foreste dipende dalla necessità di riuscire a sfamare una popolazione stimata di 9 miliardi di persone entro il 2050.

Al contempo, il nesso tra deforestazione e cambiamento climatico è indiscutibile. Non possiamo limitarci a etichettare le foreste come "sink biosferici" ("depositi di carbonio" in grado di assorbire più anidride carbonica di quanta ne emettono). Un recente studio ha dimostrato che, quando sono degradati, perfino questi polmoni del pianeta possono emettere a propria volta anidride carbonica. Le cause del degrado forestale vanno individuate in fattori quali l'abbattimento indiscriminato degli alberi, gli incendi incontrollati o le malattie. Questa tendenza dev'essere invertita.

Una sfida impossibile?

Apparentemente, i numeri sembrano indicare una sfida impossibile. Le persone che soffrono la fame sono oltre 800 milioni in tutto il mondo, ovvero circa una su nove. Man mano che la popolazione mondiale aumenta, cresce anche la tentazione a disboscare, dare alle fiamme e coltivare porzioni di suolo sempre più ampie. È dunque solo questione di tempo prima che aree remote come quelle al centro del Congo o nel cuore dell'Amazzonia siano destinate all'agricoltura. Magari inizierà con una strada d'accesso qua e là e con qualche concessione saltuaria per l'estrazione mineraria o dell'olio di palma, e prima di rendercene conto le speranze di mitigare gli effetti catastrofici del cambiamento climatico saranno andate in fumo.

Le torbiere tropicali coperte di foresta del Congo costituiscono un ottimo esempio. Considerando che occupano un'area più vasta dell'Inghilterra, se subissero un degrado potrebbero emettere quantità enormi di gas serra (pari, forse, a tutte le emissioni di CO2 generate a livello mondiale dai combustibili fossili in tre anni o dagli Stati Uniti in 20 anni). Dal momento che una delle regioni più sottosviluppate dell'Africa tenta di sfruttare il suo immenso patrimonio naturale e un mercato globale in rapida crescita, anche in questo caso la pressione esercitata sulle foreste deriva dall'espansione agricola, dalla silvicoltura e dall'attività mineraria.


Fortunatamente, salvaguardare le foreste e promuovere lo sviluppo non è un'equazione impossibile. Se si attueranno drastici miglioramenti, gestire e tutelare le foreste diventerà redditizio. Nel volume di recente pubblicazione Why Forests? Why Now?, Frances Seymour e Jonah Busch presentano dati convincenti, frutto di un meticoloso lavoro di calcolo, che evidenziano come le foreste siano forse la risorsa più sottovalutata. La ricerca di Seymour e Busch ha dimostrato che, se si arrestasse completamente la deforestazione tropicale e si permettesse alle foreste tropicali danneggiate di ricrescere, sarebbe possibile ridurre le emissioni annuali di gas serra a livello mondiale del 24-30 percento. Ciò potrebbe rivelarsi essenziale per contenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2 °C rispetto ai livelli preindustriali, uno degli obiettivi principali dell'Accordo di Parigi sul clima del 2015. 

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Se le foreste tropicali fossero inserite nel portfolio mondiale delle misure di mitigazione dei cambiamenti climatici unitamente alle azioni per ridurre l'utilizzo di combustibili fossili, il costo dell'obiettivo dei 2 °C diminuirebbe del 28 percento.

Inoltre, più di 50 paesi tropicali hanno collaborato con le Nazioni Unite per ridurre le emissioni in cambio di sovvenzioni come ricompensa per aver ridotto quelle derivanti da deforestazione e degrado forestale (REDD+, Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation). Ciò dimostra che, se le foreste sono inserite all'interno di una politica climatica globale, la lotta al cambiamento climatico sarà non solo più economica ma anche più rapida.

Sfruttare il capitale privato

Bisognerebbe anche sfruttare il potere di capitale e mercati privati. Secondo Why Forests? Why Now?, la convergenza di REDD+ e catene di approvvigionamento aziendali ci offre la rara opportunità di congiungere iniziative pubbliche e private complementari a livelli nazionali. In parole povere, ciò significa stornare le migliaia di miliardi di dollari investiti ogni anno in flussi e scambi finanziari internazionali da attività dannose per l'ambiente a un modello di crescita a basse emissioni che sia compatibile con la salvaguardia degli ecosistemi essenziali.

Il destino delle foreste mondiali dipenderà da questo cambiamento. Date le pressioni che esercitano per soddisfare la domanda di prodotti come carne bovina, soia, olio di palma, pasta di legno e carta, i modelli commerciali e finanziari attuali sono una delle cause principali della perdita di circa 8 milioni di ettari di foreste tropicali ogni anno (un'area grande quanto l'Austria). Se da parte del problema il settore privato diventerà parte della soluzione, le politiche pubbliche dovranno stanziare incentivi per sostenere quel cambiamento. I paesi ricchi possono mettere in atto politiche sul fronte della domanda, come il divieto europeo di importare legname di provenienza illegale, o evitare gli investimenti in aziende che espongono le foreste a rischi inaccettabili, come ha fatto il fondo sovrano norvegese.

Qualcosa comincia a cambiare anche sul fronte dell'offerta. Il Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente, per esempio, ha siglato un accordo di partnership con Rabobank per finanziare l'agricoltura sostenibile con un nuovo stanziamento da un miliardo di dollari. Il provvedimento mira a promuovere un utilizzo del suolo e un'agricoltura sostenibili assegnando sovvenzioni, strumenti di riduzione del rischio e linee di credito ai clienti impegnati in attività di produzione agricola sostenibile in Indonesia e Brasile. Il sostegno di leader dell'industria come Rabobank rappresenta un primo passo di estrema importanza. Ora è necessario che l'intera industria finanziaria riveda la propria attività di concessione di crediti agrari, smettendo di assegnarli alle aziende agricole responsabili della deforestazione e destinandoli invece a quelle che proteggendo il paesaggio creano occupazione, salvaguardano la biodiversità e riducono i rischi climatici.

In sostanza, per salvaguardare le foreste, incoraggiare un utilizzo sostenibile del suolo e ripristinare il paesaggio servono investimenti validi e aziende virtuose. Ma sarà anche necessario che le storie di successo siano numerose, che i mercati si muovano rapidamente e che per l'industria finanziaria tutto ciò diventi presto "la nuova normalità".

NOTA SULL'AUTORE

Erik Solheim è stato eletto direttore esecutivo del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente nel maggio 2016. In precedenza, era presidente del Comitato per l'aiuto allo sviluppo dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), il principale organismo dei donatori per lo sviluppo mondiale. Oltre ad aver ricoperto le cariche di ministro dell'Ambiente e ministro dello Sviluppo internazionale, Solheim ha contribuito ai processi di pace in Sudan, Nepal, Myanmar e Burundi ed è stato il principale mediatore del processo di pace in Sri Lanka dal 1998 al 2005.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su foodsustainability.eiu.com


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