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Eco-Sustainable Gardens: dall’insicurezza alimentare a un’agricoltura con una bassa impronta ecologica

L’edizione 2015 del concorso BCFN YES è stata vinta da un progetto che si proponeva di aiutare le donne in agricoltura della tribù camerunense Mbororo sotto due aspetti: da un lato, a produrre cibo a sufficienza per le loro famiglie con l’obiettivo di combattere la denutrizione tramite pratiche a bassa impronta ecologica, e dall’altro a vendere la sovrapproduzione. Dopo più di un anno di ricerca sul campo, il progetto è stato finalmente avviato con il coinvolgimento degli stakeholder locali ed è ora pronto a prendere slancio con l’aiuto di nuovi partner e di nuovi enti finanziatori.

Eco-Sustainable Gardens è il titolo di un progetto sviluppato da alcuni studenti dell’Università di Hohenheim a Stoccarda, in Germania, il cui scopo è quello di aiutare le donne in agricoltura Mbororo – che vivono nella regione nord-occidentale del Camerun – a raggiungere la sicurezza alimentare in modo sostenibile, ovvero senza compromettere l’ambiente e con l’adozione di pratiche a bassa impronta ecologica. Presentato a Parma nel 2015 in occasione del concorso Young Earth Solutions (YES) indetto dalla Fondazione Barilla Centre for Food and Nutrition (BCFN), il progetto si è aggiudicato il premio BCFN. Da allora quella che era soltanto un’idea ha assunto una forma concreta e misurabile attraverso il lavoro in loco.

Il progetto si basa su tre pilastri principali: il contributo alla sicurezza alimentare e alla nutrizione di un popolo vulnerabile all’insicurezza alimentare, l’economia circolare delle biomasse e l’imprescindibile visione dell’ambiente come una risorsa da proteggere.


Una popolazione bisognosa

Il progetto è rivolto alle donne in agricoltura della tribù Mbororo, che fa parte del gruppo etnico dei Fulani. Lo stile di vita seminomade di queste popolazioni rende le donne particolarmente vulnerabili all’insicurezza alimentare, poiché i mariti si allontanano per lunghi periodi in cerca di pascoli per il bestiame. Il progetto Eco-Sustainable Gardens si prefigge di aiutare le donne in agricoltura ad avere un più facile accesso al cibo, sia fisico che economico, attraverso un’orticultura sostenibile finalizzata non solo al consumo domestico ma anche alla generazione di reddito, con l’utilizzo di colture locali ricche di nutrienti e in grado di porre rimedio ai problemi nutrizionali che affliggono queste popolazioni, come la cosiddetta fame nascosta.

Le biomasse come risorsa

Tenendo in considerazione l’economia circolare delle biomasse e la necessità di un’agricoltura con una bassa impronta ecologica, il sistema di orticoltura proposto prevede l’impiego di letame animale che, oltre a non essere utilizzato da queste comunità, se gestito in maniera non adeguata potrebbe rivelarsi dannoso per l’ambiente, poiché potrebbe inquinare i corsi d’acqua e costituire una fonte di emissioni di gas serra. Il principio su cui si basano questi orti è quello di garantire una perturbazione minima del terreno e di proteggere il suolo attraverso altre misure quali l’impiego di colture di copertura e di strisce d’erba per mitigare il potere distruttivo della pioggia e del ruscellamento, riducendo così al minimo l’erosione del suolo. Anziché utilizzare il sistema di aratura a porche o dissodare completamente il terreno, il letame viene incorporato all’interno di solchi creati sulle file d’impianto e la pacciamatura avviene dopo la semina. Il letame non è solo una fonte di sostanze nutritive per le colture, ma anche un ammendante del terreno che determina una maggiore stabilità fisica. Le colture di copertura sono seminate sulla superficie libera, mentre le strisce d’erba sono collocate a intervalli regolari per ridurre il rischio di ruscellamento.

L’attuazione sistematica del progetto è iniziata con una fase pilota all’interno di una comunità con caratteristiche analoghe a quelle della comunità beneficiaria individuata in origine. In precedenza era stata istituita una partnership tecnica con l’Associazione per lo Sviluppo Sociale e Culturale dei Mbororo (MBOSCUDA) che, oltre a essere l’associazione culturale della popolazione Mbororo, è anche un’organizzazione non governativa che si occupa di tutelare le esigenze e gli interessi degli Mbororo, soprattutto in relazione a problemi legati ai diritti umani fondamentali. MBOSCUDA è il partner principale per l’attuazione del progetto Eco-Sustainable Gardens poiché costituisce un canale d’accesso affidabile alla comunità Mbororo; la sua collaborazione aiuterà inoltre ad assicurare la sostenibilità del progetto. L’associazione MBOSCUDA sarà coinvolta nella preparazione di materiale di sensibilizzazione e si occuperà di gestire i rapporti tra i beneficiari e la gerarchia comunitaria nonché tra il team responsabile del progetto e lo staff sul campo; da ultimo, contribuirà a monitorare e valutare l’andamento del progetto. Sono state istituite inoltre collaborazioni chiave con altre ONG finalizzate allo sfruttamento di conoscenze multi-piattaforma e alla condivisione di esperienze, e poi ancora con università, istituti di ricerca agricola e ministeri governativi.

Uno dei fattori chiave che hanno preceduto l’attuazione del progetto è stato il confronto con gli stakeholder attraverso incontri one-on-one, laboratori e gruppi di discussione. Il progetto è stato anche presentato sia alle comunità beneficiarie che alle destinatarie dirette (le donne), che l’hanno accolto con entusiasmo e si sono dette pronte a impegnarsi per la sua riuscita, arrivando addirittura a mettere a disposizione un appezzamento di terra per la creazione di orti dimostrativi. In cambio dell’insegnamento del metodo introdotto dal progetto, le donne si sono inoltre assunte l’onere di prendersi cura degli orti dimostrativi.


Orientamenti futuri

Finora il progetto è stato ampiamente accettato dai capi della comunità, dai capifamiglia nonché dalle dirette beneficiarie (le donne). L’attuazione del progetto all’interno di queste comunità andrà di pari passo con l’osservazione dei suoi effetti sui mezzi di sostentamento e con l’avanzamento di proposte di modifica alla strategia del progetto al fine di ottenere il massimo vantaggio per le donne. Le aree di ricerca comprendono, per citarne alcune, mercati, strategie della catena del valore, rapporti tra famiglie e di genere all’interno della comunità – unitamente al loro impatto sugli esiti del progetto. Non solo, altre aree di ricerca riguardano i cambiamenti dello stato di salute e nutrizionale dei beneficiari attribuibili al progetto, nonché sistemi di efficace gestione del suolo e delle colture.

Gli orti dimostrativi sono stati realizzati e, finora, accolti con favore dalla popolazione. Il progetto è dunque pronto a offrire servizi alle comunità beneficiarie identificate inizialmente ma, affinché possa dare i risultati sperati, è indispensabile affrontare alcune questioni centrali.


Anzitutto, essendo piuttosto difficile ottenere piantine sane per gli orti, si ravvisa la necessità di creare vivai nella comunità beneficiarie. L’utilizzo di piantine non sane, infatti, introdurrebbe malattie e parassiti all’interno degli orti, determinando cattivi raccolti o costi elevati per combattere parassiti e malattie. La presenza di vivai darebbe inoltre l’opportunità di insegnare alle destinatarie del progetto a coltivare piantine indenni da parassiti e malattie; in aggiunta, fornendo alle donne materiale di moltiplicazione sano per i loro orti, si ridurrebbero anche i costi che avrebbero dovuto sostenere per procurarselo. Da ultimo, questo approccio contribuirebbe a garantire la sostenibilità a lungo termine del progetto.

Per quanto riguarda l’accumulo e la vendita dei prodotti mediante una cooperativa, le comunità beneficiarie hanno bisogno di donne istruite (preferibilmente Mbororo) alle quali affidare la gestione quotidiana dell’organizzazione e un’adeguata tenuta di registri. Ai fini del progetto si è deciso di individuare donne Mbororo che abbiano completato un corso di studi ufficiale e di retribuirle per un periodo di almeno un anno, al termine del quale le donne della comunità saranno in grado di generare autonomamente i loro fondi e di coprire le spese per la loro cooperativa.

Le beneficiarie hanno espresso preoccupazione in merito alla loro capacità di gestire il progetto in maniera adeguata qualora il team responsabile del progetto dovesse affidarlo completamente a loro nel breve termine. La soluzione individuata prevede la costituzione di una Farmer Field School (FFS) come parte integrante della cooperativa. Questa “Scuola sul Campo per Agricoltori” offrirà una piattaforma all’interno della quale divulgatori agricoli del Ministero dell’Agricoltura e del Ministero delle Piccole e Medie Imprese terranno periodicamente laboratori formativi su temi legati alla produzione e alla protezione delle culture, alla gestione del post-raccolto, alla lavorazione/creazione di valore aggiunto e alla commercializzazione dei prodotti. La FFS sarà inoltre un luogo di condivisione di esperienze sia tra le beneficiarie della comunità che con i rappresentanti di altre comunità. Il team responsabile del progetto sarà presente sul campo per risolvere eventuali problemi, poiché la ricerca proseguirà per almeno altri tre anni.

Alla luce di quanto illustrato, e avendo concluso con successo la fase sperimentale del progetto, il team è riuscito a ottenere finanziamenti – e sta attualmente cercando di reperirne altri – da parte di numerose organizzazioni allo scopo di aiutare le donne a fare i primi investimenti nei loro orti, di costituire vivai nelle comunità beneficiarie e di retribuire il lavoro delle donne a cui sarà affidata la gestione della cooperativa per il primo anno e comunque fino a quando il progetto diventerà sostenibile sotto il profilo finanziario.

Il team desidera esprimere la propria gratitudine al concorso Young Earth Solutions (YES) organizzato dalla Fondazione Barilla Centre for Food and Nutrition per aver fornito una piattaforma che ha permesso al progetto di vedere la luce, di raggiungere il suo stato attuale e di continuare a crescere.

di Nadia Ndum Foy e Okon Archibong Ukeme – Alumni BCFN 

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