Dieta sana e sostenibile, a ciascuno la sua

Dieta sana e sostenibile, a ciascuno la sua

24 Luglio 2020

Dieta sana e sostenibile, a ciascuno la sua

Qual è la dieta migliore? La risposta non è unica, ma dipende da diversi fattori, primi tra tutti il livello di reddito e di sviluppo tecnologico. Senza dimenticare che i cambiamenti dipendono anche dalla struttura sociale e dai comportamenti dei singoli e dei gruppi. 

Le scelte alimentari quotidiane hanno un impatto enorme sulla salute degli esseri umani e su quella dell’intero pianeta. Se è vero infatti che “siamo quello che mangiamo” e che le diete non bilanciate sono tra i maggiori fattori di rischio per le malattie croniche, come diabete, malattie cardiovascolari e tumore, non possiamo fare a meno di riflettere anche sulla sostenibilità ambientale della dieta. La produzione agricola, specie quella per la coltivazione di mangimi, ha un forte impatto ambientale perché occupa circa il 40 per cento della superficie terrestre, utilizza circa il 70 per cento delle risorse idriche ed è responsabile di circa un quarto di tutte le emissioni di gas serra, senza contare l’inquinamento dei corsi d’acqua a opera di fertilizzanti e diserbanti.


Uno sguardo sul mondo

Negli ultimi anni, diversi studi hanno suggerito che le diete con basso contenuto di alimenti di origine animale e ricche in frutta, verdura, noci e cereali integrali siano diete sane, oltre ad avere un minor impatto ambientale. Un concetto riassunto e descritto in modo schematico nella Doppia Piramide Alimentare e Ambientale elaborata da Fondazione Barilla ed approfondito da diversi studi che hanno lanciato il concetto “dieta planetaria” fissando i limiti oltre i quali i consumi alimentari non risultano più sostenibili. La maggior parte delle analisi sulle diete sostenibili, però, è stata condotta in Paesi ad altro reddito e il focus dominante degli studi non è stato tanto la salute, quanto la quantità di gas serra generati dalla produzione alimentare. 

Uno studio apparso su The Lancet Planetary Health e condotto da un gruppo di ricerca dell’Università di Oxford, ha invece eseguito un’analisi nutrizionale completa delle diete tipiche di oltre 150 Paesi, con l’obiettivo di valutare le differenze in salute attribuibili ai diversi regimi alimentari. 

Tutte le diete sostenibili sono state classificate in base a tre differenti approcci alla sostenibilità: quelle motivate dalla sostenibilità ambientale; quelle incentrate sulla sicurezza alimentare e sul cibo per tutti e, infine, quelle costruite su principi di sanità pubblica, tra le quali le diete vegetariane e vegane. 

Confrontando nove fattori di rischio legati all'alimentazione e al peso (come i livelli di nutrienti, la mortalità per cause legate alla dieta) con l’impatto ambientale (emissioni di gas serra, ma anche per uso di terreni, acqua e pesticidi) i ricercatori sono giunti a conclusioni specifiche per ciascun gruppo. In particolare, le dieta basate sulla sostenibilità ambientale hanno sostituito i cibi di origine animale con cibi di origine vegetale in percentuali che vanno dal 25 al 100 per cento. Il secondo gruppo di diete, basato sulla sicurezza alimentare ha ridotto i livelli di malnutrizione, sovrappeso e obesità in percentuali variabili tra il 25 e il 100 per cento. Il terzo gruppo, quello legato alle misure di salute pubblica, consiste in quattro schemi dietetici bilanciati dal punto di vista dell’apporto calorico: la dieta flessibile, quella pescetariana, la vegetariana e la vegana. 


Vegetale è meglio

I risultati sono quelli attesi, ma rafforzano con basi ancora più scientifiche le raccomandazioni di chi si occupa di sostenibilità alimentare e ambientale. I ricercatori hanno infatti dimostrato che le diete prevalentemente a base di vegetali riducono l’impatto ambientale della produzione alimentare nei Paesi a medio e alto reddito, migliorando al contempo i livelli di nutrienti e riducendo la mortalità prematura. Nei Paesi a basso reddito, l'adozione di una dieta equilibrata aumenterebbe paradossalmente la domanda di risorse ambientali, ma questo è inevitabile se si vuole che tutti abbiano cibo a sufficienza, prodotto localmente. In tutte le regioni, l’associazione più forte tra benefici per la salute e benefici ambientali si ha con diete a bassa emissione di gas serra. I benefici per la salute sono più piccoli (ma esistono) per le diete associate a un minor uso di acqua dolce, e moderate per le diete che riducono l’uso di pesticidi e l’utilizzo del terreno.

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La mortalità prematura diminuisce, con i diversi regimi alimentari, in percentuali variabili dal 4 al 12 per cento a seconda dello scenario: più della metà di questa diminuzione è da attribuirsi all'aumento del consumo di verdure, un terzo all'aumento del consumo di frutta, un quinto all'aumento del consumo di legumi e un decimo alla riduzione del consumo di carne rossa.


Dieta sana e sostenibile, ma non universale

Sebbene una strategia mondiale potrebbe portare a diete più sane, le diversità tra Paesi però sono più marcate quando si tratta di valutare l’impatto ambientale” spiegano gli esperti. “In particolare, nei Paesi a basso reddito i vantaggi ambientali della dieta sana non sono così marcati, rendendo di fatto necessaria una valutazione caso per caso. In sostanza, è importante far passare il messaggio che la dieta sana e sostenibile non è universale, e deve essere adattata al contesto locale, per tenere conto anche degli investimenti tecnologici che un cambio di dieta comporta nella popolazione” aggiungono. 

Infine, ma non certo meno importante, è necessario tenere conto delle forze che possono spingere le persone a cambiare il proprio regime alimentare. Lo spiegano gli autori austriaci e tedeschi di un articolo recentemente pubblicato su Nature Sustainability che – studiando in particolare il consumo di carne e il suo impatto – hanno analizzato l’effetto sull’ambiente di un ampio numero di possibili cambiamenti alimentari e hanno identificato gli elementi comportamentali più importanti quando si vuole ottenere un cambio di rotta a tavola. “Piuttosto che cambiamenti drastici in piccoli gruppi di persone, servono cambiamenti che interessino un’ampia parte della popolazione” scrivono gli esperti, riferendosi all’effetto delle modificazioni a livello dietetico sull’impronta ambientale dei sistemi alimentari. “Se anche il 40 per cento della popolazione mondiale diventasse vegetariana, i benefici a livello ambientale non potrebbero emergere appieno se la restante parte della popolazione continuasse a mangiare carne ai livelli attuali” spiegano.

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