Krill antartico: una nuova sfida di sostenibilità?

Krill antartico: una nuova sfida di sostenibilità?

Krill antartico: una nuova sfida di sostenibilità?

I piccoli crostacei dei mari freddi stanno conoscendo una grande popolarità come fonte di omega 3, ma l’incremento della pesca e i cambiamenti climatici mettono a rischio questa risorsa preziosa per l’ecosistema e fanno sorgere dubbi sulla sostenibilità del loro consumo.

Euphausia superba è il nome scientifico di un piccolo crostaceo che vive prevalentemente nelle acque fredde dell’area antartica e che rappresenta un elemento fondamentale per il mantenimento del delicato ecosistema di queste regioni del mondo. In Asia il krill antartico – questo è il nome comune del crostaceo – fa parte da sempre della tradizione alimentare, ma oggi l’interesse della comunità internazionale per questa risorsa si lega anche ad altri utilizzi, dall’impiego come mangime per allevamenti ittici alla produzione alimentari di integratori e nutraceutici soprattutto per il mercato statunitense ed europeo.  


 

Alla base della catena alimentare

La biomassa stimata del krill antartico raggiunge i 380 milioni di tonnellate, un numero che supera quello relativo alla popolazione umana globale e fa di questi animali una delle specie più abbondanti sul pianeta. 

L’importanza di questi piccoli crostacei non dipende però solo dalla loro abbondanza: il krill rappresenta la principale fonte alimentare per la maggior parte dei predatori marini degli oceani antartici. Pinguini, foche, balene e numerosi pesci consumano ogni giorno quantità enormi di quello che viene considerato un anello fondamentale della catena alimentare di questo ecosistema tanto delicato. Cibandosi di fitoplancton (alghe microscopiche), il krill rende disponibili le preziose sostanze nutritive in esso contenute anche per gli animali che si trovano a diversi livelli della catena alimentare. Non solo. Grazie a migrazioni verticali dei branchi di questi crostacei nel corso della giornata – più in superficie di giorno, più in profondità la notte – viene garantito il cibo a specie che vivono a diverse profondità, dagli uccelli marini ai calamari. 

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Controlli rigorosi

Come tutelare un elemento tanto importante per l’equilibrio dell’intero ecosistema? La Commissione per la conservazione delle risorse viventi marine dell’Antartico (Commission for the Conservation of Antarctic Marine Living Resources- CCAMLR) è l’ente che più di ogni altro si occupa di tenere sotto controllo e di regolamentare la pesca del krill nei mari antartici. Nata nel 1982, anche dietro la spinta della preoccupazione per la sostenibilità dell’incremento della pesca di questo crostaceo, la commissione è composta da 25 membri internazionali e organizza regolarmente incontri coinvolgendo scienziati, pescatori e anche organizzazioni non governative per lavorare al mantenimento e alla protezione dell’ecosistema Antartico. “L’approccio prevede proprio di mettere al centro l’ecosistema e la sua conservazione” spiegano gli esperti CCAMLR dalle pagine del sito web ufficiale. “La pesca è prevista, purché rispetti l’ambiente e la sostenibilità” proseguono. 

Secondo quanto stabilito dalla CCAMLR, oggi il krill può essere pescato solo in quattro regioni ben delimitate dell’area antartica e solo rispettando soglie di sicurezza che garantiscono la sostenibilità e si fermano a 620.000 tonnellate all’anno. Un approccio basato sulla prudenza e che punta a minimizzare l’impatto ambientale piuttosto che a massimizzare la quantità di krill pescato. 


Le sfide future

Sebbene fino a ora la pesca del krill sembri strutturata in modo da garantire la sostenibilità e il rispetto dell’ecosistema, molti esperti si dichiarano preoccupati di fronte ad alcune sfide future che potrebbero modificare la situazione. In prima fila ancora una volta ci sono i cambiamenti climatici che nella regione antartica si stanno facendo sentire in modo particolarmente pesante. 

Una riduzione del ghiaccio antartico, potrebbe ridurre anche gli habitat adatti al krill e l’aumento delle temperature costringerebbe i piccoli crostacei a utilizzare più energia per vivere, influenzandone la crescita. Oltre alla temperatura anche l’acidificazione degli oceani, legata alla produzione di anidride carbonica, potrebbe rendere molti mari non più ospitali per il krill e in particolare per lo sviluppo delle nuove generazioni. 


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Infine, ma non certo meno importanti, le modalità di pesca, sempre più basate su navi che raccolgono quantità enormi di krill e lo lavorano direttamente in loco potrebbero modificare l’equilibrio finora garantito dalle regolamentazioni vigenti. A tutte queste sfide guardano gli esperti CCAMLR, sempre alla ricerca di soluzioni che riescano a dare un contributo anche alla sicurezza alimentare globale.


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