Cosa possono fare i decisori politici per affrontare le cause delle migrazioni legate all'insicurezza alimentare

Cosa possono fare i decisori politici per affrontare le cause delle migrazioni legate all'insicurezza alimentare

Cosa possono fare i decisori politici per affrontare le cause delle migrazioni legate all'insicurezza alimentare

I dati sul fenomeno migratorio nel mondo sono senza dubbio allarmanti. Entro il 2050, se si confermassero le attuali tendenze, il numero di migranti internazionali nel mondo potrebbe raggiungere quota 400 milioni, in aumento rispetto agli odierni 244 milioni, mentre si stima in 740 milioni la quota dei migranti interni (coloro che si spostano entro i confini nazionali).

La consapevolezza sempre più profonda delle svariate implicazioni connesse a una mancata gestione del fenomeno migratorio, ha fatto sì che la mobilità delle persone sia diventata un tema politico di pubblico interesse di importanza globale. Insieme alla maggiore consapevolezza, si è fatta strada la necessità di comprendere i nessi esistenti tra il fenomeno migratorio e altri settori di intervento, come quelli legati alla sicurezza alimentare. E proprio la sicurezza alimentare nel contesto dello sviluppo rurale e dell'agricoltura è stata messa al centro dell'analisi più ampia sui nessi tra fenomeno migratorio, ambiente e cambiamenti climatici


Cambiamenti climatici, degrado ambientale e insicurezza alimentare

Gli effetti negativi dei cambiamenti climatici possono contribuire agli spostamenti di persone, tanto che tale fenomeno, secondo alcune stime, potrebbe causare entro il 2050 lo spostamento di massa di 143 milioni di persone entro i rispettivi confini nazionali. Fattori ambientali, tra cui i cambiamenti climatici, hanno da sempre esercitato un impatto sui flussi migratori globali. Numerosi studi, comprese le relazioni di valutazione fornite dal Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC), indicano che i cambiamenti climatici sono destinati a rimodellare l’attuale configurazione del fenomeno migratorio, dato che sempre più persone saranno costrette ad abbandonare le loro terre a causa degli impatti globali dei cambiamenti climatici: tra questi, la carenza d'acqua, le temperature estreme, gli eventi meteorologici estremi, e l'aumento del livello dei mari.

Questi nessi tra i cambiamenti climatici e i fenomeni migratori sono stati formalmente riconosciuti con l'inclusione delle migrazioni nello storico Accordo di Parigi. La questione è stata discussa anche nell'ambito del Global Compact delle Nazioni Unite, per la promozione di una governance globale delle migrazioni nel mondo.


I cambiamenti climatici si manifesteranno principalmente tramite cambiamenti a livello locale nel ciclo dell'acqua, con impatti disuguali sulla superficie del pianeta. Le attività di sostegno alla sussistenza come la pesca, l'agricoltura e l'allevamento sono tutte esposte a drastici mutamenti legati alla riduzione o alle fluttuazioni delle precipitazioni, soprattutto nelle aree rurali dove l'agricoltura e la pesca sono una fonte di reddito fondamentale. Le popolazioni rurali sono quindi quelle più colpite, a causa della loro vulnerabilità ai rischi naturali (come siccità ed esaurimento delle sorgenti d'acqua dolce), della loro dipendenza da risorse naturali (come acqua piovana o habitat d'acqua dolce), e della loro limitata capacità di gestire i rischi e farvi fronte (per questioni legate a fattori socio-economici). Al contempo, l'uso poco sostenibile delle risorse e il degrado causato dall'uomo aggravano ulteriormente il problema: 

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la deforestazione, la pesca intensiva, il pascolo intensivo e le attività industriali contribuiscono a generare una gravissima perdita della biodiversità e un deterioramento degli ecosistemi marini e terrestri che garantiscono le basi minime essenziali per la sicurezza alimentare. A livello locale, questi mutamenti nella disponibilità di risorse naturali possono causare carenze di cibo e perdita di mezzi di sussistenza, e possono potenzialmente forzare le persone a migrare verso altre aree rurali o città in cerca di migliori opportunità.


Rapida urbanizzazione

Lo spostamento di popolazioni dalle aree rurali a quelle urbane rende ancora più complesso il quadro, soprattutto in Africa. L'Africa sub-sahariana è la regione a più rapida urbanizzazione al mondo, con 472 milioni di persone che vivono attualmente in aree urbane, un dato destinato a raddoppiare nei prossimi 25 anni. Questo fenomeno causa a sua volta conseguenze dannose, come la perdita di suolo agricolo per effetto dell'espansione urbana, la carenza di cibo e l'aumento dei costi di approvvigionamento di alimenti per le famiglie.

I Paesi in rapida urbanizzazione si trovano spesso più in difficoltà degli altri nel produrre cibo in maniera sostenibile,  come evidenzia il Food Sustainability Index (FSI), l'indice sulla sostenibilità alimentare nato dalla collaborazione tra l'Economist Intelligence Unit e la Fondazione Barilla Center for Food & Nutrition. Se togliamo Etiopia (12° posto) e Turchia (16° posto), la maggior parte dei 10 Paesi a più rapida urbanizzazione si colloca nella metà inferiore dell'indice FSI. La Francia al contrario, in cima alla classifica mondiale, è solo al 26° posto in termini di ritmo di urbanizzazione.


Quali risposte può fornire l'UE?

Nell'affrontare le sfide legate al nesso migrazione-sicurezza alimentare, l'UE può giocare svariati ruoli. Partendo dal presupposto che non esiste una bacchetta magica per risolvere all'istante il problema, le politiche devono prendere in considerazione sia le realtà del fenomeno migratorio sia il bisogno di trovare soluzioni sostenibili dal punto di vista ambientale.

L'UE è uno dei più grandi fornitori al mondo di assistenza alimentare umanitaria, dopo essere intervenuta negli ultimi due anni per rispondere alle crisi alimentari che hanno afflitto, tra gli altri, Nigeria, Somalia, Sud Sudan e Yemen — tutti Paesi finiti sull'orlo della carestia.

Oltre al suo ruolo umanitario in situazioni di crisi, però, l'UE deve giocare un ruolo altrettanto decisivo anche nell'affrontare direttamente nei Paesi d'origine dei migranti l'insicurezza alimentare che è all'origine dei fenomeni di migrazione forzata. L'incapacità degli agricoltori dei Paesi in via di sviluppo di adattarsi ai cambiamenti climatici e di continuare a guadagnarsi da vivere e a produrre cibo attraverso un'agricoltura strettamente dipendente dalle precipitazioni, può infatti costringerli a migrare in cerca di mezzi di sussistenza alternativi. Fornire istruzione e formazione in campo agricolo, insegnando l’adozione di metodi colturali sostenibili e rispettosi dell'ambiente, e supportare lo sviluppo delle infrastrutture, sono parte della soluzione.

Una comunicazione adottata dalla Commissione europea nel 2017, dal titolo Il futuro dell'alimentazione e dell'agricoltura, comprende una proposta per "cercare un'azione coerente tra le sue politiche, in linea con la sua dimensione internazionale, in particolare sui temi del commercio, della migrazione e dello sviluppo sostenibile".

Oltre a questo, la Commissione europea ha recentemente annunciato la nascita della Task Force Rural Africa (TFRA). Progettata per promuovere l'agricoltura sostenibile in Africa attraverso una maggiore cooperazione tra l'UE e i Paesi africani, l'iniziativa rivela un crescente riconoscimento del fatto che, per l'Europa, la sicurezza alimentare è molto di più di un obiettivo di sviluppo sostenibile globale. Essa svolge infatti anche un ruolo importante nel gestire i fenomeni migratori in modo sicuro e ordinato, riducendo la migrazione forzata.


Necessità di investimenti strategici

Nonostante questo approccio sia fondamentale per affrontare le pressioni migratorie in alcune comunità rurali, è importante tener presente che interpretazioni eccessivamente semplicistiche del nesso tra sicurezza alimentare e migrazione potrebbero avere conseguenze nefaste.

Gli investimenti nei settori dell'agricoltura e della pesca, per esempio, devono essere strategici. E oltre a essere orientati verso le aree da cui provengono i migranti, gli investimenti devono essere indirizzati in modo più massiccio anche verso i Paesi in cui l'insicurezza alimentare è più grave, tenendo presente che le persone più vulnerabili non possono permettersi di migrare oltre i confini nazionali. È anche importante assicurare che tali investimenti non si ripercuotano negativamente sulle attività di sussistenza delle comunità locali. In particolare è necessario rafforzare le misure per prevenire il fenomeno dell'accaparramento delle terre per l'agricoltura intensiva su larga scala, così da proteggere i piccoli agricoltori e garantire la sovranità alimentare e l'accesso alla terra da parte delle comunità locali.

L'assistenza allo sviluppo e l'aiuto umanitario sono importanti; tuttavia, non possono essere le sole risposte nell'era della globalizzazione. È quanto mai urgente adottare per il fenomeno migratorio un quadro politico di ampio respiro e ben concepito.

Le migrazioni infatti possono costituire un elemento capace di aumentare la capacità di resistenza ai cambiamenti climatici. Per esempio, la rete di contatti tra aree rurali e urbane creata dai migranti può rafforzare la capacità dei nuclei familiari che risiedono in zone rurali di sopravvivere e far fronte ai rischi, questo grazie alle rimesse di denaro e prodotti alimentari. La ricerca di soluzioni rapide per gestire i flussi migratori non deve ostacolare questo processo.

Altre soluzioni possibili per le migrazioni nel mondo contemplano la possibilità di migrazione di manodopera a carattere stagionale, che può offrire ai migranti da zone rurali a zone urbane, o da zone rurali ad altre zone rurali opportunità sicure di lavoro — nel rispetto dei diritti umani e del lavoro — con benefici sia per le comunità ospitanti sia per quelle di partenza dei migranti.

Un nuovo patto globale

Al di là delle singole soluzioni, il nuovo patto globale per i fenomeni migratori rappresenta un'opportunità eccezionale per concepire un approccio di più ampio respiro alla governance delle migrazioni nel mondo, che sia in grado di affrontare anche le sfide poste dai fenomeni migratori legati all'insicurezza alimentare, ai cambiamenti climatici e all'esaurimento delle risorse naturali.

Trovare soluzioni veramente sostenibili non sarà facile e richiederà nuovi approcci politici in diversi settori. Tuttavia, grazie all'aumento della cooperazione internazionale e a un'attenzione più profonda per tutti i risvolti delle politiche migratorie e agricole, l'UE potrà svolgere un ruolo cruciale nel garantire il rispetto del diritto umano al cibo, sostenendo al contempo politiche ragionevoli di gestione dei fenomeni migratori.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su foodsustainability.eiu.com

NOTA SULL'AUTORE

Eva Mach collabora come responsabile del programma di sostenibilità ambientale nella Divisione Migrazione, Ambiente e Cambiamenti Climatici presso l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM). In tale veste sostiene il lavoro dell'IOM in ambito globale sui fenomeni migratori, sull'ambiente e sui cambiamenti climatici, in particolare per quanto concerne i temi relativi alle risorse idriche ed energetiche. È inoltre responsabile del programma di sostenibilità ambientale istituzionale dell'IOM, che mira a collegare lo sviluppo sostenibile dal punto di vista ambientale con la governance e la gestione dei flussi migratori.


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