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Cop22: dalle parole ai fatti

Riflettori puntati sui cambiamenti climatici a Marrakech, in Marocco per due settimane nelle quali i rappresentanti di diverse nazioni hanno lavorato con l’obiettivo comune di salvare il pianeta dal riscaldamento globale.

Dal 7 al 18 novembre 2016 Marrakech è diventata la capitale mondiale della lotta ai cambiamenti climatici. La città ha ospitato infatti la 22° Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, alla quale hanno preso parte i rappresentanti di quasi 200 nazioni accomunate dallo sforzo di rendere davvero operativi gli accordi siglati a Parigi nel 2015 nel corso della precedente edizione. Nella fitta agenda dei lavori sono stati inclusi alcuni punti chiave del percorso per la salvaguardia del pianeta come l’entrata in vigore ufficiale degli accordi di Parigi datata 4 novembre 2016. Tali accordi prevedono infatti uno stanziamento di 100 miliardi di dollari per finanziare progetti che semplifichino l’adattamento dei Paesi ai cambiamenti climatici (per esempio per fronteggiare l’innalzamento del livello delle acque) e per ridurre, entro il 2020, l’emissione di gas serra. “Le condizioni sono favorevoli, ma la strada è ancora lunga e perché gli accordi di Parigi abbiano successo abbiamo bisogno di soluzioni che si basano sulla natura perché la natura può darci una mano a salvare il pianeta” hanno dichiarato gli esperti riuniti in Marocco. Lo stesso Paese nordafricano si è posto l’ambizioso obiettivo di portare il tasso di energia prodotto da fonti rinnovabili al 12 per cento entro il 2020, per arrivare al 52 per cento di tutta la produzione elettrica entro il 2030.

Parigi resta il punto di partenza
L’umanità guarderà al 4 novembre 2016 come al giorno nel quale il mondo ha chiuso le porte all’inevitabile disastro legato ai cambiamenti climatici e ha mosso i primi determinati passi verso un futuro sostenibile”. Patricia Espinosa, segretario esecutivo dell’Onu sulle questioni climatiche e Salaheddine Mezouar, ministro degli esteri del Marocco hanno definito così l’entrata in vigore degli accordi di Parigi che restano la base sulla quale si sono poggiati i lavori di Cop22. Per arrivare agli obiettivi fissati in Francia – contenere il riscaldamento globale entro i 2 °C rispetto ai livelli preindustriali – ci sono ancora molti nodi da sciogliere, primo tra tutti quello dei finanziamenti ai Paesi in via di sviluppo. “Le persone che più risentono dei cambiamenti climatici sono anche le meno responsabili di tali cambiamenti” spiega Isabel Kreisler, esperta di cambiamenti climatici dell’Oxfam International (Oxford committee for Famine Relief). E lo si evince nei dettagli anche dai dati del ‘The Climate Finance Shadow Report 2016” presentato nel corso della conferenza marocchina: “Cop22 deve garantire alle persone che lottano in prima linea contro il cambiamento del clima, gli aiuti di cui hanno davvero bisogno” conclude l’esperta.
Occhi puntati anche sul problema dell’acqua, dato che le previsioni prevedono un aumento della necessità di acqua del 55 per cento entro il 2050. Vi sono quindi argomenti solidi in grado di convincere le autorità a preservare territori ed ecosistemi. Secondo una stima di UNESCO, è necessario un investimento di 53 miliardi di dollari l’anno per cinque anni per raggiungere una copertura universale. Può sembrare una somma elevata, ma è soltanto lo 0,1 per cento del PIL mondiale
E poi ci sono le città, al centro dell’attenzione anche del lavoro di BCFN - che ha sviluppato con la collaborazione del centro studi dell’Economist l’FSI, un indice di sostenibilità che consente di classificare le città sulla base delle buone pratiche - responsabili del 70 per cento circa delle emissioni di gas serra legati alle fonti energetiche. Proprio alle città e agli insediamenti urbani è stata dedicata la terza giornata dei lavori di Marrakech. Secondo la Banca Mondiale, infatti, l’investimento per potersi adattare ai cambiamenti climatici arriverà a costare tra gli 80 e i 100 miliardi di dollari l’anno, l’80 per cento dei quali dovrebbero essere indirizzati alle città per non oltrepassare la soglia dei 2 °C di aumento della temperatura.

L’impegno per il clima si può misurare
Tante le parole sul clima e su come contenerne i cambiamenti, ma cosa fanno davvero le nazioni? Quali sono i criteri per definire un paese virtuoso in termini di lotta al riscaldamento globale? La risposta – almeno parziale- si chiama Climate Change Performance Index (CCPI), un indice redatto dalla Ong tedesca Germanwatch e da Climate Action Network Europe e che viene calcolato in base a tre diversi parametri: livelli di emissione, lo sviluppo delle energie rinnovabili e dell'efficienza energetica e la valutazione delle politiche climatiche. “I risultati del 2017 mostrano che la transizione verso un’economia low carbon è partita e sta acquistando velocità, ma ci sono troppi Paesi che ancora hanno performance negative” afferma Jan Burck tra gli autori del CCPI, ricordando che in testa alla classifica dei paesi più efficienti (anche se non del tutto virtuosi, poiché nessuno brilla per completezza dell’approccio), ci sono Francia, Svezia e Regno Unito, mentre l’Arabia Saudita rappresenta il fanalino di coda tra i 58 paesi coinvolti nella ricerca e responsabili del 90 per cento circa delle emissioni globali. L’Italia si situa a metà della classifica: può fare meglio, ma non è tra le pecore nere dal punto di vista ambientale.
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