Politiche aziendali tra commercio equo e solidale e sostenibilità

Politiche aziendali tra commercio equo e solidale e sostenibilità

16 Marzo 2018

Politiche aziendali tra commercio equo e solidale e sostenibilità

I ricercatori dell’Università di Stanford hanno analizzato in dettaglio le strategie di sostenibilità ambientale e sociale di centinaia di aziende, scoprendone alcuni limiti non sempre evidenti agli occhi del consumatore.

Banane dal commercio equo e solidale, cioccolato prodotto con attenzione ai diritti degli agricoltori locali o pesce pescato nel rispetto del mare. Ma non solo. Ci sono T-shirt prodotte solo con cotone coltivato all’insegna della sostenibilità o prodotti di legno ottenuti senza danneggiare troppo le foreste. È possibile conciliare le politiche aziendali con l’attenzione per l’ambiente e i diritti dei produttori e dei lavoratori, ma resta da stabilire quanto le aziende seguano queste buone pratiche. Lo hanno calcolato gli autori di una ricerca pubblicata sulla rivista PNAS, nella quale vengono analizzate a fondo le strategie di molte aziende, facendo emergere alcuni lati poco noti ai consumatori.  

Sostenibile ma non troppo

Alcuni dei dati ottenuti dai ricercatori statunitensi fanno riflettere sull’impatto reale dei diversi piani aziendali di produzione e distribuzione sulla sostenibilità. 

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Delle 449 aziende prese in considerazione, il 52% utilizzava almeno una strategia sostenibile, ma non si trattava quasi mai di strategie a 360 gradi. Il 71% di tali pratiche infatti si riferiva solo a uno o a pochi materiali nella catena di produzione e distribuzione e nel 60,5% dei casi si trattava del primo anello di tale catena. Può succedere quindi che un’azienda segua le pratiche di sostenibilità solo per l’imballaggio e non per tutte le altre componenti della filiera. “Inoltre succede abbastanza di frequente che le aziende seguano la via della sostenibilità solo per uno o pochi dei loro prodotti” scrivono gli autori della ricerca, ricordando anche che nella maggior parte dei casi l’attenzione delle aziende che dichiarano politiche equo-solidali non è davvero rivolta all’ambiente, ma piuttosto a garantire i diritti dei lavoratori e dei piccoli produttori e il rispetto delle leggi locali. “Difficilmente altri importanti aspetti legati agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite come per esempio salute, istruzione, genere, cambiamenti climatici ed energia rappresentano il focus delle loro valutazioni” si legge nell’articolo. 

Un marchio, una garanzia

Chi decide che un prodotto è davvero equo e solidale e quindi generato e distribuito perseguendo la massima sostenibilità ambientale e sociale? La certificazione più utilizzata, presente in oltre 50 paesi, è rappresentata dal marchio internazionale registrato e di proprietà di Fairtrade International (FLO), un’associazione no-profit composta diversi membri che insieme sviluppano e revisionano periodicamente gli standard del commercio equo e solidale, aiutano i produttori che vogliono ricevere e mantenere la certificazione e si occupano di sfruttare al meglio le opportunità del mercato. Per ottenere il marchio Fairtrade (una sagoma umana nera con il braccio destro alzato, su uno sfondo azzurro e verde) il prodotto deve essere controllato e certificato dall'organizzazione FLO-CERT, l’organismo indipendente legato a Fairtrade international che si occupa di verificare che gli standard del commercio equo e solidale siano rispettati. 

Pressioni (positive) dall’esterno

Le filiere mondiali di produzione e distribuzione hanno un ruolo di primo piano nelle sfide ambientali e sociali indentificate dalle Nazioni Unite e descritte nei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. “Le filiere legate alle grandi multinazionali rappresentano l’80% del commercio a livello globale e coinvolgono un lavoratore su cinque e di conseguenza il loro contributo è fondamentale per il raggiungimento di questi obiettivi” dicono gli esperti di Stanford che nella loro ricerca hanno anche valutato alcuni aspetti sociali legati alle politiche di sostenibilità messe in campo dalle aziende coinvolte nello studio. Dall’analisi è emerso che la voce dei cittadini e delle organizzazioni non governative conta molto. Questo è vero soprattutto per le aziende più grandi e con un marchio noto, che sotto la pressione della società civile o di specifiche organizzazioni attente all’ambiente e ai diritti umani hanno maggior probabilità di mettere in campo strategie di sostenibilità nella filiera di produzione e distribuzione dei propri prodotti. 


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