Cibo e migrazioni, il report di Macrogeo e BCFN dimostra che è fattore di fuga ma anche di integrazione

Cibo e migrazioni, il report di Macrogeo e BCFN dimostra che è fattore di fuga ma anche di integrazione

Cibo e migrazioni, il report di Macrogeo e BCFN dimostra che è fattore di fuga ma anche di integrazione

Il cambiamento climatico e l’instabilità socio-politica si uniscono nel promuovere il fenomeno migratorio. Senza iniziative a favore della sostenibilità alimentare e di una economia che esca dalla pura sussitenza, le migrazioni dall’Africa e, soprattutto, quelle all’interno del continente stesso diventeranno un fenomeno strutturale e non occasionale.

Quanto impatterà il cambiamento climatico sullo spostamento delle popolazioni all’interno del continente africano e attraverso il Mediterraneo? Cosa è possibile fare per stabilizzare i flussi migratori, migliorare lo sviluppo rurale e il sostentamento dei piccoli proprietari? La relazione tra sicurezza alimentare, sostenibilità e migrazioni, alla luce del cambiamento climatico, è stata al centro dell’ottavo Forum BCFN che si è tenuto a Milano il 4 e 5 dicembre scorso. 

Ogni punto percentuale di aumento dell’insicurezza alimentare costringe l’1,9% della popolazione a spostarsi, mentre un ulteriore 0,4% fugge per ogni anno di guerra.

A fornire alcuni dati e spunti di riflessione un rapporto scientifico redatto, in collaborazione con BCFN e CMCC - Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, da Macrogeo e presentato, nelle sue linee generali, dal responsabile dell’area geopolitica Lucio Caracciolo. 

«Nell’analizzare il tema della relazione tra cibo e migrazione, tre parole chiave giocano un ruolo essenziale. La prima è interdipendenza: sia i fenomeni migratori sia la produzione alimentare si basano su network e connessioni tra aree differenti e culture differenti, in termini di sviluppo, rischi e opportunità» ha spiegato l’esperto durante il Forum. «La seconda parola chiave è paradosso: in campo alimentare assistiamo al paradosso di una società in cui convivono malnutrizione, obesità e spreco di cibo; nel campo delle migrazioni assistiamo al paradosso di una sovrarappresentazione dell’importanza delle migrazione attraverso il Mediterraneo, verso l’Europa, e una sottorappresentazione, nei media e nell’immaginario popolare, delle migrazioni interne al continente africano (ma anche all’Asia e al Medio Oriente), molto più intense, mortifere e preoccupanti. Infine la terza parola chiave è incertezza: viviamo un’era di transizione, in cui l’adattamento al cambiamento climatico dovrà essere progressivo ma sarà determinato anche da situiazioni geopolitiche in rapida evoluzione. Ne consegue che qualsiasi policy di intervento deve tenere in conto un’ampio margine di incertezza sull’evoluzione degli eventi».

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La demografia delle migrazioni

Negli ultimi 15 anni il numero di migranti internazionali è aumentato, raggiungendo i 244 milioni nel 2015 (erano 222 milioni nel 2010 3 173 milioni nel 2000 secondo le Nazioni Unite). Se si considerano anche le migrazioni interne (760 milioni)di coloro che per guerre o catastrofi devono lasciare il proprio luogo di residenza ma si spostano all’interno dei confini nazionali, o residenti in un Paese diverso da quello in cui sono nati ( 244 milioni), si raggiunge l’astronomica cifra di 1 miliardo di migranti. 

Le migrazioni saranno influenzate fortemente dallo sviluppo demografico: se l’Europa nel 1950 rappresentava il 22 per cento della popolazione globale, nel 2050 rappresenterà il 7 per cento dell’umanità, mentre l’Africa salirà dal 9 per cento del 1950 al 25 per cento del 2050.


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Per questo è necessario lavorare affinchè gli obiettivi per lo sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals) promossi dalle Nazioni Unite siano davvero presi in considerazione dalle autorità dei vari Paesi e dalla popolazione generale. 

Solo uno sviluppo sostenibile olistico, condiviso e generalizzato potrà allo stesso tempo garantire la conservazione del pianeta, la produzione alimentare per tutti e potrà disinnescare la bomba demografica, con il conseguente spostamento degli equilibri geopolitici.

«L’Africa ospita attualmente l’11 per cento della popolazione mondiale e il 9 per cento delle risorse idriche in acqua potabile» recita il report Macrogeo-BCFN, che ricorda anche quanto la situazione sia disomonegenea all’interno dello stesso continente africano, con aree come il Sub-Sahara colpite da rapida desertificazione. 

Al problema dell’acqua si somma il fenomeno del land grabbing, l’acquisizione di ampie porzioni di terra coltivabile da parte di compagnie straniere, con conseguente deprivazione delle popolazioni locali e spostamento della produzione verso cultivar di scarso interesse nutrizionale per le popolazioni locali a discapito della sostenibilità alimentare.

Il cambiamento climatico peggiora un quadro in cui crisi economiche, corruzione e guerre mettono già a dura prova gli abitanti, spingendoli a migrare e, spesso, anche ad attraversare il Mediterraneo.

«Non possiamo considerare il cambiamento climatico come un fattore unico nella scelta di migrare, ma come un co-fattore che, sommato a instabilità economica e sociale, spinge i più intraprendenti ad andarsene da casa anche per assicurare cibo e sostenamento ai familiari che restano» ha spiegato Alex Randall, Project manager della Climate Change and Mitigation Coalition, una ONG che promuove progetti di resilienza come la migrazione programmata, ovvero lo spostamento organizzato e concordato di interi villaggi verso zone più ospitali.

Se sulla breve distanza i microprogetti di resilienza assolvono al compito di garantire la sostenibilità alimentare e a ridurre il rischio migratorio, il rapporto Macrogeo-BCFN mette anche in luce la necessità di una programmazione che guardi lontano, pur nel generale clima di incertezza. 

Il sostegno alle policy per la riduzione del riscaldamento globale devono quindi andare di pari passo con lo sviluppo di una agricoltura efficiente e sostenibile nel continente africano, attraverso programmi educativi di capacity building e l’introduzione di innovazioni tecnologiche in agricoltura, per passare da una produzione di puro sostentamento a una produzione arricchita dallo sviluppo di una vera e propria filiera alimentare che dia ai prodotti locali il valore aggiunto della lavorazione in loco.


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