Chilometro zero e sostenibilità alimentare: è davvero un binomio perfetto?

Chilometro zero e sostenibilità alimentare: è davvero un binomio perfetto?

12 Luglio 2018

Chilometro zero e sostenibilità ambientale, un argomento di discussione

L’agricoltura sostenibile permette di ragionare in termini di chilometro zero: filiera corta, cibo sano e sostenibilità ambientale. Eppure non tutti sono d’accordo.

Locavorismo: un termine che suona complesso dietro il quale si nasconde la più nota filosofia del “chilometro zero”, che incoraggia la vendita e il consumo di prodotti locali, in modo che non debbano percorrere grandi distanze per arrivare sulle tavole. Il locavorismo è un neologismo coniato nel 2005 da Jessica Prentice, chef e autrice del libro Full Moon Feast: Food and the Hunger for Connection. In analogia con i termini carnivori ed erbivori, i locavori mangiano unicamente cibo locale, per diminuire l’impatto ambientale della produzione di cibo e, secondo i locavori più convinti, anche per garantirsi un prodotto fresco e stagionale.

Il tema della sostenibilità

Il chilometro zero ha fama di essere un sistema di distribuzione degli alimenti più sostenibile di altri. È davvero così? Non tutti sono d’accordo. I ricercatori Pierre Desrochers e Hiroko Shimizu per esempio, nel loro libro pubblicato nel 2012, con il titolo The locavore's dilemma - In praise of 10.000-mile diet, prendono le distanze dalla teoria. Sono scettici soprattutto sulla validità stessa del concetto di “food miles” come unità di misura: avrebbe senso, sostengono, nel momento in cui non ci fossero differenze tra una regione e l’altra, ma dal momento che esistono terreni più fertili, terreni che ricevono più o meno sole o più o meno pioggia, è ovvio che bisogna coltivare alcuni prodotti in paesi caldi e trasportarli poi al nord, dove per ottenerli localmente sarebbero invece necessari fertilizzanti, pesticidi, calore e molta più acqua.

Di parere contrario è invece Tim Lang, docente di food policy a UCL, la prestigiosa università londinese, che per primo parlò di food miles ai microfoni di un programma radiofonico su British Channel 4. Il trasporto di cibo spesso è sinonimo di ingente emissione di CO2 nell’aria, e di un aumento considerevole dell’effetto serra. Lang inventò l’espressione proprio per evidenziare quel fenomeno complesso e in rapida espansione che definiva il legame tra cibo, sostenibilità ambientale e riscaldamento globale. Era il novembre del 1992.

Da allora il termine è entrato in uso nei contesti più disparati, dall’agricoltura sostenibile, al marketing, dal giornalismo alla linguistica: è addirittura entrato a far parte dell’Oxford English Dictionary come parola di senso compiuto. 



L’impatto ambientale

Comprendere davvero il concetto di chilometro zero in tutti i suoi aspetti per prendere decisioni ponderate è inevitabilmente complesso, poiché entrano in gioco diversi fattori. Lo spostamento del cibo dal campo alla tavola è diventato elemento imprescindibile nella valutazione dell'impatto ambientale, ma gli esperti sostengono che un mercato di questo tipo sia oggi impossibile da sostenere. A parte le inevitabili gravi limitazioni nella varietà di prodotti disponibili (con possibili effetti anche sulla qualità nutrizionale della dieta che sono ben noti agli storici della medicina che analizzano le malattie legate ai limiti produttivi del passato), producendo e vendendo unicamente a chilometro zero i costi degli alimenti crescerebbero talmente da risultare troppo alti per alcune fasce della popolazione. Prodotti freschi come frutta e verdura diventerebbero appannaggio dei soli ricchi, con un impatto negativo sulla salute pubblica. 


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Il mercato non permette, quindi, di essere tutti esclusivamente locavori. Nonostante ciò, visto l’impatto ecologico della produzione e del trasporto alimentare sul Pianeta, è importante sviluppare nei consumatori la consapevolezza dei problemi che hanno portato alla nascita dell’idea stessa della filiera a chilometro zero: riduzione dell’inquinamento, valorizzazione delle colture e delle professionalità locali e, soprattutto, riduzione dello spreco alimentare. Un esempio? Comprare il cibo secondo la stagionalità del prodotto e, per chi può, preferendo prodotti locali, consente di evitare la perdita fisiologica che si accompagna ai trasporti per nave, camion o aereo.

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