Chi spreca di più?

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Chi spreca di più?

Chi spreca di più?

Il cibo viene buttato via dai produttori, dai venditori ma soprattutto dal consumatore finale. Un circolo vizioso che deve essere spezzato, partendo da una buona pianificazione di ciò che dobbiamo mettere nella nostra dispensa.

L’Unione Europea, nel suo complesso, butta via circa 90 milioni di tonnellate di alimenti, per una media di circa 180 chili a persona. “Uno spreco che riguarda l’intera filiera alimentare, dalla fase di produzione agricola allo stoccaggio, lavorazione, distribuzione, gestione e consumo finale dei cibi” spiega Soledad Blanco, ex Direttore Gestione Risorse Sostenibili DG Ambiente della Commissione Europea. “Sprecare il cibo è economicamente dannoso, ecologicamente sbagliato e moralmente inaccettabile, soprattutto se si considera la quantità di risorse necessarie per produrre quelle tonnellate di viveri”. Contrastando lo spreco, si potrebbero garantire fino ai tre quinti dell’aumento di fabbisogno necessario a sfamare una popolazione mondiale che raggiungerà, nel 2050, i 9 miliardi di individui.


Sconti ed etichette

Il 40 per cento degli alimenti esposti sui banconi e nei frigoriferi dei supermercati europei verrà buttato via e finirà in discarica. I produttori hanno le loro responsabilità tanto che il Retail Forum for Sustainability dell’Unione Europea ha riconosciuto l’importante ruolo che questi ultimi possono avere nel contribuire a ridurre lo spreco dei cibi.

E infatti già nell’ottobre del 2012 questo ente ha pubblicato un documento in cui dà consigli specifici a rivenditori, enti regolatori e altri soggetti coinvolti. Per esempio, i rivenditori dovrebbero praticare uno sconto e, dove possibile, regalare i prodotti prossimi alla scadenza, una pratica che sta prendendo lentamente piede in molti Paesi.

Anche le diciture “consumare entro” e “consumare preferibilmente entro” devono essere meglio spiegate ai consumatori. Si tratta infatti di indicazioni generali: a seconda della tipologia di prodotto è possibile consumarlo senza rischi anche dopo la data impressa sulla confezione.

È importante anche trattare, conservare e usare i cibi in modo più efficiente, per evitare di buttar via gli avanzi, e adattare le dimensioni delle confezioni, affinché tutti trovino la misura che corrisponde all’effettivo consumo. Ancora meglio è diffondere la vendita degli alimenti sfusi, già presente in alcuni ipermercati.


Accettare l’imperfezione

Food is simply too good to waste (il cibo è troppo buono per buttarlo via) è lo slogan del Natural Resources Defence Council (NRDC), una delle organizzazioni non profit americane in prima fila nella lotta allo spreco di cibo. Ma quale settore della filiera spreca di più?

Un primo problema da risolvere, per affrontare la sfida contro lo spreco di cibo, è riuscire a quantificarlo correttamente. Manca infatti, a livello globale, una definizione comune di food waste e Paesi diversi associano a questo termine significati differenti. Nonostante ciò disponiamo di stime sufficientemente attendibili.

Per esempio, sappiamo che nella maggior parte dei casi, gli alimenti eliminati sono quelli che non corrispondono agli standard previsti (come la frutta e la verdura con qualche piccolo difetto estetico). Jonathan Bloom, nel suo libro American Wasteland (2010), racconta che considerando la quantità di pomodori che risultano non idonei alla vendita ma che sarebbero adatti al consumo umano, si potrebbe riempire un camion di 10.000 kg ogni 40 minuti. Andando avanti nelle fasi della filiera, il cibo buttato via nei supermercati di piccole e grandi dimensioni negli Stati Uniti è pari a circa 20 milioni di tonnellate.

Lo spreco maggiore, però, avviene tra le mura domestiche: è lì che si realizza il 60 per cento dello spreco alimentare totale. Porzioni troppo abbondanti, confusione sulle diciture delle scadenze riportate sulle etichette, prodotti acquistati in offerta promozionale che rimangono nel frigorifero sono solo alcune delle cause che sono alla base dello spreco domestico.

Ecco perché ciascuno di noi può fare qualcosa per limitare il problema, per esempio imparando a stimare correttamente i consumi alimentari familiari, a comprare solo ciò che è necessario o che ha comunque una scadenza prolungata e a pianificare un po’ meglio i pasti settimanali.

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