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Boccone dopo boccone, una soluzione contro le principali minacce alla nostra salute

Le sfide che affrontiamo come comunità globale sono significative. Di anno in anno, le temperature raggiungono nuovi picchi, superano i record precedenti e causano effetti devastanti sugli ecosistemi e sulla salute dell’intera popolazione mondiale. I dati sono sconcertanti: ogni giorno quasi 800 milioni di persone arrivano alla fine della giornata affamate o devono fare i conti con la carenza di cibo, mentre 1,9 miliardi di persone sono obese o in sovrappeso.


Le sfide che affrontiamo come comunità globale sono significative. Di anno in anno, le temperature raggiungono nuovi picchi, superano i record precedenti e causano effetti devastanti sugli ecosistemi e sulla salute dell’intera popolazione mondiale. I dati sono sconcertanti: ogni giorno quasi 800 milioni di persone arrivano alla fine della giornata affamate o devono fare i conti con la carenza di cibo, mentre 1,9 miliardi di persone sono obese o in sovrappeso1,2. Le malattie associate a queste condizioni e conosciute come malattie croniche non trasmissibili (MCNT), tra cui diabete e patologie cardiache, uccidono ogni anno più persone di quante ne uccidano HIV, tubercolosi, malaria e il resto delle malattie insieme. Stiamo svuotando e inquinando i nostri oceani, e le foreste vengono disboscate a un ritmo senza precedenti. Tutto questo nel tentativo di sfamare una popolazione mondiale in costante crescita, mentre continuiamo a sprecare circa il 30% degli alimenti che produciamo globalmente.

Questo scenario presenta differenze spaventose e devastanti. Tuttavia, dobbiamo riconoscere che queste complesse sfide globali sono interconnesse e convergenti, così come lo sono anche le loro soluzioni.

Il fabbisogno alimentare della popolazione mondiale costituisce una delle principali minacce alla salute del nostro pianeta. Attualmente, il settore agricolo è responsabile di circa il 20%-30% dei gas serra emessi a livello globale – una cifra equivalente alle emissioni prodotte complessivamente dai trasporti marittimi, aerei e via terra3. Nonostante sia uno dei principali emettitori di gas serra, anche l’agricoltura risente del cambiamento climatico. Se da un lato l’innalzamento delle temperature e le variazioni dell’intensità e della frequenza delle precipitazioni possono giovare alle colture di alcune regioni, dall’altro eventi climatici più estremi e frequenti, alluvioni e siccità danneggiano significativamente i raccolti di altre regioni4. Questi cambiamenti delle condizione meteorologiche rappresentano una minaccia reale alla sicurezza alimentare globale, influenzando in maniera tangibile qualità, quantità, disponibilità e accessibilità degli alimenti prodotti in tutto il mondo.

Inoltre, i sistemi alimentari attuali incidono significativamente sulla nostra salute: secondo il Global Burden of Disease (GBD), i nostri regimi nutrizionali costituiscono il primo fattore di rischio. Al giorno d’oggi, più di una persona su dieci continua a lottare contro una vita di stenti, mentre quasi una persona su tre lotta contro il proprio peso. Nei paesi in via di sviluppo, il doppio impatto della malnutrizione (“double burden of malnutrition”) è in continua crescita: denutrizione e obesità sono due realtà coesistenti, talvolta nella stessa famiglia. 

In Messico, ad esempio, i livelli nazionali di sovrappeso e obesità sono aumentati: quasi due adulti su tre e un minore in età scolastica su tre ne sono affetti. Allo stesso tempo, la denutrizione continua a colpire la popolazione, e il 13,6% dei bambini sotto i cinque anni d’età è sottosviluppato a causa di una prolungata alimentazione inadeguata. 

Sfide e strategie di mitigazione comuni

All’apparenza, potrebbe risultare ammissibile pensare che non ci sia una relazione fra il cambiamento climatico e l’aumento dell’obesità e di malattie croniche non trasmissibili, che siano problemi distinti che necessitano di soluzioni distinte. Tuttavia, il Food Sustainability Index (FSI) del 2016, realizzato dall’Economist Intelligence Unit in collaborazione con la Fondazione Barilla Center for Food and Nutrition, dimostra chiaramente le correlazioni e, soprattutto, fornisce opportunità e soluzioni a cui si potrebbe arrivare grazie alla rete di connessioni generata da un sistema alimentare globale sostenibile. 

Il FSI sottolinea come regimi e sistemi alimentari siano al centro di molte delle nostre maggiori sfide globali e stabilisce un metro di paragone valido per tutti i paesi al fine di misurare il loro sviluppo. L’indice classifica 25 paesi, il Gruppo dei 20 (G20) più cinque nazioni appartenenti a regioni non incluse in esso, sulla base di tre parametri chiave: agricoltura sostenibile, nutrizione, e perdita e spreco alimentare.

In passato, queste correlazioni sono state difficili da individuare. Attraverso l’assimilazione di dati e informazioni derivanti da settori come agricoltura, nutrizione, economia, sostenibilità ambientale, cambiamento climatico e salute, emergono ora prove dell’interconnessione di tali relazioni. Il risultato che ne consegue è evidente: politici e legislatori devono combattere non solo una, ma molteplici sfide globali simultaneamente.

Ad esempio, il FSI spiega che in Sud Africa, Arabia Saudita e Stati Uniti, l’impronta ecologica dell’agricoltura, l’utilizzo improprio di terreni e il forte impatto dei sussidi agricoli sulla produzione contribuiscono alla registrazione di punteggi nazionali relativamente bassi nel campo dell’agricoltura sostenibile. In questi paesi, inoltre, l’alto tasso di consumo di fast food, la prevalenza di zucchero dietetico e il basso potere d’acquisto di alimenti freschi contribuiscono alla registrazione di bassi punteggi nazionali nel campo della nutrizione. Politiche agricole e nutrizionali comunemente diffuse alimentano queste due urgenti sfide pubbliche, ma questi legami mettono in luce anche percorsi comuni verso una soluzione collettiva a queste sfide.


Stabilire un piano d’azione

Dunque, in materia di clima e salute, dove ricercare queste soluzioni?

Una strategia consiste nel ridurre l’intensità di carbonio causata dai nostri regimi alimentari. Il focus sulla carne, tipico della globalizzata cultura moderna e, generalmente, ancor più evidente quando un paese subisce una ‘transizione nutrizionale’ dettata da fattori economici, è fra le cause dell’impatto delle patologie croniche e dell’aumento delle emissioni. La totalità delle emissioni derivanti dall’allevamento di bestiame rappresenta il 14,5% del totale delle emissioni di gas serra antropiche prodotte a livello globale. Il bestiame costituisce inoltre uno dei principali consumatori di risorse terrestri e idriche. Il totale dei terreni necessari per allevare bestiame e coltivare raccolti destinati all’alimentazione animale costituisce fino all’80% del totale della superficie agricola5 Produrre 1kg di manzo richiede circa 15.000 litri di acqua, produrre 1kg di riso, invece, richiede solamente 3.500 litri. Mentre il mondo dispone di una superficie limitata di terre coltivabili, la ricerca di nuovi terreni destinati a soddisfare la nostra “dose” di carne sta portando alla deforestazione. Questo, a sua volta, causa perdita di biodiversità e svuotamento delle riserve naturali di carbonio. Inoltre, il consumo di carne rossa e lavorata aumenta il rischio di sviluppare alcune tipologie di tumore e malattie cardiovascolari. Ridurre il nostro consumo di carne è una delle soluzioni collettive più ovvie a questi problemi che, per quanto differenti, risultano collegati fra loro.

Un’altra strategia concreta consiste nel valutare la portata dei nostri pasti e passare da un approccio macro a uno micro. Le porzioni dei nostri piatti hanno raggiunto dimensioni sempre maggiori, diventano un trend globale che ha caratterizzato, quasi impercettibilmente, gli ultimi cinquant’anni. Tale trend è fonte di preoccupazione: è noto che grandi porzioni portano spesso a un enorme spreco, oltre che a un consumo eccessivo. Gli sprechi alimentari a livello globale equivalgono a quattro volte la quantità di alimenti necessari a sfamare quella parte di popolazione mondiale vittima di denutrizione. Se gli sprechi alimentari fossero classificati come paese, sarebbero il terzo maggiore emettitore di gas a effetto serra, dietro a Stati Uniti d’America e Cina. Il FSI introduce questa importante problematica, esaminando i paesi attraverso una serie di indicatori relativi agli sprechi alimentari. Interventi e programmi pensati a regolare le porzioni dei nostri piatti potrebbero giovare significativamente sia al nostro girovita che al livello di emissioni prodotte.

Una terza strategia più concettuale richiede un cambiamento del modo di pensare, più che una modifica del menù. Oggi, persino con una popolazione in crescita, la maggior parte degli scienziati concorda nell’affermare che il quadro globale della nutrizione è caratterizzato da disequilibrio, non da insufficienza. Per questo, i nostri sistemi alimentari devono spostare l’attenzione sulla qualità: più precisamente, su “cosa”, “dove” e “chi”. Dobbiamo ridefinire la mercificazione dei nostri alimenti e dei sistemi che li producono.

Da minaccia a opportunità

Data la moltitudine di problemi legati alla società, all’ambiente e alla salute creati dal nostro modo di approcciarci al cibo, è evidente come i problemi di domani siano già oggi alle nostre porte, e presenti nei nostri piatti. Indici globali, come il FSI, vengono utilizzati come strumenti di benchmarking, permettendoci di esaminare clima, obesità e malattie non trasmissibili insieme. Grazie a questa prima infarinatura, abbiamo l’opportunità di affrontare in maniera più efficace queste sfide, sia individualmente che simultaneamente.

1 FAO (2015). The State of Food Insecurity in the World.

2 WHO (2015). World Health Statistics.

3Smith et al (2014). Agriculture, Forestry and Other Land Use (AFOLU). In: Climate Change 2014: Mitigation of Climate Change. Contribution of Working Group III to the Fifth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change.

4 FAO (2016). The State of Food and Agriculture- Climate Change, Agriculture and Food Security.

5HLPE (2016). “Sustainable agricultural development for food security and nutrition: what roles for livestock?”. HLPE, Roma. 2016.


Questo articolo è stato scritto dal Dott. Alessandro Demaio e da Natalie Molino a titolo personale. Le idee, le opinioni e le posizioni espresse in questo articolo sono personali degli autori e non riflettono l’opinione di terzi

Il Dott. Alessandro Demaio lavora per l’Organizzazione mondiale della sanità, Ginevra

Natalie Molina lavora per la fondazione EAT, Oslo


(Articolo inizialmente pubblicato sul blog http://foodsustainability.eiu.com/)

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