BCFN YES! premia l’impegno dei giovani ricercatori su quattro continenti

BCFN YES! premia l’impegno dei giovani ricercatori su quattro continenti

05 Dicembre 2018

BCFN YES! premia l’impegno dei giovani ricercatori su quattro continenti

Dall’Africa alle Americhe passando per l’Europa, i progetti vincitori del premio BCFN YES puntano su innovazione e collaborazione multidisciplinare, mettendo al centro le persone e le tradizioni locali.

Quest’anno abbiamo ricevuto oltre 120 progetti che toccano tutti gli ambiti della sostenibilità ed è stata un’impresa davvero ardua per noi giudici scegliere quali includere nell’elenco dei finalisti”. Così Danielle Nierenberg, Presidentessa e Fondatrice di Food Tank, ha introdotto i tre vincitori del concorso BCFN YES! 2018, premiati a Milano nel corso del 9° Forum Internazionale BCFN su Alimentazione e Nutrizione. Classifiche a parte, i 10 finalisti sono tutti vincitori, anche e soprattutto perché sono riusciti a creare una rete di connessioni e collaborazioni con i giovani colleghi che niente potrà distruggere e che porterà sicuramente a grandi risultati futuri. 

Persone, semi e suolo per l’innovazione agro-ecologica 

Una geografa dell’Università di Edinburgo e uno scienziato del suolo statunitense che lavorano in in Belize e la stretta collaborazione con la popolazione Maya locale: parte da qui il progetto di “agro-ecologia partecipativa” di Cathy Smith e Henry Anton Peller premiato da BCFN e che punta a migliorare i raccolti e a rigenerare il suolo grazie ad approcci guidati proprio dagli agricoltori locali. “Quello che ci ha portati fino a qui è un lungo viaggio che si fonda soprattutto sul rapporto con la gente e il lavoro svolto quotidianamente assieme agli agricoltori Maya” spiega Henry, ricordando l’importanza delle reti sociali e della fiducia conquistata sul campo. “Niente di ciò che facciamo è svolto senza la loro approvazione” aggiunge. In questo scambio reciproco si lavora con un approccio definito “farmer-to farmer learning” per diffondere le informazioni tra gli agricoltori e si presta attenzione a tre componenti principali: i semi, il suolo e le persone.

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Così facendo si selezionano e si scambiano le sementi anche allo scopo di preservare la grande biodiversità locale e grazie all’utilizzo delle cosiddette “cover crop”, ovvero coltivazioni che non danno reddito immediato ma aiutano a migliorare la fertilità del terreno, si cerca di ottimizzare la resa della successiva coltura. “Abbiamo costruito molto e stiamo ancora costruendo, la scienza da sola non basta servono le relazioni e la collaborazione” conclude Cathy. 

Una rivoluzione silenziosa in Etiopia

Martina Ocelli si è mossa da Pisa con i suoi studi in economia per arrivare fino in Etiopia, “un paese magico” come lo definisce lei stessa, culla della biodiversità e terra di piccoli agricoltori che in 8 casi su 10 vivono di agricoltura sussistenza. In questo scenario è ambientato il progetto che la ricercatrice ha posto all’attenzione degli esperti BCFN e che si pone l’ambizioso obiettivo di dare voce e forza all’enorme bagaglio di conoscenze tradizionali, quel “collective knowledge” su cui ancora oggi si basa gran parte dell’agricoltura in Etiopia. Non è solo condividere le sementi e gli strumenti di lavoro: è qualcosa di più, qualcosa di intangibile ma di molto importante che si vorrebbe valorizzare e trasformare in un avanzamento per questi agricoltori. Il progetto, fortemente trasversale e multidisciplinare, guarda alla sostenibilità da diversi punti di vista e prevede sondaggi tra gli agricoltori locali, raccolta di campioni di suolo, analisi fisico-chimiche e infine la proposta di nuove policy ad hoc.

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Sono lieta che BCFN sia riuscita a cogliere tutte queste sfumature e abbia deciso di sostenerci nel nostro viaggio all’interno di questa rivoluzione silenziosa basata sul sapere collettivo” ha detto la ricercatrice. 

Le colture idroponiche arrivano in Africa

Non è semplice creare coltivazioni idroponiche e lo è ancora di meno in Africa dove spesso infrastrutture e tecnologie faticano ad arrivare e l’acqua è un bene sempre più prezioso. Questo non ha fermato tre giovani donne africane che hanno lanciato una grande sfida: “alimentare l’agricoltura sostenibile attraverso la gestione bio-integrata dei raccolti tra i piccoli agricoltori in Tanzania”. Le tre ricercatrici sono Geraldine Lengai e Becki Aloo dal Kenia e Margaret Gumisiriza Ssentambi dall’Uganda che grazie ai loro diversi background accademici e alla loro profonda conoscenza del territorio sono riuscite a disegnare un progetto su misura per il loro continente. “Per creare gli impianti, invece del più tradizionale pvc utilizzeremo materiali locali come il bamboo, invece dei fertilizzanti e pesticidi chimici i rizobatteri e pesticidi di origine botanica, più sicuri e sostenibili” commentano le giovani ricercatrici.

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Il loro progetto, che si concentrerà inizialmente su tre diversi vegetali, prevede questionari iniziali, preparazione dei trattamenti, esperimenti e raccolta dati, analisi dati e report finale oltre alla disseminazione finale delle informazioni raccolte.

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