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A San Francisco si ricicla contro lo spreco alimentare

Con l’80% dei rifiuti totali riciclati contro una media nazionale del 34,5%, San Francisco si colloca in vetta alla classifica delle città impegnate nella lotta allo spreco alimentare grazie a politiche mirate, leggi ad hoc e campagne di educazione alimentare.

Tutto ha inizio nel 1989 con l’Integrated Waste Management Act approvato in California, che poneva l’obiettivo ambizioso di evitare lo spreco alimentare, ovvero che il cibo e altri rifiuti solidi potenzialmente riciclabili finissero in discarica. Questi i traguardi da raggiungere: ridurre del 25% i rifiuti in discarica entro il 1995 e del 50% entro il 2000. Come si legge nel Food Sustainability Index prodotto da BCFN insieme all’Economist Intelligence Unit (LINK al sito EIU-BCFN), la città di San Francisco ha preso subito molto sul serio la nuova legge, raggiungendo l’obiettivo fissato per il 2000 e ponendone altri ancora più ambiziosi: 75% entro il 2010 e “zero waste” (niente spreco alimentare in discarica o all’inceneritore) nel 2020.  

Invito a cena…nel cassonetto

Una cena a base di cibo destinato al cestino della spazzatura, con un cassonetto dei rifiuti come location, potrebbe sembrare eccessiva per molti ma è solo una delle iniziative contro lo spreco alimentare che hanno luogo in città come New York, Parigi e San Francisco, dove l’educazione alimentare sostenibile sta diventando una priorità. A San Francisco la battaglia si svolge su molti altri fronti che hanno però un elemento comune, ovvero il recupero del cibo e la sua nuova vita sotto altra forma. “Nella maggior parte delle città il compostaggio si basa soprattutto su materiale che arriva dal taglio dei prati o dai rifiuti degli orti, ma noi abbiamo capito che ciò non sarebbe stato sufficiente e che per raggiungere gli obiettivi avremmo dovuto puntare sul recupero del cibo” spiega Jack Macy, coordinatore del settore “rifiuti commerciali” della città. “Restava un problema: non sapevamo quali strategie mettere in campo” aggiunge. 


Regole, educazione e incentivi

Le prime iniziative delle autorità di San Francisco puntavano ad aiutare i banchi alimentari a raccogliere cibo ancora commestibile per sfamare altre persone, ma presto è stato lanciato un programma di riciclo ricolto a privati e imprese commerciali, basato sull’introduzione dei cosiddetti “fantastici tre”: tre bidoni di colore diverso nei quali conferire spazzatura non riciclabile (nero), materiale riciclabile (blu) e avanzi di cibo o rifiuti comunque compostabili (verde). Nel 2009 riciclare è diventato un obbligo di legge, con tanto di agenti di polizia impegnati a controllare che la norma venga rispettata. Una mossa invisa a molti, ma che oggi permette alla città di raccogliere ogni giorno 590 tonnellate di materiale compostabile. Ma non è solo questione di leggi: il comune ha deciso di investire molto nell’informazione e nell’educazione dei cittadini senza tralasciare incentivi economici. Il ritiro dei rifiuti riciclabili non costa nulla alle famiglie, a differenza di quello che andrà in discarica, mentre ristoranti e attività commerciali hanno sconti maggiori se riciclano o destinano al compostaggio i loro rifiuti.  


A ciascuno il proprio riciclo

Che fine fanno i rifiuti alimentari “salvati” dalla discarica? Una delle maggiori applicazioni è appunto il compostaggio: dai rifiuti organici si produce compost certificato che viene acquistato da centinaia di aziende vinicole della California e, più recentemente, anche da altri coltivatori di frutta e verdura, che riescono meglio a far fronte alla siccità degli ultimi anni grazie alla natura spugnosa del compost, che raccoglie e trattiene l’acqua. L’attenzione al recupero del cibo non poteva però lasciare indifferenti le numerose associazioni no-profit che donano cibo a chi ne ha bisogno, come Food Runners che ogni giorno raccoglie da ristoranti e servizi di catering cibo sufficiente per sfamare 5.000 persone. Ci sono anche associazioni come Cerplus che mettono in contatto i produttori con eccessi di produzione e i ristoranti o i negozi di generi alimentari per favorire l’acquisto a prezzi competitivi, oppure altre come Imperfect Produce che distribuiscono e utilizzano i vegetali “brutti”, spesso scartati da negozi e ristoranti.


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