“Globesity”: quando l’obesità diventa un’epidemia globale

“Globesity”: quando l’obesità diventa un’epidemia globale

09 Maggio 2018

“Globesity”: quando l’obesità diventa un’epidemia globale

Un viaggio che ha già toccato tre continenti per documentare le cause e le conseguenze dell’eccesso di cibo attraverso gli occhi e la macchina fotografica di una fotografa italiana.

Parte dall’Italia per arrivare in Messico e poi giù fino in Sud Africa il reportage di Silvia Landi, psicologa e psicoterapeuta, ma oggi anche fotografa e vincitrice – proprio grazie al suo lavoro dietro l’obiettivo – dell’edizione 2017 del Food Sustainability Media Award promosso da Thomson Reuters Foundation e BCFN. 

Il titolo del lavoro che le ha permesso di ottenere questo riconoscimento non lascia spazio a dubbi: “Globesity” è infatti il termine utilizzato da qualche anno a questa parte per descrivere l’epidemia globale di obesità che si sta diffondendo a grande velocità ben oltre i confini del mondo occidentale. Come dimostra una ricerca pubblicata nel 2016 sulla rivista The Lancet, in pochi decenni siamo passati da un mondo nel quale le persone sottopeso erano più del doppio di quelle obese, a uno nel quale si contano più persone obese che sottopeso. E non bisogna dimenticare che fame e obesità sono i due lati di una stessa medaglia, entrambi legati a una condizione di malnutrizione e al primo dei tre paradossi sul cibo descritti da BCFN.

Dopo un attento lavoro di ricerca e lunghi periodi passati “sul campo”, Silvia Landi è riuscita a racchiudere nei suoi scatti, alcuni degli aspetti più significativi del problema. 

Come nasce l’idea di un’inchiesta fotografica sull’obesità?

Il progetto Globesity nasce in realtà come approfondimento di un progetto realizzato precedentemente, durante il quale avevo seguito per oltre tre anni Giovanni, un uomo affetto da obesità grave. In quel caso volevo raccontare gli aspetti più psicologici e intimi del problema. Mi ero già resa conto che nel mondo della fotografia si era parlato molto dell’altro lato degli eccessi legati al cibo – l’anoressia – mentre di obesità si parlava poco, forse perché non l’obesità non viene ancora associata a una vera e propria malattia dalla popolazione, nonostante le voci degli esperti. Con il mio lavoro volevo sensibilizzare la gente su questa tematica. Spero che chi vede le mie immagini si ponga delle domande, alle quali io non ho la presunzione di dare risposte. 

Quali sono state le tappe di questo viaggio nel cuore dell’obesità?

Come spesso succede in questo tipo di progetti, quasi il 90 per cento del tempo viene dedicato alla ricerca e allo studio: solo quando si hanno ben chiari i diversi aspetti della tematica e di come la si vuole affrontare è possibile mettere mano alla macchina fotografica e passare quindi dalla teoria alla pratica. La foto è l’atto finale di un lunghissimo percorso di ricerca. E durante la mia ricerca ho capito che per poter arrivare a far conoscere il mio lavoro alla gente era necessario un cambio di prospettiva: dallo sguardo locale sulla singola persona a una visione più ampia che toccasse diversi continenti e diverse persone, proprio come fa l’obesità. Da qui la decisione di non limitarsi a Paesi che siamo abituati ad associare all’eccesso di cibo (e di peso) come per esempio gli Stati Uniti, ma di arrivare fino a paesi “insospettabili” come il Messico o il Sud Africa.  


Quali messaggi e quali differenze emergono dal reportage nei diversi paesi? 


Una delle prime realtà di cui mi sono resa conto è che le cause dell’obesità sono diverse nei diversi Paesi e che nelle nazioni in via di sviluppo alla base del problema ci sono soprattutto la povertà e la globalizzazione. Si è arrivati alla perdita delle tradizioni locali in favore di cibi importati, molto economici ma anche decisamente poco salutari perché troppo ricchi di grassi, farine raffinate, zuccheri e calorie. Non dimentichiamo che l’accesso a cibo sano e acqua pulita non è scontato nel Sud del mondo, tanto che in alcuni Paesi è più semplice trovare una bibita zuccherata che un bicchiere di acqua potabile. 

Quali ostacoli nella lotta all’obesità sono presenti nei diversi contesti? 


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Oltre a quelli più pratici e già citati della povertà e della difficoltà di accesso a cibo sano, sono presenti molti ostacoli di tipo culturale e sociale. In Africa per esempio, l’eccesso di peso viene spesso visto in modo positivo, come segnale di prosperità, mentre in Messico il sovrappeso è talmente diffuso che ormai non ci si rende quasi conto di essere andati oltre il peso normale: diventa normale essere in sovrappeso, in un contesto nel quale lo sono quasi tutti. 

Il lavoro si può considerare chiuso o sono previsti ulteriori sviluppi?

Il progetto è un work in progress. Rispetto alla versione con la quale ho vinto il Food Sustainability Media Award si è già aggiunta una grande parte e ora vorrei arrivare in Brasile, dove la situazione è piuttosto complessa soprattutto a causa delle politiche commerciali aggressive di alcune aziende alimentari. Il premio Thomson Reuters Foundation-BCFN è stato il primo riconoscimento importante, un volano che mi ha permesso di far conoscere questo mio racconto. La foto che ancora manca? Una che riesca a catturare il paradosso del “double burden”, il “doppio fardello” legato al cibo, ovvero la presenza contemporanea – nella società, nella famiglia e dunque nella foto – di denutrizione e obesità. 


Foto di Silvia Landi, vincitrice dell'edizione 2017 del Food Sustainability Media Award per la categoria " photo unpublished"

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