Un esercito di robot sui campi coltivati

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Un esercito di robot sui campi coltivati

Un esercito di robot sui campi coltivati

L’innovazione tecnologica della robotica sta lentamente ma inesorabilmente facendo il suo ingresso anche in agricoltura, portando enormi cambiamenti nella produttività ma anche nella struttura sociale dalla comunità agroalimentare.

Robot nei campi al posto degli uomini. Non è fantascienza, ma il nuovo volto dell’agricoltura che, seppur più lentamente di altri settori, si sta trasformando verso una versione sempre più robotizzata. È un cambiamento per alcuni aspetti ancora difficile da realizzare, ma che si sta rivelando sempre più inevitabile, data l’impellente necessità di cambiare radicalmente il sistema agro-alimentare attuale. Come si legge nel report Eating Planet pubblicato da BCFN, entro il 2050 la popolazione mondiale sfiorerà i 10 miliardi di persone e per sfamarle sarà necessario raddoppiare la produzione alimentare. E i robot potrebbero essere una soluzione, almeno parziale, al problema. 

Dalla semina al raccolto

I primi “robot” a fare capolino nel mondo agricolo risalgono agli anni ’90: sono i trattori muniti di gps che hanno permesso di gestire al meglio le operazioni nei campi, per esempio evitando di ripassare in aree dove si era già passati. Da allora i progressi nella robotica applicata all’agricoltura sono stati enormi e la tecnologia ha permesso di sviluppare macchine capaci di operazioni molto diversificate. I droni o piccoli robot simili ai moduli che si vedono nelle missioni spaziali di esplorazione di altri pianeti sono in grado di valutare accuratamente le condizioni del terreno raccogliendo dati sulla composizione del suolo, sulla presenza di acqua e sul grado di crescita del raccolto. Ma non solo. Nei primi mesi del 2017 un’azienda svizzera ha testato “sul campo” un robot che verrà commercializzato a partire dal 2018, capace di eliminare in modo selettivo le malerbe e di ridurre di conseguenza l’impiego di pericolosi pesticidi.

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 Dalla Spagna e dal Giappone arrivano robot capaci di riconoscere le fragole mature, di raccoglierle e addirittura di riporle in apposite vaschette, mentre alcune aziende si sono specializzate nella produzione di robot per la raccolta della frutta fresca dagli alberi: macchine capaci di riconoscere i frutti in base al colore e alla dimensione e di raccoglierli delicatamente riponendoli, infine, in specifici contenitori. 


Una rivoluzione anche sociale

I robot in agricoltura possono davvero fare la differenza: aumentano la produttività calcolando con precisione i tempi e i modi per la semina, il trattamento, l’irrigazione e il raccolto; proteggono l’ambiente riducendo gli sprechi di acqua e di semi e limitando l’uso di pesticidi; proteggono l’uomo da operazioni faticose e pericolose. L’Unione Europea (UE) riconosce l’importanza della robotica anche in ambito agricolo dove continua a finanziare progetti per l’introduzione di nuove tecnologie in agricoltura: uno su tutti il progetto Clever Robots for Crops, sostenuto all’interno del programma quadro di finanziamento alla ricerca FP7 dell’UE, nato con lo scopo di sviluppare automazioni e strumenti robotici per una gestione sostenibile dei raccolti. 

Nonostante le ottime premesse, restano però una serie di ostacoli che hanno impedito finora alla robotica di fare il suo ingresso trionfale in agricoltura. 


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Tra i più importanti ci sono i costi ancora troppo elevati dei robot e la diffidenza degli agricoltori che temono di perdere il raccolto per errori nella programmazione o nella gestione di questi nuovi sofisticati aiutanti. Ma c’è anche il timore di un cambiamento sociale provocato dall’inserimento dei robot che potrebbero portare a una riduzione degli occupati del settore, che verrebbero sostituiti da macchine capaci di lavorare senza sosta 24 ore al giorno e 7 giorni su 7. Come spiegano gli esperti, però, oggi questo rischio è solo marginale, dal momento che alcune operazioni devono essere comunque svolte dall’uomo. Inoltre a ben vedere, l’inserimento della robotica in agricoltura potrebbe avere anche un risvolto sociale positivo, ovvero il ritorno delle giovani generazioni in un settore che tradizionalmente per loro risulta poco interessante.  

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