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Ti disgusta? È questione di cultura

Il disgusto è un’emozione definita da confini fisiologici e cognitivi ma anche da processi relazionali, sociali e culturali. Per questo la scelta del cibo è molto determinata dal contesto all’interno in cui si cresce e si vive.

La fame è un bisogno primario che si propone ciclicamente alla nostra attenzione, distogliendoci da altri pensieri. Tuttavia, una volta risolto il problema della sopravvivenza, le cose che consideriamo come cibo diventano entità complesse, nelle quali si riflettono condizioni ambientali, sociali, etiche e religiose che si intrecciano, a loro volta, con le pratiche quotidiane e con le loro rappresentazioni. Fin dai tempi più antichi, infatti, mangiare non è stato solo nutrimento per il corpo ma anche per lo spirito; ne sono un esempio i banchetti per i giorni di festa o il dolce offerto per consolare un animo afflitto.

Questione di sentimenti
È scientificamente riconosciuto che il comportamento alimentare degli esseri umani si associa alle emozioni e da quest’ultime ne è influenzato. Si tratta di una relazione bidirezionale, non sempre consapevole, in cui il cibo influenza le nostre emozioni e viceversa: da una parte, la gioia può essere elicitata dal piacere di mangiare qualcosa di dolce, dall’altra le emozioni influenzano il nostro modo di mangiare, per esempio gustando un gelato o del cioccolato perché ci sentiamo tristi.
A quest’ultima categoria appartiene il rapporto con il disgusto, un’emozione solitamente concettualizzata come un “meccanismo di difesa” evoluto, contro alimenti potenzialmente dannosi e altri agenti patogeni, che è alla base del comportamento alimentare di evitamento.
Per l’uomo, infatti, l’essere onnivoro rappresenta sia un vantaggio sia una sfida. La flessibilità data dall’assenza di specializzazione alimentare, come avviene negli animali, ha consentito agli esseri umani di colonizzare tutti gli habitat della Terra, adattandosi a tipologie di cibo differenti. Allo stesso tempo, però, essi devono spendere molto tempo ed energie per capire cosa mangiare. Per fortuna, tradizione e cultura conservano il sapere e l’esperienza accumulata da innumerevoli “assaggiatori” venuti prima di loro.
La cultura codifica le regole di una saggia alimentazione con una complessa serie di tabù, rituali, ricette, regole e tradizioni. Tutto questo consente agli esseri umani di non dover affrontare ogni volta quello che Paul Rozin, professore di psicologia all’università della Pennsylvania, ha definito “il dilemma dell’onnivoro”.

Divieti e tabù
In generale, comunque, è più facile che reazioni di disgusto siano legate a prodotti di origine animale piuttosto che vegetale. Non sorprende quindi se, da un punto di vista storico, siano proprio questi ad essere soggetti a maggiori divieti e tabù come, per esempio, il maiale per i musulmani, i crostacei per gli ebrei o la vacca per gli induisti. Il disgusto, infatti, è un’emozione molto connotata dal punto di vista culturale. Sono disgustosi alcuni prodotti di natura organica (come la carne in putrefazione) ma molte società esprimono forme di disgusto piuttosto idiosincratiche, che spesso non hanno altra ragione al di fuori dello sviluppo culturale di norme e abitudini.
Nelle società occidentali, a seconda delle regioni e dei gruppi sociali, alimenti come lumache, rane, interiora di animali possono essere tanto osannati quanto considerati repellenti. Questo significa che quello che si ingerisce – o si rifiuta – racconta molto di più di una semplice preferenza alimentare. Ogni cultura, a suo modo, tende a dividere l’insieme di quello che può essere mangiato da quello che non può essere mangiato, e in tale suddivisione entrano molti elementi di natura simbolica che, a partire dal corpo fisico, orientano una certa percezione del corpo sociale, e viceversa.

Elena Cadel (BCFN Alumni Association)
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