Sustainable fashion, la moda per l’ambiente

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Sustainable fashion, la moda per l’ambiente

Sustainable fashion, la moda per l’ambiente

Nell’era della velocità anche la moda è diventata “fast”, ma per produrre un numero elevato di capi a prezzi stracciati, spesso si sacrifica la sostenibilità ambientale e la salute di chi lavora nel settore.

La moda non è fatta solo di sfilate in passerella o negozi colmi di offerte speciali e saldi. Dietro ogni singolo capo di abbigliamento c’è il lavoro di numerose persone e soprattutto c’è un impatto sull’ambiente che troppo spesso viene sottovalutato. Lo ricorda il WWF sottolineando che l’industria del cotone, fibra alla base di circa la metà di tutti i tessuti prodotti, dà lavoro a oltre 250 milioni di persone nel mondo con un sistema di produzione che non tiene in conto la sostenibilità ambientale e le prospettive dei lavoratori.

Non è mai “solo una T-shirt”

Per produrre un chilogrammo di cotone – sufficiente per una t-shirt – servono circa 20.000 litri di acqua, ai quali si devono aggiungere gli ettari di superficie agricola occupati dalle piante e l’anidride carbonica prodotta per trasportare e lavorare la fibra. Per tutte queste ragioni è necessario ripensare al modo di coltivare il cotone e produrre la fibra tessile, come spiegano i sostenitori della Better Cotton Initiative, nata nel 2005 come parte di una “tavola rotonda” di esperti in diversi argomenti guidata dal WWF e pensata per trovare soluzioni sostenibili per gli agricoltori, per l’ambiente e per il futuro di ciascun settore. 

L’iniziativa, alla quale hanno aderito molti dei principali marchi commerciali a livello globale, propone una modifica a 360 gradi dell’attuale sistema produttivo basandosi su tre pilastri della sostenibilità: ambientale, sociale ed economico. Un approccio che sembra funzionare se si pensa per esempio che gli oltre 43.000 coltivatori di cotone pakistani coinvolti nell’iniziativa hanno ridotto del 16 per cento il consumo di acqua e hanno ottenuto guadagni superiori del 109 per cento rispetto a chi ha continuato a utilizzare i vecchi metodi.


L’impronta del tessuto

A livello globale, il cotone rappresenta la coltivazione non alimentare più diffusa e il suo impatto sull’ambiente va molto al di là di quanto si possa immaginare. Anche le fibre hanno una loro “impronta” (footprint) che può essere calcolata grazie alle tre “impronte” già descritte in Eating Planet per valutare l’impatto ambientale del cibo. Basandosi sulla carbon footprint, ecological footprint e water footprint – riferite rispettivamente all’impatto in termini di anidride carbonica emessa, superficie occupata e acqua utilizzata – il Center for Sustainable Economy e il Sustainable Cotton Project hanno messo a punto uno strumento che permette di calcolare l’impronta tessile. “In questo modo i produttori di cotone e coloro che lo acquistano possono confrontare l’impatto ambientale del cotone prodotto in modo convenzionale e in modo sostenibile e compiere scelte più consapevoli” spiegano gli esperti del Sustainable Cotton Project, un programma californiano riconosciuto a livello internazionale che lavora per cambiare il sistema si produzione del cotone. 


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Dal campo al negozio 

Una t-shirt che dura 30 anni non basta da sola a rendere la moda sostenibile, ma è un passo nella giusta direzione. Ne è convinto Tom Cridland, fashion designer inglese non ancora trentenne che oggi rappresenta uno dei marchi più noti della moda sostenibile. “Oggi la moda è uno dei settori più dannosi per l’ambiente: il 25 per cento dei prodotti chimici usati nel mondo servono per i tessuti e il 10 per cento delle emissioni di gas serra è legato all’abbigliamento” dice Cridland che con i suoi abiti garantiti 30 anni vuole rivoluzionare anche il modo di pensare e vivere la moda. “Le persone dovrebbero comprare gli abiti pensando anche a cosa c’è dietro e all’impatto che hanno sull’ambiente” dice, ricordando che molto spesso la gente acquista vestiti che indossa solo poche volte prima di buttarli in discarica. E a chi gli fa notare che la moda cambia velocemente e non è possibile indossare un capo per 30 anni, risponde: “Alcuni capi sono dei classici e non passeranno mai di moda”. 


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