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Nell’America degli snack ipercalorici

Un documento della Pan American Health Organization (PAHO) misura l’aumento del consumo di cibi non salutari nel continente americano e stabilisce sei linee d’azione per prevenire l’obesità infantile.

Nell’ottobre del 2014, gli Stati Membri del Concilio Direttivo della Pan American Health Organization (PAHO), un organismo collegato alle Nazioni Unite, ha approvato un piano di azione per la prevenzione dell’obesità tra i bambini e gli adolescenti nelle due Americhe. È lì, infatti, che si misura il tasso più elevato di giovani obesi secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Tra le azioni previste, anche il reperimento di informazioni scientificamente controllate sull’efficacia di misure economiche o di particolari regolamenti per limitare il consumo di cibi non sani. L’ente panamericano sostiene la necessità di una regolamentazione ufficiale dato che le campagne educative, da sole, non hanno sortito l’effetto sperato, complice anche una certa mancanza di consapevolezza del problema tra i genitori (ne ha parlato anche BCFN in questo articolo)

I risultati dello studio
Nel gennaio del 2016 la PAHO ha pubblicato i risultati del suo lavoro. Dopo un’accurata profilazione nutrizionale degli alimenti (ovvero una classificazione dei cibi sulla base dei componenti nutritivi in un’ottica di prevenzione delle malattie e di promozione della salute) e un’analisi degli interventi sociali e dei relativi effetti, gli esperti hanno elaborato un modello in sei punti che, se applicato, potrebbe ottenere l’effetto sperato: ridurre il tasso di obesità nel continente americano.
Le iniziative da intraprendere secondo la PAHO sono le seguenti:
  • Limitare la possibilità di vendere ai bambini cibi e bevande non salutari.
  • Regolamentare la tipologia di cibo presente nelle scuole.
  • Utilizzare delle etichettature che rendano esplicito il valore nutritivo di un determinato alimento. La PAHO ha esaminato diversi modelli di etichette, dalle tabelle nutrizionali classiche fino a forme più semplificate, concludendo che il messaggio deve essere molto diretto. Funzionano, per esempio, le etichette “a semaforo” che classificano i cibi con i classici tre colori, dove il verde sta per i cibi che si possono consumare senza troppe restrizioni, il giallo per i cibi da controllare e il rosso per i cibi che è meglio evitare o limitare al massimo.
  • Definire un sistema di tassazione degli alimenti che favorisca i cibi sani.
  • Valutare l’assegnazione di sostegni all’agricoltura basati anche sul valore nutrizionale del prodotto.
  • Identificare una lista di cibi sani da inserire nei panieri accessibili alle persone con difficoltà economiche o titolari di supporti sociali.

Prediligere il cibo non processato
“Le conoscenze scientifiche sull’influenza delle diverse diete nella genesi dell’obesità/sovrappeso e delle altre malattie croniche sono molto solide” spiega il documento della PAHO. “Nel complesso, gli studi sostengono la necessità di proteggere e promuovere il consumo di cibo non processato, scoraggiando al contempo l’acquisto di cibi ultralavorati”.
Vi sono dati inequivocabili che indicano, nelle Americhe, una rapida sostituzione dei cibi freschi con cibi lavorati e, allo stesso tempo, la perdita dell’abitudine di cucinare in casa partendo da alimenti crudi. Per esempio, l’apporto calorico da cibi industriali è aumentato, in Brasile, tra 1987 il 2008, dal 19 al 32 per cento; in Canada, dal 1938 al 2001, è passato dal 24 al 55 per cento. In meno di un secolo, le tradizioni culinarie di interi paesi sono praticamente scomparse. I dati relativi a 13 paesi dell’America Latina mostrano che tra il 2000 e il 2013 le vendite di bevande gassate e zuccherate è aumentata del 33 per cento e quella di snack industriali del 56 per cento. E questi cambiamenti si correlano perfettamente con l’aumento dell’indice di massa corporea delle popolazioni locali. Persino nelle isole più povere dei Caraibi, i cibi industriali, anche a causa del loro prezzo vantaggioso, hanno rimpiazzato i pasti tradizionali: un’indagine recente riporta infatti che il 56 per cento degli intervistati ha sostituito, nel mese precedente la domanda, un pasto vero con uno snack ipercalorico.
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