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Mangiare meglio, mangiare meno, mangiare tutti: Il cibo,un bene comune e globale

Per vincere la sfida del futuro non basta aumentare la produzione agricola, bisogna ripensare al paradigma di distribuzione e di consumo del cibo, in un’ottica collettiva: lo spiega l’economista Stefano Zamagni, di recente entrato a far parte dell’Advisory Group di BCFN, che ha contribuito alla stesura dell’enciclica papale Laudato si’. Il tema verrà approfondito al prossimo forum BCFN.

Il cibo è oggi uno dei problemi maggiori che riguardano non solo la nostra nazione ma il mondo intero. E si tratta di una tematica molto particolare, se la si guarda dal punto di vista economico, perché il cibo è un prodotto del mercato e al mercato è affidata l’intera filiera di produzione e distribuzione degli alimenti. Ma mentre il mercato funziona piuttosto bene per quanto riguarda la produzione, non altrettanto può dirsi per la distribuzione. Chi conosce i meccanismi interni dell’economia di mercato sa che, dal punto di vista della distribuzione del cibo, il mercato accusa numerose pecche, che emergono chiaramente per esempio quando si parla di cibo sprecato, con 1 miliardo e 300 milioni di tonnellate di cibo buttato via ogni anno. Ragionando in termini puramente economici, il cibo che sprechiamo rappresenta un’assurdità: si butta via qualcosa che è stato prodotto. E uno dei temi che BCFN ha più a cuore è proprio questo: capire come modificare il sistema di mercato perché questa défaillance possa essere, se non completamente eliminata, almeno ridotta. Anche di questo si parlerà a Milano il 1 Dicembre all’International Forum on Food and Nutrition organizzato da BCFN.

Un cambio di paradigma
Una prima risposta a questo problema è legata senza dubbio al concetto di “consumo sostenibile”, che si può tradurre anche in “consumatore socialmente responsabile”. È quindi evidente che un messaggio va lanciato ai consumatori (“non sprecate” o “fate la raccolta differenziata”), ma questo non basta. Bisogna pensare a un nuovo paradigma per lo sviluppo sociale integrato – come si spiega anche nell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. E qui entra in gioco una fondazione di ricerca come BCFN che non si limita a reclamizzare risultati raggiunti, ma ne cerca sempre nuovi. Questo nuovo paradigma dovrebbe sciogliere subito un primo dilemma sociale: la necessità, entro il 2050, di sfamare 2,5 miliardi di nuove persone, obiettivo raggiungibile aumentando la produzione agricola del 70%. Ma qui cominciano i guai! Se continuiamo a concepire la produzione agricola come abbiamo fatto fino a oggi, per raggiungere l’obiettivo di un incremento del 70 per cento andremo a minacciare l’ecosistema. È un dilemma sociale: dobbiamo aumentare la produzione, ma con l’attuale sistema produttivo mettiamo a repentaglio la sostenibilità ambientale.

Economia, sviluppo sociale e ambiente devono camminare insieme
Per dirla secondo la prospettiva dell’enciclica papale già citata, questione sociale (la fame) e questione ambientale sono le due facce della stessa medaglia. Questa è una novità assoluta: finora si affrontava su certi tavoli la questione ambientale e su altri la questione sociale. La grande intuizione di BCFN è stata quella di far interagire, in un rapporto dialogico evoluto, i due tavoli. Si affaccia a questo punto l’ipotesi sia di un cambio di paradigma nella gestione delle imprese sia di un radicale ripensamento delle relazioni tra mondo dell’impresa, consumatori e le risorse del pianeta. È questa a mio parere la grande sfida dell’oggi se vogliamo che quel nodo sociale descritto in precedenza possa essere sciolto in maniera positiva. E ritengo che BCFN abbia tutte le carte in regola per affrontare questa sfida e risolverla. Perché? Perché dietro la fondazione c’è la sensibilità civile di persone che hanno a cuore il tema di cui stiamo parlando e c’è la conoscenza tecnico-scientifica sufficiente per affrontare la sfida. Sono moderatamente ottimista per il futuro e la buona risoluzione di questa sfida a patto che anche le grandi imprese ripensino il proprio modello di gestione e comincino ad agire, oltre che come agenti economici, anche come agenti politici, ovvero strutture che si prendono a cuore il destino della polis, della nostra civiltà.
Tutto questo significa pensare al cibo come un bene comune globale. Finora il cibo è stato visto come un bene privato (“io lo compro e ne faccio ciò che voglio perché è mio”) oppure come un bene pubblico, affidato agli stati o agli organismi internazionali che provvedono alla distribuzione. Dire che il cibo è un bene comune globale vuol dire cambiare la prospettiva e questo è l’unico modo per vincere la sfida che dobbiamo affrontare.

Stefano Zamagni
docente di economia, Università di Bologna  e membro dell’Advisory Board BCFN.

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