Le bufale si diffondono per contiguità

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Le bufale si diffondono per contiguità

Le bufale si diffondono per contiguità

Le chiamano fake news (notizie false, o meglio, in italiano, bufale): sono quelle informazioni, talvolta pubblicate o riprese anche da testate giornalistiche accreditate, che rapidamente diventano virali a causa della condivisione sui social media. Sono considerate la piaga dell’informazione moderna data la loro capacità di spostare consensi, stabilire credenze e modificare i comportamenti degli individui. Il mondo della sostenibilità ambientale non ne è esente.

Il mondo dell’alimentazione e dell’agricoltura sostenibile non è esente dal fenomeno delle bufale o fake news, talvolta sfruttato anche da gruppi di interesse a fini politici. Il tema del cambiamento climatico, così come quello della produttività agricola e degli interessi in gioco nel settore sono pieni di bufale. 

C’è chi dice, per esempio, che il consumo di pesticidi nei Paesi sviluppati è aumentato esponenzialmente negli ultimi vent’anni. È falso, è diminuito e anche di molto. Un rapporto di Legambiente prodotto nel 2010 segnala infatti che negli ultimi vent’anni i consumi di fitofarmaci si sono abbassati del 32%, da 140 mila a 95 mila tonnellate. È il risultato di una pratica agricola più “scientifica” e all’introduzione di specie più resistenti ai parassiti.

Le notizie false sono tanto più diffuse quanto più socialmente controverso è l’argomento di cui sono oggetto: OGM, cambiamento climatico, alimentazione con cibi raffinati, cancerogenicità di certi alimenti (dalla carne all’olio di palma) sono tutti ambiti nei quali ci si imbatte continuamente in bufale proprio perché la posta in gioco non è solo scientifica ma anche sociale e politica.


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Impossibili da sradicare

Alcune bufale hanno fatto scuola nella storia della comunicazione è per via della persistenza delle notizie false, facilmente riportate anche da siti apparanetemente attendibili.

Ed è questo il destino comune di molte fake news che attechiscono, rendendo difficile, per il lettore comune, arrivare a una verità ogettiva.

Lo ha dimostrato bene un ricercatore italiano, Walter Quattrociocchi, direttore del Laboratorio di Scienze computazionali dell’IMT di Lucca, che ha analizzato il fenomeno usando la data analysis e i cui studi hanno contribuito alla stesura del documento Global Risk Report del World Economic Forum.

In uno studio del 2015 pubblicato sulla rivista scientifica PlosOne, Quattrociocchi ha studiato il fenomeno delle eco chambers (o «camere ecoiche»). 

«Prima della diffusione della Rete, le informazioni provenivano dai giornali e dalla televisione e potevano essere condivise solo attraverso la propria ristretta cerchia di conoscenze» spiega. «Oggi le fonti si sono moltiplicate e chiunque può non solo scrivere una notizia su Internet, attraverso un blog o social media, ma può anche condividerla con una cerchia di conoscenze molto più ampia che in passato, che a sua volta la condividerà rendendola virale. Inoltre, contrariamente ai media tradizionali che, seppure con qualche imperfezione, sono dotati di un sistema di verifica interno, la rete non consente verifiche a monte sull’attendibilità delle fonti». 


Bolle di consenso

Come mai non ci accorgiamo che ciò che condividiamo è falso anche quando su quella stessa rete è già disponibile la smentita ? La ragione sta proprio nell’esistenza delle eco chambers, spazi isolati sul web all’interno dei quali la condivisione di notizie avviene solo tra individui che hanno già in testa una specifica idea e col solo scopo di confermarla. «È la versione più pervasiva del cosiddetto pregiudizio di conferma o confirmation bias, un meccanismo mentale ampiamente studiato dal premio Nobel Daniel Kahneman per cui tendiamo istintivamente a privilegiare le fonti che confermano ciò che già pensiamo» spiega ancora Quattrociocchi, che ha studiato con metodi matematici la dinamica interna alle eco chambers, in particolare riguardo alle cosidette teorie della cospirazione, ovvero alle false notizie che si diffondono a causa della convinzione che a governare certi fenomeni siano gruppi più o meno occulti di potere. «Le teorie cospirative sono come le ciliegie. Una volta che si comincia a credere a una di esse, si tende a credere a tutte le altre: un fenomeno che il nostro studio ha rilevato facilmente seguendo i percorsi dei ‘like’ che gli utenti mettono sotto i post nei social media». 


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Una delle ragioni per cui le fake news, e in particolare quelle cospirative, sono così potenti, è la loro capacità di semplificare fenomeni complessi: la sostenibilità ambientale, l’uso delle nuove biotecnologie e il loro impatto sull’ambiente e sulla salute, tanto per fare alcuni esempi di tematiche molto diffuse nelle eco chambers, sono difficili da raccontare perché complesse dal punto di vista scientifico, sociale ed economico. Sono temi che mettono in gioco competenze tecniche e mondi valoriali. Ecco perché è molto più semplice credere a una notizia falsa che indica un singolo «colpevole» per un evento che è invece il risultato di una lunga concatenazione di cause.

Chi crede al falso, diffonde il falso

In un altro studio pubblicato su Computers in Human Behavior Quattrociocchi e collaboratori hanno esaminato il comportamento di 2.300.000 italiani su Facebook nel periodo delle elezioni politiche, dimostrando che chi ha tendenza a seguire filoni informativi pieni di bufale, tende anche a credere con molta maggior forza (e a condividere) notizie false.

Infine, in uno studio su 1.200.00 utilizzatori di Facebook, i ricercatori di Lucca hanno cercato di valutare il destino delle bufale nella scienza, scoprendo che alcune tematiche (come appunto scienza e ambiente) attirano lettori con forte tendenze cospirative, che tendono a condividere e commentare bufale sempre e solo nello stesso settore.

Immettere nel sistema notizie vere non aiuta a combattere le bufale, spiega l’esperto: «In uno studio del 2014 abbiamo scoperto che più la persona che crede a una teoria cospirativa o a una bufala viene esposta ad articoli di debunking (ovvero di ‘smontaggio’ scientifico delle falsità), più si radicalizza nelle sue convinzioni e tende a condividere la ‘smentita’ all’interno della propria eco chamber, dove tutti la commenteranno negativamente confermando il pregiudizio».

Nessuno, quindi, al momento, ha in mano la ricetta giusta per evitare la diffusione di notizie non basate sui fatti, proprio perché gli studi degli esperti di comunicazione dimostrano che le fake news e le notizie controllate abitano settori diversi del grande mondo della comunicazione. 

Molto possono fare i singoli individui, se sono consapevoli di generare essi stessi la propria eco chamber. Ascoltare chi dissente dalla propria opinione precostituita può portare a scoprire nuovi modi di vedere un problema, in particolare nel campo della sostenibilità ambientale.

Ecco perché BCFN ha promosso il Food Sustainability Media Award, riservato a giornalisti, videomakers e fotografi che vogliano parlare di sostenibilità ambientale sulla base di dati e fatti controllati con un linguaggio e con immagini accattivanti e di alta qualità : uno strumento in più per fare breccia tra chi ancora non è sensibile all’argomento.


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