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La ricchezza non protegge dalla malnutrizione

Il paradosso dei Paesi del Golfo emerge dai dati raccolti ed elaborati dal Food Sustainability Index: la ricchezza non manca, ma c’è una malnutrizione qualitativa legata al consumo di junk food e il diabete costituisce un rischio di morte comune, oltre a un peso non indifferente per i sistemi sanitari locali.

Non sempre la ricchezza si accompagna alla sostenibilità alimentare: è il caso dei Paesi del Golfo che, secondo il Food Sustainability Index elaborato dall’Economist Intelligence Unit (EIU) in collaborazione con BCFN, si situano nella parte più bassa della classifica per quel che riguarda la qualità dell’alimentazione, configurando una vera e propria malnutrizione qualitativa, in cui i disturbi per la salute sono legati al consumo di junk food in grande quantità. Una realtà che si riflette anche sullo stato di salute generale della popolazione locale. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) il 19% degli abitanti degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita soffre di diabete di tipo 2, la forma più legata agli stili di vita sbagliati. E secondo un’indagine della Diabetes Federation, oltre il 40% delle persone che vivono nell’area e che hanno una glicemia elevata non viene diagnosticata per tempo, con un costo molto alto in termini di complicanze della malattia (che a loro volta generano un costo economico a carico dei sistemi sanitari locali).

Cibo cattivo, sedentarietà e sprechi

Il Food Sustainability Index, incentrato sulla sostenibilità alimentare, fornisce qualche suggerimento sulle cause di questa epidemia: una dieta povera dal punto di vista nutrizionale (sebbene non necessariamente povera in termini economici), una alimentazione che scimmiotta sempre più il peggio di quanto offre l’Occidente (compreso il ricorso a cibi preconfezionati e junk food) e una tendenza diffusa alla sedentarietà hanno fatto crescere il peso medio della popolazione (il 70% degli abitanti della regione è sovrappeso) e, con esso, anche le malattie croniche come diabete e disturbi cardiovascolari legati alla malnutrizione qualitativa.


Il problema, un tempo limitato alla popolazione maschile, negli ultimi anni si è diffuso anche tra le donne, con oltre il 20% delle future mamme colpite da diabete gestazionale. A contribuire a questa alta prevalenza tra le donne vi è in primo luogo la sedentarietà, aggravata dalle usanze locali che rendono molto difficile, per una donna, la pratica regolare di uno sport.

Con un costo di gestione sanitaria del diabete che sfiora i 500 milioni di dollari l’anno solo per gli Emirati Arabi Uniti, non stupisce che il governo locale cerchi ora di correre al riparo con campagne educative per una alimentazione più sana e con ingenti investimenti nel campo della ricerca per identificare una cura definitiva per il diabete. 

La chiave, però, rimane la prevenzione. Le campagne educative devono essere disegnate su misura per la popolazione locale, che gode mediamente di un reddito elevato e acquista molto cibo. Basti pensare che in Arabia Saudita ogni persona butta via 427 kg di cibo l’anno, che «scendono» a 196,6 kg pro capite negli Emirati Arabi Uniti.

Spostare la scelta di spesa da cibi altamente calorici, come dolci e carne, verso cibi più sani come frutta e verdure è una delle maggiori sfide per le autorità locali, anche in considerazione della difficile situazione agricola dovuta alla mancanza di precipitazioni spontanee e a una coltivazione che, come segnala il FSI, si basa essenzialmente sull’acqua desalinizzata (costosa in termini economici ed energetici) e su un’uso intensivo di pesticidi e fertilizzanti.


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