La diplomazia dà il meglio di sé a tavola

La diplomazia dà il meglio di sé a tavola

10 Marzo 2017

La diplomazia dà il meglio di sé a tavola

Le definizioni sono tante – diplomazia culinaria, gastrodiplomazia, diplomazia gastronomica – ma il significato vero è uno solo: il cibo è un importante strumento di comunicazione e di unione tra diverse culture e potrebbe addirittura risolvere conflitti potrebbe aiutare a ridurre diffidenza e distanza.

La diplomazia culinaria o gastrodiplomazia non porta cibo in aree dove manca con il nobile intento di ridurre la fame, ma piuttosto utilizza “il cibo come strumento per creare comprensione tra diverse culture, allo scopo di migliorare interazioni e cooperazioni”. Lo sostiene Sam Chapple-Sokol, che assieme Paul Rockower è considerato uno dei maggiori esperti in diplomazia culinaria e ha contribuito a far conoscere questo grande potere del cibo nel mondo. “Sedersi allo stesso tavolo per condividere un pasto, e ancora di più preparalo insieme, è il modo migliore per avvicinare le persone” sostiene Chapple-Sokol.

Il cibo è stato utilizzato come strumento di diplomazia sin dalla preistoria, quando i cacciatori si sedevano attorno alla preda appena catturata, e la cosiddetta diplomazia culinaria ha proseguito il proprio percorso negli anni arrivando all’istituzionalizzazione nei primi anni del XX secolo, per giungere infine all’inizio di questo millennio, quando si è cominciato a studiare in modo sistematico l’importanza del cibo nelle relazioni diplomatiche. In linea teorica esiste una differenza tra le diverse espressioni che indicano questa disciplina: la diplomazia culinaria rappresenta la parte più “privata” della questione, mentre la gastrodiplomazia indica la parte pubblica, portata avanti per esempio da un’intera nazione.
Osservato da questo particolare punto di vista, il cibo si trasforma in uno strumento utile per abbattere le barriere culturali e gli stereotipi su popoli e nazioni più o meno lontane o persino per risolvere conflitti. Nel 2010, dopo alcuni episodi di violenza contro immigrati indiani in Australia, il movimento Vindaloo Against Violence ha invitato gli australiani a mangiare nei ristoranti indiani; in Germania, per avvicinare i tedeschi ai turchi è stato pubblicato un libro dal titolo “Buttercreme und Börek” frutto di un’iniziativa che ha portato donne tedesche e turche a cucinare insieme e a scambiarsi piatti e ricette. “Il cibo non è la panacea di tutti i mali, ma di certo è il modo più veloce e semplice per abbattere gli ostacoli alla comunicazione” conclude l’esperto.

Dalla teoria alla pratica
Gli esempi di gastrodiplomazia nel mondo sono sempre più numerosi e il loro successo testimonia l’importanza del cibo nelle relazioni tra gli uomini. A livello nazionale, tra le campagne più note si possono citare quelle di alcuni paesi asiatici che hanno deciso di utilizzare il cibo come strumento per farsi conoscere meglio, per aumentare il turismo consapevole e, perché no, anche per migliorare l’economia nazionale. La Thailandia, per esempio, è stata la prima a utilizzare le proprie tradizioni culinarie e i propri ristoranti come avamposti diplomatici implementando sin dal 2002 il “Global Thai program” allo scopo di aumentare il numero dei ristorati thailandesi nel mondo. Campagne simili hanno visto la luce anche in Corea, Taiwan e Malesia e nemmeno Stati Uniti ed Europa sono risultati immuni alla diffusione della gastrodiplomazia.
L’amministrazione Obama, per esempio, ha istituito per la prima volta la figura del “culinary ambassador”, un vero e proprio ambasciatore della cucina, mentre a Pittsburgh, in Pennsylvania, il ristorante Conflict Kitchen serve solo cibi tipici di paesi “nemici” degli USA. Anche il Club des chefs des chefs, che riunisce gli chef di alcuni capi di stato mondiali può essere considerato un frutto della gastrodiplomazia come si evince dal suo motto: “La politica divide gli uomini, un buon pasto li unisce”.
Il segreto per non dispiacere (quasi) a nessuno? Il pasto vegetariano o addirittura vegano: con i vegetali, infatti, non si rischia di infrangere alcun divieto religioso, tabù o abitudine alimentare, conservando al contempo gli aspetti salutistici, proteggendo l’ambiente e riducendo l’impatto negativo dell’allevamento di animali.

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