Gli Stati Uniti e il melting pot alimentare

Gli Stati Uniti e il melting pot alimentare

13 Settembre 2018

Gli Stati Uniti e il melting pot alimentare

Quante sono le tradizioni alimentari che convivono negli Stati Uniti? La presenza di differenti etnie, climi e produzioni locali si traduce in una ricchezza culturale che può essere valorizzata in termini di sostenibilità alimentare e scelte nutrizionali.

Qual è il piatto tipico degli Stati Uniti? Quando si parla di cibi tipici, è più facile citare un piatto caratteristico italiano, francese, tedesco, greco, cinese o giapponese, complice probabilmente la globalizzazione che ha portato i ristoranti tipici in tutte le grandi metropoli. E per gli Stati Uniti? Alcuni alimenti sono diventati vere icone americane, come per esempio l’hamburger, ma poiché gli USA sono per eccellenza un melting pot culturale, può essere alquanto difficile definire cosa sia la vera cucina americana e le sue caratteristiche essenziali: una peculiarità che ha un impatto anche sulla sostenibilità ambientale della dieta americana e sul rapporto tra alimentazione e nutrizione.


Cibo e cultura: un solo Paese, tante cucine

Gli Stati Uniti sono il risultato di centinaia di ondate migratorie di chi è sbarcato nel Nuovo Mondo nel corso del tempo. Sono un melting pot, ovvero, letteralmente, un “calderone” e “crogiolo” di culture. L’origine del termine risale al 1908, ed è uscito dalla penna del drammaturgo ebreo britannico di origini russe Israel Zangwill nell’omonima pièce The Melting Pot. E siccome il binomio tra cibo e cultura è molto forte, la diversità culturale si sposa incredibilmente bene (e, anzi, ne è proprio la causa) con la diversità culinaria protagonista delle tavole americane. 

Secondo lo US Census Bureau, più di un terzo dei residenti negli USA (oltre 100 milioni di persone) appartiene a una minoranza. Gli ispanici sono i più rappresentati (oltre il 15 per cento della popolazione) seguiti dagli afro-americani e dagli asiatici. 

Nel 2050, secondo le stime dello stesso ente, le minoranze tutte assieme saranno maggioranza e costituiranno il 54 per cento della popolazione statunitense. Gli ispanici triplicheranno, gli asiatici raddoppieranno. 

I vari gruppi sono caratterizzati da differenze anche marcate nelle scelte linguistiche, culturali, religiose, educative e, ovviamente, alimentari, e l’impatto di questa variabilità sulla sostenibilità alimentare e sulle scelte nutrizionali è notevole. Non dovrebbe essere difficile, in mezzo a tanta ricchezza, trovare il modo di contaminare una cultura alimentare con l’altra, alla ricerca di un’alimentazione sostenibile e quindi del miglior equilibrio per il pianeta ma anche per la salute.

Dall’Asia all’Africa, passando per il Mediterraneo

Qual è la relazione tra alimentazione e nutrizione nelle varie parti del mondo? Qual è il rapporto tra cibo e salute? Nella popolazione ispanica, per esempio, prevale il consumo di carboidrati (ritenuto dagli esperti anche all’origine dell’epidemia di obesità che crea preoccupazione per la salute di chi proviene dal Sud America), in particolare mais e riso. Le fonti proteiche di origine vegetale, come i fagioli, sono ben rappresentate ma anche il consumo di carne è elevato, con il rischio di un eccessivo apporto proteico. Alcune diete, come quella messicana, sono particolarmente ricche di grassi perché utilizzano molto la frittura. Non mancano, però, i vegetali: frutta e verdura fanno parte della composizione dei piatti, che possono però essere poveri di verdure a foglia verde.

Secondo lo US Censis Bureau, la definizione di asiatico comprende persone di provenienza molto varia, dal Vietnam alla Cina, all’India, Pakistan e Giappone. Ogni Paese asiatico ha la propria cultura alimentare e le proprie tecniche di cottura, molte delle quali, però, prevedono un rapido passaggio degli alimenti sul fuoco, preservando così i principi nutritivi in essi contenuti. Un altro elemento comune tra tutti questi Paesi è lo scarso utilizzo di latte e latticini. Nella maggior parte delle culture asiatiche, la fonte proteica viene dalla carne (maiale, pollame) e dal pesce. Il carboidrato di base è il riso, ma abbondano anche frutta e verdura (tranne che nella cucina giapponese).

La dieta cinese tradizionale apporta circa l’80 per cento delle calorie dai cereali, dai legumi e dalle verdure, il 20 per cento dalle proteine animali, dalla frutta e dai grassi. Il consumo di soia e dei suoi derivati, come il tofu, è elevato. La dieta cinese può, in alcuni casi, essere povera di calcio. 

Pur facendo parte della stessa categoria sociologica, gli asiatici di origine indiana e pakistana hanno una dieta completamente diversa, molto ricca di vegetali, spesso addirittura vegetariana o vegana. Cinesi, filippini, alcuni indiani, laotiani e vietnamiti consumano riso, pesce e vegetali.

La popolazione afro-americana non conserva quasi più, data la distanza temporale dal momento della deportazione forzata, tracce dirette della dieta delle origini, ma in molte comunità nere si conserva una relazione tra cibo e cultura, richiamando la tradizione delle cucine del Sud (in cui l’influsso africano è ancora presente), ricche di legumi, fagioli, riso, patate e vegetali come fagiolini, verdure a foglia verde e zucca. L’apporto calorico può essere aumentato dal metodo di cottura (spesso la scelta cade sulla frittura) e dall’aggiunta di salse e intingoli saporiti ma grassi.

La cucina europea è giunta negli Stati Uniti nelle sue due versioni principali: la dieta mediterranea, portata da greci, italiani e turchi, e quella del Nord e dei Paesi dell’Est, giunta prima attraverso i Padri pellegrini (molti dei quali di origine tedesca e olandese) e poi dalle grandi immigrazioni russe ed ebraiche (principalmente provenienti dalla Russia, dalla Germania e dalla Polonia). 

Questione di geografia

Tutte queste cucine hanno contribuito con alcuni piatti tipici a creare la “cucina americana”, che è davvero un crogiolo di tradizioni, in parte legate alla disponibilità locale di prodotti dell’agricoltura, della caccia e della pesca.

Parlare di cibo e territorio, quindi, è importante se si pensa che gli oltre 9 milioni di chilometri quadrati che compongono il territorio statunitense sono esposti a climi diversi, e producono quindi materie prime diverse. 

Nel Nord-Est, sulle sponde dell’Oceano Atlantico, il clima fresco e il mare forniscono grandi quantità di pesce: aragoste del Maine e del Massachusetts, molluschi di tutta l’area del New England. Il clima mite dell’autunno consente di produrre le mele e le zucche che adornano ogni casa nel periodo del Ringraziamento. 

Il Midwest è noto per il formaggio (famosissimo quello del Wisconsin) e la pastorizia in genere (di bufali soprattutto). La California produce vino esportato in tutto il mondo e le Hawaii forniscono una ricca varietà di frutti esotici ricercatissimi. 

Ma sulla relazione tra cibo e territorio, non è solo il clima a influire: le diverse concentrazioni dei vari gruppi etnici giocano un ruolo fondamentale. Il pollo fritto e le patate dolci nel Sud nascono dalla storica presenza afroamericana nella zona. La cucina creola e cajun, in Louisiana e Florida, è influenzata dalla passata dominazione spagnola e francese. Gli immancabili hot dog e hamburger sono di origine tedesca e la grande presenza ebraica a New York ha diffuso l’uso dell’hot dog di manzo invece di quello di maiale. La cucina Tex-Mex celebra in contemporanea la tradizione texana e messicana, in un tripudio di formaggio fuso, fagioli, nachos di mais e guacamole di avocado. 

I nativi americani sono infine all’origine del metodo di cottura americano per antonomasia: il barbecue deriva proprio dalla tradizione culinaria delle tribù native. Secondo gli etimologi, la parola deriva da “barabicu”, traducibile come “sacro buco del fuoco”, che descrive ottimamente la griglia posizionata sopra un buco scavato nella terra.


Il rapporto tra cibo e cultura, così come tra cibo e territorio, è uno dei temi che sarà trattato il 28 settembre 2018 proprio a New York, in occasione dell’International Forum on Food and Nutrition organizzato da Fondazione BCFN. Un’occasione per discutere sulle implicazioni della sostenibilità alimentare, in termini di benessere per le persone e per il pianeta.

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