news

cibo e società

Il cibo? Una questione sacra

In tutte le religioni esistono norme e prescrizioni in materia alimentare perché il cibo simboleggia la sussistenza e la vita, di volta in volta elevato a sacro od oggetto di divieti. BCFN ha verso il mondo del cibo un approccio globale: per lavorare sulla sostenibilità ambientale della produzione di cibo non si può prescindere dagli aspetti culturali e religiosi che talvolta spronano, e talvolta frenano, l’adozione di pratiche sostenibili. Ecco perché anche nel volume Eating Planet, così come in questo articolo, si dà ampio spazio all’antropologia del cibo.


Molti rituali, cerimonie e celebrazioni religiose, in tutte le parti del mondo, includono un rapporto particolare con il cibo. L’esempio più classico è quello dell’Ebraismo, nel quale un numero notevole di mitzvot (precetti) che guidano la vita di un ebreo osservante riguarda la sfera alimentare e trae origine da importanti passaggi dell’Antico Testamento. Nell’atto di nutrirsi, la tradizione ebraica orienta il fedele a cogliere un significato che educa alla scelta e alla verifica continua, rendendo di fatto sacro un atto naturale e materiale come alimentarsi per sopravvivere.
Nel Cristianesimo, invece, manca una distinzione dogmatica tra cibi leciti e proibiti. Tuttavia, il rapporto dell’uomo col cibo è inserito nella dimensione dell’incontro con Dio. Il ruolo simbolico del vino e dell’ostia nel sacramento dell’Eucaristia, che si fonda sulle parole pronunciate da Gesù nel corso dell’ultima cena, rappresenta per i cristiani il mezzo di comunione delle anime e di memoria permanente della passione di Cristo. Sebbene la relazione col cibo sia relativamente libera, alcune prescrizioni spingono a limitare il consumo di carne e prevedono momenti di astinenza e digiuno durante alcuni giorni dell’anno (detti giorni penitenziali), soprattutto in concomitanza con il periodo liturgico della Quaresima. Nella chiesa ortodossa, nei quaranta giorni che precedono sia il Natale sia la Pasqua, i fedeli osservanti, per tradizione, devono astenersi dal consumo di cibi di origine animale, ovvero carne, pesce, uova, latte e latticini, nonché dal vino, dalle altre bevande alcoliche e dall’olio d’oliva.

Ciò che è lecito
Anche un’altra grande religione monoteista, l’Islam, predica un atteggiamento di moderazione nel consumo di cibi. La tradizione alimentare ḥalāl (letteralmente “lecita”), seguita da circa il 70% dei musulmani nel mondo, non manca di dettare alcune regole su ciò che è permesso o meno mangiare. I limiti principali riguardano ancora la carne. Per esempio, essa deve essere necessariamente macellata secondo le linee guida tradizionali presenti nella Sunna (uno dei testi sacri dell’Islam, a sua volta ispirato dalle regole applicate dagli ebrei per la carne kashèr , ovvero “autorizzata”). Questo significa che gli animali devono essere coscienti al momento dell’abbattimento (anche se spesso vengono bendati per non mostrare loro gli strumenti del macello) e che l’uccisione deve avvenire tramite la recisione della trachea e dell’esofago, allo scopo di dissanguare completamente l’animale e, teoricamente, farlo soffrire il meno possibile. Inoltre, a differenza dell’ebraismo e del cristianesimo, l’Islam, come noto, non autorizza il consumo di bevande alcoliche.
Tutte le religioni prevedono (con frequenze diverse) il ricorso al digiuno, strumento di educazione alla modestia e alla spiritualità. Alcune, come l’induismo, si caratterizzano sul piano alimentare per la totale proibizione della carne, almeno tra i fedeli più devoti. Il jainismo (una delle religioni della Penisola Indiana), partendo dal presupposto che ogni essere vivente, anche il più microscopico, ha un’anima, e che l’anima è potenzialmente divina, rifiuta il consumo di carne, nonché ogni inutile forma di violenza come quelle praticate nelle moderne aziende di prodotti animali. In questo senso, appare evidente una connessione molto stretta tra cibo e destino, tra cibo e significato ultimo.

Norme e tabù
Delle regole religiose fanno parte, come accennato, molte proibizioni relative al cibo. Naturalmente certi cibi tendono a essere pensati come non mangiabili anche per ragioni prettamente culturali, che non hanno una base precisa nella religione. Le proibizioni – e contestualmente le regole sui cibi permessi – sono state interpretate in base a diversi ordini di spiegazioni, dal disgusto verso certe specie a ragioni di tipo igienico, da motivazioni simboliche (per esempio, il divieto di alimentarsi dei rapaci per il rifiuto della violenza insita in quegli animali), a ragioni educative (insegnare all’uomo che ogni bene non deve essere goduto senza riflessione).
Il fatto che alcuni alimenti siano considerati buoni o cattivi da mangiare è una scelta che non dipende né dalle qualità intrinseche dell’elemento né dalla disponibilità sul territorio, ma si basa su attente valutazioni sul piano nutritivo, economico e ambientale. Anche i precetti religiosi all’apparenza datati e privi di logica sono “compromessi” che derivano dai condizionamenti ambientali.
Analizzando con attenzione ciascuno di questi aspetti, gli antropologi hanno dimostrato, per esempio, che la sacralità della vacca indiana è un principio che assicura agli induisti vitelli, latte e campi coltivati. Inoltre, impedisce alle poche persone facoltose di gestire l’intero mercato della carne, eliminando così l’unica fonte di sussistenza del popolo.
All’opposto, l’impossibilità per i musulmani e gli ebrei di mangiare la carne di maiale dipenderebbe anche dal fatto che anticamente, in Medio Oriente, l’allevamento di suini era un’attività costosa, i cui benefici erano nettamente inferiori rispetto alle perdite. I maiali, infatti, oltre ad aver bisogno di particolari attenzioni per crescere e a nutrirsi di alimenti buoni anche per gli esseri umani (per esempio alcuni tipi di granaglie), sono inutili per arare i campi, non producono latte e non sono utili in battaglia come, per esempio, i cavalli. Bandendo il suino dalle tavole di queste popolazioni, si offriva alle persone la possibilità di concentrare i propri sforzi su allevamenti più redditizi.
Gallery

studies

cibo e società

Articoli correlati

cibo e società

PAC: l’Europa si unisce per il bene dell’agricoltura

Oltre mezzo secolo di vita e poco meno di 60 miliardi di euro investiti ogni anno: sono solo due dei numeri della politica agricola comune (PAC), un impegno che sottolinea l’importanza del sistema agroalimentare nella Comunità Europea.

Leggi tutto
cibo e sostenibilità

Le pratiche agro-culturali indigene sono la chiave per salvaguardare la biodiversità e mitigare il cambiamento climatico

All'inizio di maggio 2017, la Global Alliance for the Future of Food ha organizzato il suo 2°Dialogo Internazionale, al quale hanno partecipato oltre 250 esperti di sistemi alimentari a livello locale e globale. Lo scopo era quello di analizzare in modo più approfondito il rapporto tra cambiamento climatico e sistemi alimentari e di proporre nuove visioni dei sistemi alimentari di cui abbiamo e avremo bisogno, individuando potenziali percorsi per modellarli.

Leggi tutto
cibo e società

Vacanze intelligenti e sostenibili anche grazie al City Monitor

L’impegno per l’ambiente e le politiche sostenibili non vanno in vacanza e anche la scelta del luogo di villeggiatura può essere basata su criteri che privilegiano la sostenibilità con l’aiuto del Food Sustainability Index, uno strumento messo a punto da BCFN e dall’Economist.

Leggi tutto
Questo sito utilizza cookie per inviarti comunicazioni e servizi in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.   Leggi tuttoOk