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Il cambiamento climatico sposta le genti

Ai classici fattori che spingono intere popolazioni ad abbandonare le loro terre d’origine si deve aggiungere oggi anche il cambiamento climatico che modifica gli ecosistemi e la possibilità di abitarli.

 


Li chiamano “migranti ambientali” o “esuli ambientali”, in alcuni casi anche “eco-rifugiati”, sebbene quest’ultimo appellativo non siano utilizzato dalle organizzazioni internazionali, dal momento che potrebbe avere un significato fuorviante in termini legali. 

Comunque li si voglia chiamare, i migranti che si spostano dai loro paesi di origine per cause ambientali (per esempio delle calamità naturali, come un terremoto) rappresentano una delle sfide più importanti per la comunità mondiale e i cambiamenti climatici stanno aggravando un fenomeno già di per sé preoccupante.

Clima e migrazioni: un legame complesso

Nel documento Migration in response to environmental change pubblicato dalla Commissione Europea, si esamina la relazione tra migrazioni e cambiamenti ambientali. “I fattori alla base delle migrazioni sono di cinque tipi: economici, sociali, politici, demografici e ambientali” si legge nel documento, dal quale appare chiaro che i cambiamenti climatici possono influenzare, in modo diretto o indiretto, tutti i suddetti fattori. Sulla base dei dati del United Nation Environment Programme (UNEP), i cambiamenti climatici influenzeranno le migrazioni per tre ragioni principali: il riscaldamento ridurrà la produttività agricola e comprometterà gli ecosistemi, riducendo la disponibilità di acqua pulita e suolo fertile; l’aumento degli eventi climatici estremi, quali le inondazioni, si farà sentire su un numero sempre maggiore di persone causando spostamenti di massa; l’innalzamento del livello dei mari distruggerà in modo permanente molte aree costiere, costringendo milioni di persone a spostarsi. 


Identikit del migrante ambientale

Non esiste ancora una definizione universalmente riconosciuta per chi si sposta dal proprio territorio per ragioni legate a clima e ambiente, ma l’International Organization for Migrants (IOM) ha proposto una definizione “operativa” che riconosce alcune caratteristiche per definire questo fenomeno. I migranti ambientali non sono solo persone costrette a spostarsi per eventi climatici estremi, ma sono anche coloro che si spostano spinti dal deterioramento delle condizioni ambientali. Gli spostamenti possono avvenire sia all’interno di uno stesso Paese che attraversando i confini nazionali, possono essere a breve, a lungo termine o definitivi e possono, infine, essere forzati o dettati da scelte personali.  Oggigiorno, dal punto di vista legale, chi migra per motivi legati al clima non rientra in alcuna delle categorie previste dalle leggi internazionali per i richiedenti asilo, ma questi nuovi migranti sono comunque parzialmente protetti dalla legge internazionale sui diritti umani. Inoltre, chi si deve spostare all’interno del proprio Paese a causa di calamità naturali o disastri causati dall’uomo è tutelato dai Guiding Principles on Internal Displacement dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Tuttavia, malgrado l’esistenza di queste dichiarazioni e normative internazionali, il destino legale dei migranti ambientali è ancora complesso e poco chiaro.


Previsioni e soluzioni

In generale, in molti Paesi le migrazioni ambientali sono già una realtà e i numeri del fenomeno sono destinati a crescere: si parla di 200 milioni di persone definitivamente costrette a spostarsi a causa dei cambiamenti climatici entro il 2050. In particolare, altri calcoli basati su scenari di riscaldamento globale moderati sottolineano che entro il 2050 il Nord Africa e le regioni interne dell’Africa del Sud saranno colpite da gravi siccità, mentre secondo altri modelli entro il 2100 il mare inonderà le aree costiere del Mediterraneo e del mare del Nord, creando la necessità di ricollocare migliaia di persone. “Per gestire questa situazione sono necessarie politiche di ricollocamento ben definite come le linee guida alle quali molte nazioni stanno lavorando sotto la guida della Commissione Europea” dicono gli esperti coinvolti in un altro progetto europeo creato per aumentare le conoscenze sul legame tra cambiamento climatico e migrazioni e per trovare potenziali soluzioni: il Migration, Environment and Climate Change: Evidence for Policy (MECLEP).  

Secondo l’analisi fornita da questo progetto europeo e da altre iniziative analoghe, è urgente intervenire su due fronti in parallelo: da un lato è necessario sviluppare e potenziare le azioni di contenimento del cambiamento climatico, per ridurne l’impatto. Si tratta di iniziative che vanno attuate subito ma che, presumibilmente, mostreranno i propri effetti tra diversi anni: sono quindi un investimento per il futuro. Nel frattempo, però, bisogna agire localmente, nelle aree colpite, offrendo sostegno nell’immediato ed incrementando le buone pratiche ambientali e la sostenibilità agricola, con lo scopo di evitare, laddove è possibile, il fenomeno migratorio. 


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